NYSE E NASDAQ ALL’ESAME DI CHI INVESTE PER LAVORO

26 Ottobre 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – L’S&P500? «Non dovrebbe crollare – risponde Laurea Solei, responsabile team azionari gestioni patrimoniali di Banca Sella- . Possibile, comunque, l’avvio di una fase consolidamento». «Il momento resta positivo – fa da eco Giovanni Vietti, responsabile equity di Allianz Gi Italia Sgr -. Il paniere potrebbe salire del 5-10% entro fine anno». Christian Blaabjerg, chief equity strategist di SaxoBank specifica: «Nel breve periodo dovrebbe andare anche oltre quota 1.121. Poi però, chiusa la stagione delle trimestrali, ritraccerà: discesa verso 1.050 punti».

Insomma, da qui a fine anno gli esperti consultati dal Sole24Ore.com rimangono in generale «ottimisti sulle prospettive della Borsa Usa», come sottolinea Carla Scarano, portfolio manager azionario di Bipiemme gestioni sgr. Forse, «più incerta è la situazione nel 2010, anno in cui il meglio degli stimoli di politica economica sarà alle spalle», dice Marco Piersimoni, Investment advisors di Pictet Fund.

Tuttavia, «l’enorme massa di liquidità immessa nei mercati – aggiunge Giorgio Giovannini, country manager Italia di Henderson Global Investors – è il pilastro fondamentale del rialzo delle Borse fino a fine anno». Tutti d’accordo, quindi? Manco per ridere. Quando, infatti, si discute se l’S&p500 sia più o meno caro, le posizioni divergono. Così come non c’è unanimità sull’affidabilità di fondamentali e multipli aziendali.

Il ritorno ai fondamentali

Dimenticato in fondo ai bilanci e sostituito nelle analisi dal più “favorevole” profitto operativo (le società chiudevano spesso in rosso), l’utile netto è di nuovo al centro dell’attenzione degli esperti. Thomson Reuters ha alzato le stime di consensus sull’Eps del paniere di Wall Street: nel terzo trimestre 2009, il calo rispetto allo stesso periodo del 2008 sarà del 22,6% è non più del 24,6 per cento. In termini assoluti vuol dire un profitto aggregato di 137,7 miliardi di dollari, contro i 177,8 dello scorso anno.

«La spinta al rialzo – scrive Thomson Reuters -è dovuta essenzialmente all’ottima profittabilità del settore finanziario». E qui il dubbio sorge spontaneo: come attribuire rilevanza a un simile dato, visto che le banche fanno gran parte dei profitti grazie al trading e ai derivati, cioè le attività messe sotto accusa nella crisi? «La critica è valida – risponde Scarano -. Tuttavia, anche epurando i dati del settore finanziario le stime rimangono buone». «Nel quarto trimestre – fa da eco Solei – potremmo rivedere la crescita positiva degli earning, seppure attorno all’1 per cento. Un eventuale punto di svolta che, dopo nove quarter negativi, sarebbe molto rilevante».

Già rilevante. Diversi esperti, però, sollevano un’altra obiezione. Le aziende hanno posto in essere drastiche politiche di taglio dei costi, cercando sinergie ovunque: gli utili, spesso, mostrano più la capacità di razionalizzare che una ripresa dell’industria. Guardare solo ai profitti è fuorviante. «È vero – ribadisce Vietti – Il principale fattore positivo è stato il taglio dei costi, cui si aggiunge il calo delle materie prime nell’ultima parte del 2008. Senza, peraltro, dimenticare gli aiuti statali che», per esempio nel settore automobilistico, «sono stati essenziali. Ciò detto, le aziende hanno mostrato una grande capacità di reagire alla crisi: la ripresa dei profitti sembra strutturale».

«E, in qualche caso- dice Scarano -, stiamo vedendo buoni fatturati: gli stimoli alla domanda incominciano a incrementare gli ordini. Tanto che, se fino ad ora, le società quotate sono salite un po’ tutte inidistintamente, di qui in avanti assisteremo alla selezione. Come mostra, peraltro, il crollo del tasso di correlazione».

Insomma, non sarebbe solo razionalizzazione aziendale. «L’impostazione non convince – ribatte Blaabjerg – Gli utili delle società», oltre ai fatturati, «non corrispondono alla realtà economica. In particolare, le banche dovranno affrontare svalutazioni legate ai mutui immobiliari e al credito al consumo». «E poi – si chiede retoricamente Giovannini – quale valore possono avere delle stime sugli utili depurate da quelle del sistema bancario? Abbastanza scarso: il comparto finanziario ha un peso fondamentale sulle borse». Se i meccanismi legati al trading e ai derivati viene meno «l’effetto sui listini sarebbe pesante».

L’indice è sottovalutato (anzi no)

La diversa visione sulla “qualità” degli utili e sulla loro reale consistenza si riflette, anche, rispetto alla valutazione dell’indice. L’S&P500 che, secondo Bloomberg ha un P/e 2009 di 18 (in euro ha guadagnato da aprile il 36%), è caro oppure no? «Non ritengo sia sottovalutato – risponde Scarano – Ma non vedo grossi rischi di un indice che diventa caro. Il multiplo sugli utili operativi dell’anno prossimo, consensus di 75 dollari per azione, è di 14,6, cioè in linea con la media storica che è 16,5». «Il nostro fair value – specifica Vietti – è pari a 1100. Quindi, a questi livelli, il paniere è correttamente valutato». C’è chi non la pensa così: «Bisogna tenere conto – ribatte Blaabjerg – del punto di partenza. Guardiamo alla crescita del Pil Usa; analizziamo bene la dinamica degli utili: come non sostenere che non sia sopravvalutato!» Insomma, le valutazioni sono discordi.

Liquidità, basta la parola

Il che porta a domandarsi: come mai, alla fine, gli analisti rimangono comunque positivi sull’indice da qui a fine anno? La risposta è nella parola magica: liquidità. La massa di denaro immessa nel sistema, attraverso la politica di tassi zero della Fed e il quantitative easing, è in cerca di rendimenti. Con il Treasury decennale che rende il 3,3% lordo «mentre – spiega Scarano – il free cash flow yield dell’indice è pari al 5%», il mercato azionario è appetibile. «L’easy money – conferma Blaabjerg – è il vero motore del rally. E lo sarà fino alla fine dell’anno».

Semmai, il problema è quando le banche centrali inizieranno l’exit strategy: «Se lo si fa troppo in fretta – dice Giovannini – il rischio è di togliere ossigeno al sistema; se lo si fa tardi si “droga” eccesivamente la Borsa con il rischio di un’altra bolla». Che, peraltro, sarà difficile affrontare perché le armi a disposizione degli istituti centrali e degli stati (già schiacciati dal maggiore debito pubblico dopo gli interventi anti-crisi) rischiano di esaurirsi.

«Trend is you friend»

Al di là della cause del rally, seppure gli esperti non lo dicono espressamente, l’impressione è che in questo momento vada di moda l’adagio: “Trend is your friend”, segui il trend. Come dire, insomma: fondamentali, o non fondamentali, gli ordini d’acquisto ci sono e io mi accodo. Già, ma su quali settori? ««Tra i comparti preferiti -risponde Piersimoni- ci potrebbero essere discrete possibilità per le tecnologie.

Le valutazioni attuali sono ragionevoli e lo stato di salute delle società è piuttosto buono, come dimostrato dai recenti dati di alcuni giganti dell’informatica. Peraltro, il crollo degli investimenti in strutture e macchinari vedrà la rispresa del settore hi-tech in anticipo rispetto a quello di altri comparti». Una tesi sui cui sembra concordare Cormac Weldom, head of Us equity di Threadneedle: «Vediamo bene la tecnologia dove la valutazioni sono basse e alcune aziende hanno ottime prospettive».

(L’articolo non costituisce in alcun modo sollecitazione del risparmio o all’investimento)

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