Olanda: Risiko bancario, scacco matto ad Abn Amro

8 Marzo 2007, di Redazione Wall Street Italia

Sono ben quattro le banche internazionali che stanno studiando la difesa di Abn Amro per conto dello stesso presidente della banca olandese, Rijkman Groenink. Sono Lehman Brothers, Ubs, Rothschild’s e Morgan Stanley. A conti fatti, è probabile che saranno questi istituti di credito a fare dei buoni affari in consulenze, con un chiaro ruolo di vigilantes sui predatori in agguato. La scelta è veramente discutibile.
Un giovane banchiere milanese ritiene che “una simile mossa è inspiegabile, se non si è proprio di fronte a una grande difficoltà”. In effetti fa impressione che Groenink, vincitore della “battaglia di Antonveneta”, numero uno di una delle più grandi banche europee che decide di investire in Italia, sia in questo momento quasi sotto assedio. Non è credibile pensare che tutto sia dovuto a Tci (The children’s investiment fund management), un hedge fund londinese che fa da capofila ad altri hedge fund, i quali tutti insieme deterrebbero un pacchetto del 10 per cento di Abn.
Sotto accusa ci sarebbe proprio il management, che non assicura redditività. Ma se l’azione degli hedge fund non è da trascurare, lo stesso intervento della Banca d’Olanda, tramite il governatore Nout Wellink, lascia intravedere un affare più complesso.
I portavoce degli hedge fund strepitano: meglio fare di Abn Amro una sorta di “spezzatino”, dismettendo quindi alcune attività, fino a far diventare l’ex banca della Regina d’Olanda una sorta di federazione bancaria. È invece più probabile che il retroscena dell’attacco e di questa difesa “disperata” vada cercato nelle mosse di Groenink in Italia, che non pare siano state felici, ma che soprattutto, di conseguenza, hanno sollevato molta antipatia verso il board di Amsterdam.
Agli inizi degli anni Duemila, Abn Amro decide investimenti colossali sul mercato italiano, nell’ordine di miliardi di euro. Di quella strategia rimane una quota decisiva, di riferimento come si usa dire, in Capitalia e un “gioiellino”, Antonveneta, che a quanto si dice finora non è il grande affare che si sperava. Poi c’è il metodo con cui Abn Amro acquisisce Antonveneta: un’Opa che ha dovuto ricorrere al soccorso della magistratura. Tutto giusto e corretto, per carità, ma con un segno di quelli che rimangono negli ambienti finanziari, che non si dimenticano. Dopo l’impresa di Antonveneta, il board di Amsterdam e il suo presidente hanno insistito sul mercato italiano, ma senza successo.
Non vanno a buon fine i colloqui con il Monte dei Paschi di Siena e non sembrano destinati a grande successo le possibili salite nell’azionariato di Capitalia, tanto meno dopo gli atteggiamenti un po’ spavaldi dell’autunno scorso degli olandesi sulla grande banca romana. In più, è ormai dal mese di settembre che Abn Amro si sente “guardata a vista”, oggetto di attenzione di grandi gruppi bancari europei e forse americani. In questi mesi di parla di un interesse di Citigroup, ma anche di Unicredit e pure del Santander, la banca spagnola di Emilio Botin che ha anche lui, nei suoi piani, un’espansione in Italia. Si aggiunga inoltre che il capitale azionario di Abn Amro è poco difendibile, molto frazionato, facilmente scalabile.
In sostanza, quella che sembrava una banca predatrice nel risiko europeo, e soprattutto italiano, alla fine sembra che sia diventata una preda nemmeno tanto difficile. Ed è su questo punto che il banchiere milanese ritorna: “Le difficoltà emergono proprio nella cerniera delle quattro banche che devono stabilire come è la situazione. Un segno di grande debolezza da parte di una banca che, alla fine del 2005, sembrava spavalda e vincente su tutti i fronti”.
È probabile che il tallone d’Achille di Abn Amro sia proprio la campagna d’Italia, l’espansione tentata dagli olandesi nell’appetibile asset del credito italiano. Perché in Italia si stanno incrociando le spade su un riassetto finanziario durissimo, dove banche più grandi di Abn devono mantenere posizioni in Generali e Mediobanca, che sono insidiate, a loro volta, dalla “grande aggregazione” di Intesa Sanpaolo.
Possono essere solo “voci” di Borsa, raccolte ai margini del mercato, ma la sensazione è che da mesi Abn Amro sia nel mirino di coloro che vogliono proprio riequilibrare la situazione finanziaria italiana. Sarebbe veramente triste che un alfiere del mercato come Groenink, anche se si è rivolto alla magistratura, si appelli adesso, per difendersi dalla logica di mercato, all’olandesità.
Intanto ieri anche il fondo hedge inglese ToscaFund prende una linea simile a Tci nella battaglia che punta a convincere Abn a frazionarsi o mettersi addirittura in vendita. Lo sostiene il Financial Times, citando una affermazione di ToscaFund, secondo cui “è evidente che negli ultimi cinque anni il management di Abn Amro non è riuscito a dare ritorni accettabili”. Sempre sul giornale, ToscaFund prosegue affermando “non riteniamo che Abn Amro debba fare acquisizioni importanti, ma che tutti gli azionisti sarebbero avvantaggiati dalla fusione con un altra grande banca che abbia un track record comprovato nella capacità di creare valore”. Secondo il giornale, ToscaFund possiede oltre l’un per cento di Abn, ma descrive il suo investimento come “passivo”.
Il fondo afferma anche di non muoversi insieme a Tci, ma auspica una risposta costruttiva dalla banca sui modi di accrescere il ritorno per gli azionisti. Tci invia una lettera a Groenink a febbraio, sostenendo che la banca è sottovalutata e che dovrebbe esplorare le idee di una fusione, di una cessione o dello spinoff di alcuni o di tutti i suoi asset.
Tci intende proporre i suoi punti all’assemblea di Abn del prossimo 26 aprile, mentre il fondo pensione olandese Pggm, altro socio della banca dei Paesi Bassi, dichiara di condividere le preoccupazioni Tci sulla strategia dell’istituto, ma non preannucia se sosterrebbe un piano di frazionamento degli asset. Abn per adesso si dice disposta al dialogo, anche con Tci, ma intanto arruola come adviser i quattro colossi esteri.
s. g.