OCCASIONE MINIDOLLARO

5 Febbraio 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Un plebiscito contro il dollaro: nove delle dieci maggiori banche europee, interpellate da Borsa&Finanza, condannano la moneta statunitense a un calo più o meno marcato verso l’euro. Altri cinque operatori internazionali confermano, indicando per la fine del 2006 un cambio con baricentro attorno a 1,30. La giuria degli analisti insomma, più che «un’opinione di consenso», ha espresso un verdetto all’unanimità: di condanna del biglietto verde.

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La notizia non è da prendere sottogamba: i soli istituti europei interrogati da B&F messi insieme hanno una capitalizzazione di Borsa superiore ai 500 miliardi di euro. Una potenza di fuoco che basta a dare l’impronta a un mercato. Sull’altro piatto della bilancia c’è però l’esperienza di situazioni analoghe di consensus unanime. Quando tutti gli operatori condividono una tesi, i rischi si moltiplicano: basta un battito d’ala di farfalla non previsto dai mercati a scatenare l’uragano di una fuga generalizzata nella direzione opposta alle previsioni.

L’aria che tira si intuisce già dal fatto che il più ottimista degli esperti sentiti è Manuel Balmaseda del Banco Bilbao, che per un movimento laterale e volatile fra 1,20 e 1,25 fino al 2007. Ossia una stabilizzazione del cambio poco al di sopra dei valori attuali. Per il resto è tutto un coro di cassandre. Si va dall’1,24 pronosticato da Stephen Jen di Morgan Stanley all’1,35 indivicato da Victoria Marklew dell’americana Nothern Trust. Per capire la tesi adottata dalle banche d’affari sul 2006, bisogna prima passare in rassegna gli eventi che hanno portato al rimbalzo del dollaro nel 2005.

In primo luogo il differenziale nei tassi d’interesse: con il rialzo del 14 dicembre 2004, il saggio sui fondi federali superava per la prima volta da anni il tasso base europeo. Da allora i rendimenti Usa sono rimasti maggiori e hanno esercitato un’attrazione crescente sui detentori internazionali di liquidità. Sostenendo il trasferimento dei fondi dall’una all’altra sponda dell’Atlantico. C’è poi da ricordare la crisi delle istituzioni comunitarie della scorsa primavera: la riforma del Patto di Stabilità e il no francese al referendum sulla Costituzione Europea accompagnarono il maggior calo recente della moneta unica.

Infine il cosiddetto scudo fiscale del 2005 che permetteva alle multinazionali Usa di rimpatriare i profitti detenuti all’estero con uno smaccato sgravio d’imposta. Ma con la fine del 2005, ci spiegano gli analisti, in archivio sono finiti anche tutti gli eventi pro-dollaro. «Lo scudo fiscale è alle nostre spalle – dice Niels Christensen di Société Générale – Inoltre il grosso degli afflussi di capitale verso gli Stati Uniti ha avuto per obiettivo i titoli del debito. Le cedole più ricche, unite alla forza mostrata dalla valuta, hanno reso il movimento verso il dollaro quasi irresistibile. Ma i flussi di capitale sono volatili».

BCE E FED, RUOLI INVERTITI. Gli analisti anticipano una virata delle banche centrali di Washington e Francoforte. Per Roberto Mialich di Unicredito, «il mercato ha adottato la tesi secondo cui da qui in avanti la Bce stringerà le maglie della politica monetaria più della Fed, che invece potrebbe addirittura allentare la presa nella seconda parte dell’anno». Insomma, i protagonisti dei cambi pronosticano che la questione del differenziale nei tassi d’interesse passerà in seconda linea nel 2006, e perciò vedono riemergere il tema del deficit Usa come elemento trainante: «Lo squilibrio dei conti esteri è tuttora in proporzioni che non hanno precedenti per gli Stati Uniti – argomenta Alex Patelis di Merrill Lynch – Nel 2005 la seduzione del reddito fisso americano combinato con lo scudo fiscale ha compensato lo squilibrio commerciale. Ma nel 2006, la bilancia dei pagamenti tornerà a fare da innesco per un ribasso del dollaro».

Il tema dei conti esteri che pesano sul dollaro è comune a tutti gli operatori sentiti: «Gli investitori si concentreranno sul disavanzo di Washington», commenta Bob Mckee di Independent Strategy. «Con ogni probabilità la valuta statunitense subirà un ribasso per via del disavanzo», gli fa eco Victoria Marklew di Nothern Trust. L’unica eccezione conferma la regola: «Personalmente – ribatte Tony Norfield di Abn Amro – considero i timori legati al deficit un po’ esagerati. Ma è la tesi prevalente, catalizza l’attenzione dei cambisti e non si può trascurare».

L’OTTIMISTA. L’unica voce fuori dal coro proviene dal Credit Suisse. Un recente studio a firma di Marcus Hettinger prevede un rafforzamento fino a 1,11-1,13. La diagnosi ruota attorno a due osservazioni. Primo, il differenziale dei tassi d’interesse, seppure stabilizzato, è ancora in grado di attirare copiosi capitali esteri. Secondo, le importazioni americane calano perché la locomotiva a stelle e strisce è in leggera frenata. Mentre le esportazioni salgono trainate dalla ripresa in Europa e Asia. Ciò contribuisce a un riequilibrio generale. Appuntamento ai prossimi mesi per sapere chi ha ragione.

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