OSAMA BIN LADEN E LA SFIDA DEL PETROLIO

30 Maggio 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Istruzioni per la jihad. “Per operare nelle città servono piccoli gruppi di non più di quattro persone. Gli attivisti devono essere residenti. Gli attivisti devono evitare spie e occhi sospettosi”. Il comunicato inneggiante alla “guerra santa” trasmesso non più tardi di tre giorni fa – è datato infatti 27 maggio – e passato attraverso più siti islamici con sede nella penisola arabica, pare un anticipo inequivocabile dell’attacco scattato ieri. Un attentato rivendicato prontamente dalla sigla Al Qaeda.

Il messaggio risale a quello che appare ormai come l’indiscusso numero uno del network del terrore a Riad, quel Abdulaziz al Muqrin cui si attribuiscono tutti gli assalti più recenti, e sono diversi ormai, nell’area compresa fra Golfo Persico, Mar Rosso e Mare Arabico. Al Muqrin non è infatti altro che la longa manus di Osama bin Laden, in quello che è solo l’ultimo episodio di un feroce braccio di ferro tra il supermiliardario capo di Al Qaeda e il suo paese d’origine.

Nonostante sia nato in Arabia Saudita, il pluriricercato dagli Stati Uniti è da tempo il nemico numero uno anche della casa regnante, che egli considera invece corrotta e filoamericana. Bin Laden vuole colpire in
profondità il paese che lo ha privato della cittadinanza.

Per controllare i luoghi santi dell’Islam e appropriarsi delle ingenti riserve petrolifere. E a Palazzo reale trova un terreno fertile, con l’anziano e malato sovrano Fahd circondato da una corte di aspiranti pretendenti né più giovani di lui né apparentemente più decisi nel riformare il regno. Ecco come l’Arabia Saudita è diventata negli ultimi mesi obbiettivo di attacchi multipli, con le autorità locali pronte a ingaggiare comunque una battaglia durissima per sradicare la piovra che fa capo a Osama.

Eppure al Muqrin, la strage di Khobar lo dimostra, non appare meno spietato e astuto del suo capo. “Gli attivisti devono imparare dai loro predecessori”, dice ancora il messaggio del 27 scorso, cioè a “non commettere l’errore di informare tutti delle loro operazioni. Solo il leader del gruppo deve sapere cosa si sta organizzando. Tutti gli altri devono avere informazioni soltanto riguardo al loro ruolo”. Una strategia che sembra ricalcare quella fulmineamente portata a termine con il quadruplice attacco aereo dell’11 settembre a New York e Washington.

Obiettivo dichiarato di queste ultime azioni terroriste è il tentativo di rovesciare il regime saudita. Con lo scopo non secondario di allontanare dai paesi musulmani qualsiasi presenza straniera, in particolare quella di cittadini statunitensi. Ripetendo ieri infatti un copione già visto in Somalia e in Iraq, il cadavere di un cittadino americano è stato trascinato per le strade della città e mostrato ad alcuni studenti, che contrariamente alla richiesta dei terroristi, anziché gioire, sarebbero scappati via inorriditi.

Così la nuova Al Qaeda è diventata la protagonista dei continui massacri perpetrati nella penisola. Tra Arabia saudita e la vicina Africa orientale i suoi agenti sarebbero circa 3000, “pronti a tutto” li definisce l’intelligence americana. Le loro puntate fra la Mecca e Riad segnano per l’antiterrorismo Usa la ripresa in pieno stile dell’attività del network, dopo un periodo di latenza cominciato con l’invasione americana dell’Iraq. Il gruppo guidato a distanza da Bin Laden sarebbe anzi pronto a programmare nuovi attentati, che si concentrerebbero preferibilmente su aerei commerciali.

Al Qaeda insomma moltiplica il suo potere e si ammoderna. Forse ha ragione il pensatore inglese John Gray quando dice (“Al Qaeda e il significato della modernita”, Fazi) che il gruppo non è affatto, come siamo abituati a pensare, un regresso al Medioevo. Ma anzi un prodotto degli stessi ideali, moderni, un effetto collaterale della globalizzazione, che il terrorismo islamico vuole abbattere. Arabia saudita compresa.

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