OCCUPAZIONE: DATI POSITIVI MA NON TRAVOLGENTI

4 Marzo 2005, di Redazione Wall Street Italia

*Michele Pezzinga e’ lo strategist di CentroSim. I suoi commenti non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.

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(WSI) – Dati tutto sommato positivi per i mercati, obbligazionario incluso: i posti
di lavoro sono in effetti cresciuti oltre il previsto (262mila unità, contro
le 225mila attese), grazie però al ritorno all’impiego dei lavoratori
dell’auto in temporanea mobilità (e ciò ha determinato i 20mila nuovi posti
del comparto manifatturiero, dai 20mila perduti in gennaio e ancora previsti
in calo per febbraio) e di quelli del settore costruzione (+30mila), rimasti
fermi in gennaio a causa di più sfavorevoli condizioni climatiche (così
afferma il comunicato dell’Ufficio del Lavoro). A ciò va aggiunto anche
l’effetto dei 33mila lavoratori assunti dal Governo.

Il dato normalizzato si
dovrebbe pertanto collocare intorno a 200mila unità, un buon numero (erano
132mila in gennaio e 155mila in dicembre), ma non così travolgente. A fronte
del maggior aumento di posti di lavoro, il tasso di disoccupazione è
comunque risalito dal 5,2 al 5,4%, a causa del reingresso sul mercato di
“lavoratori scoraggiati”: la valenza effettiva di questo segnale è quindi
scarsa, ma sul bond market ogni aumento dei senza impiego ha sempre un
impatto positivo.

Bene anche, sotto il profilo dei timori di inflazione, il
dato sui salari, invariati nel mese e in crescita di un 2,5% circa su base
annua, dal +2,7% di gennaio. Stabili anche le ore lavorate, che il mercato
si attendeva invece, come i salari, in ulteriore, sia pur lieve, crescita.
Riassumendo, dati non così “bearish” (intendendo per “bearish” molto forti
in termini di crescita e tali da far intravedere allarmanti pressioni
inflazionistiche) come all’apparenza, che potrebbero favorire persino un
rimbalzo dell’obbligazionario, con riflessi positivi per le Borse anche sui
comparti difensivi.

(segue l’articolo diffuso da Pezzinga alcune ore prima della publicazione dei dati)

Grande attesa per i dati di occupazione mensile USA, in programma nel
pomeriggio. Come sempre, più che i dati di per sè, è il contesto in cui si
collocano che attribuisce loro particolare importanza: con il bond market
ormai alle prese con la più seria correzione tecnica a partire dalla
scorsa primavera – ma per molti si tratterebbe dell’epocale inversione di
tendenza – l’idea sempre più di consenso è che la crescita USA rimanga
robusta e che l’inflazione, dopo essere stata a lungo compressa dalle
forze della globalizzazione e degli incrementi di produttività, possa ora
rialzare la testa costringendo le Banche Centrali ad attuare una politica
monetaria più restrittiva.

Un balzo dei payrolls, dopo una lunga serie di
risultati deludenti su questo fronte, potrebbe quindi dare credito
all’ipotesi di un riavvio del circuito virtuoso occupazione-reddito
disponibile, che renderebbe più stabile e duratura una ripresa finora
invece fondata sul maggior ricorso al debito e sull’effetto ricchezza
legato al maggior valore delle attività, finanziarie e immobiliari, nel
portafoglio delle famiglie. Il consenso odierno è posizionato su un
aumento degli occupati intorno alle 225mila unità, dalle +146mila
registrate in gennaio, sia pure con un ennesimo calo nel comparto
manifatturiero ed un tasso di disoccupazione fermo al 5,2%; i salari orari
sono visti in ascesa dello 0,2%, come in gennaio, cui corrisponderebbe un
incremento su base annua fermo sul tranquillizzante +2,6%.

E’ ovvio che
sorprese positive sui nuovi occupati, visti da alcuni fin oltre le 300mila
unità, sicuramente innescherebbero un’altra ondata di vendite sui
Treasuries, finendo magari per pesare anche sulle Borse, nonostante
l’emergere di un quadro macroeconomico più solido e promettente. Le
premesse sono però incerte: le richieste di sussidio settimanali in
effetti stanno scendendo in misura significativa – sulla base dell’ultimo
dato settimanale, la media dell’ultimo mese è scesa a 307mila unità, dalle
331mila di gennaio e 338mila dell’ultimo trimestre 2004 – e persino
all’interno dei vari indici congiunturali, per esempio l’indice dei
direttori degli acquisti nell’area servizi comunicato ieri, la componente
occupazione mostra segnali di risveglio; tuttavia, proprio mercoledì
scorso l’indagine Challenger sui licenziamenti annunciati nel mese ha
mostrato per febbraio una risalita del 17% rispetto a gennaio, e nei due
mesi combinati gli oltre 200mila licenziamenti resi noti erano superiori
del 3% rispetto a quelli del primo bimestre 2004.

I sondaggi presso le
imprese mostrano inoltre una scarsa disponibilità ad assumere, mentre il
perdurante boom degli investimenti fissi, in crescita annua di quasi il
20% in questo inizio del 2005, segnala la crescente volontà di sostituire
il lavoro con il capitale, a tutto vantaggio degli aumenti di
produttività. Il pronostico, come del resto il mese scorso (146mila unità
effettive, contro le oltre 190mila attese), non è dunque così scontato.

A proposito di produttività, ieri la revisione dei dati trimestrali USA di
fine 2004 ha fatto emergere una confortante sorpresa: il dato complessivo
è stato rivisto al rialzo dal +0,8% preliminare al +2,1%, e dal +5,6 al
+5,8% nel comparto manifatturiero, a causa di un aumento dell’ouput (già
riflesso dalla revisione al rialzo del PIL) superiore all’aumento delle
retribuzioni orarie. Si tratta di una nuova smentita alle previsioni di
coloro che temevano già la fine del miracolo produttività, un evento,
assieme alla debolezza del dollaro, in cima alle preoccupazioni della
stessa FED per quanto riguarda le potenziali pressioni al rialzo
sull’inflazione.

Quanto alla crescita, se continuiamo ad attribuire agli
aumenti del costo dell’energia una valenza più recessiva che
inflazionistica, i livelli record nuovamente raggiunti dal greggio, e
stavolta anche dai prezzi della benzina negli USA, dovrebbero suonare
qualche serio allarme. La “tassa” energetica sul potere d’acquisto reale
delle famiglie dei Paesi non esportatori di petrolio dovrebbe infatti far
preoccupare per la tenuta congiunturale molto più di quanto l’andamento
divergente dei mercati (i bond sotto pressione, le Borse sempre ben
impostate soprattutto sui comparti più ciclici) non lasci intendere.

L’andamento del petrolio nei prossimi giorni avrà dunque una valenza molto
maggiore dell’interlocutorio dato odierno di occupazione: la conferma di
nuovi massimi potrebbe infatti dare ulteriore sostegno al deciso carico
speculativo che si è tornato a concentrare sui futures dell’energia (le
posizioni lunghe speculative sono di nuovo tornate ai livelli record dello
scorso ottobre), alimentato a breve da fattori climatici, ma a più lungo
termine da una scarsa capacità inutilizzata, almeno per tutto il 2005, cui
fare ricorso a fronte di una domanda in continua crescita e possibili
interruzioni nei flussi di estrazione. Nel breve, però, visto il sentiment
così scosso sull’obbligazionario, qualsiasi sorpresa sul numero degli
occupati potrebbe avere un impatto decisivo sui mercati (da noi sopratutto
sulle utilities, da giorni sotto pressione): occhi aperti alle 14:30,
dunque.

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