OSTAGGI E RISCATTI, SOLITO PASTICCIO ALL’ ITALIANA

23 Aprile 2004, di Redazione Wall Street Italia

E’ ormai sempre più ingarbugliata la vicenda dei tre ostaggi italiani in Iraq. E adesso che la linea dell’ottimismo ostentata per giorni dal premier Silvio Berlusconi ha lasciato il posto a una più prudente strategia del silenzio, da una fonte accreditata arriva un’indiscrezione clamorosa.

Cioè, che a bloccare il rilascio di Agliana, Cupertino e Stefio, dato per imminente dall’inizio di questa settimana, sarebbe stata la preoccupazione americana. A Washington, infatti, la notizia del pagamento di un riscatto alle Brigate verdi di Maometto (pagamento che Barbara Contini, governatore italiano di Nassiriya, prima ha confermato poi ha smentito) avrebbe generato un grande allarme.

In sostanza per l’amministrazione di George W. Bush, come spiega la nostra fonte, «pagare i terroristi significherebbe rompere il fronte dell’unità, proprio come ha fatto Zapatero annunciando il ritiro delle truppe, e aprire un mercato come è accaduto in Cecenia, dove i terroristi riescono a finanziarsi con i rapimenti». Non solo. Sempre sulla base di questa ricostruzione, gli americani nutrirebbero il timore che il governo italiano, cedendo ai sequestratori, possa diventare il fianco debole dei paesi presenti in Iraq, nonostante le rassicuranti dichiarazioni di Berlusconi: «Siamo gli alleati più fedeli».

Di fronte allora alla fermezza richiesta dagli Stati Uniti, le trattative condotte dal Sismi avrebbero subito un forte rallentamento, se non proprio congelamento. A questo punto il rischio è che il nostro paese, dopo l’ottimismo strombazzato per giorni e giorni, si sia infilato in un tunnel senza uscita. Anche perché è pressoché impossibile effettuare un pagamento supersegreto.

Da una parte ci sono gli americani con i loro contatti (e la Cia per tradizione ha buoni rapporti con il Sismi, dove da tempo cova malessere contro il governo a causa delle polemiche sull’informativa con cui servizi annunciavano la strage di Nassiriya). Dall’altra invece ci sono gli iracheni che, anche con i soldi in tasca, continuerebbero a tenere sotto ricatto il nostro paese.

Riscatto a parte, la situazione poi sarebbe aggravata dalle condizioni politiche chieste dai sequestratori. Secondo una fonte vicina all’intelligence italiana «l’uscita di Berlusconi sulla permanenza in Iraq delle nostre truppe anche oltre il 30 giugno è stata dannosissima. I terroristi pretendono invece pressioni sugli americani in senso contrario e forse anche uno scambio di prigionieri».

Alla luce di tutto questo si è fatta più difficile la liberazione dei tre italiani. Per loro si potrebbe profilare una lunga prigionia, sullo stile dei sequestri degli hezbollah in Libano, durati settimane se non mesi. Un’ipotesi, questa, che però sarebbe anomala rispetto a quanto accaduto in queste settimane: in Iraq, infatti, gli ostaggi di tutti paesi o vengono ammazzati o rilasciati subito.

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