NOVE MILIARDI E SPICCIOLI PER ANDARE AL VOTO?

25 Novembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Dunque, l’accordo sulle tasse c’è. Tra stangata sulle sigarette, stop a contratto e turnover degli statali, tagli alla Difesa, proroga del condono fiscale, e altre minuzie, il maxiemendamento provvisorio prevede tagli per 9,7 miliardi. E se «i tecnici non si mettono di traverso» – dice Calderoli – il maxiemendamento arriverà al Senato ben prima del 28 novembre, data ultima sancita da Pera.

Ovviamente, il riferimento ai tecnici è politicamente chiarissimo: trattasi di Grilli e – principalmente – Siniscalco, negli ultimi giorni persino maltrattato dai vari Brunetta del centrodestra. Fino all’ultimo il ministro dell’Economia ha infatti tentato di opporsi de visu a Berlusconi, a Palazzo Grazioli, non solo per sé ma anche a nome di ambienti quirinalizi: «Così com’è, Ciampi non controfirma», ha avvisato Siniscalco.

Non va infatti dimenticato che in caso di mancata copertura il capo dello Stato ha il diritto-dovere di non promulgare la legge di bilancio. E il «sì» del Colle non è affato scontato, anche se Berlusconi ha replicato così: «Le coperture ci sono, le abbiamo trovate noi. Perché invece i tuoi uomini non hanno voluto trovarle?». Controreplica: «Non le ho trovate io, non i miei uomini. E sai perché? Così era troppo facile». Alla fine, però, Siniscalco «non s’è messo di traverso», anche perché lasciato solo da Fini e Follini. Già. Ma perché i due hanno praticamente fatto retromarcia? E come è possibile che fino a una settimana fa i miliardi da cercare erano 6 e non si trovavano, mentre sui quasi 10 di oggi quasi non si discute più? Veri e propri misteri, spiegabili per due diverse vie.

Il primo è il più semplice. Fini e Follini temevano che dal muro contro muro con Berlusconi sarebbero usciti sconfitti. Il premier poteva davvero andare alle elezioni da solo, con quella Fed del centrodestra di cui abbiamo anticipato ieri la composizione (Forza Italia più Lega più Nuovo Psi più repubblicani più un movimento guidato da Tremonti, pronto a intercettare gli scontenti delle banche e i sostenitori della riduzione fiscale). Elezioni che senza Berlusconi An non può rischiare, almeno finché Fini non sarà uscito dal recinto della destra tout court per entrare nella famiglia del Ppe.

Senza il vicepremier, Follini sarebbe finito nella solitudine opposta. E provocare la crisi di governo, per una forza moderata come l’Udc, sarebbe stato elettoralmente pericolosissimo. Storicamente, in Italia, è così. Inoltre, i centristi ragionano in un’ottica bipolare. Col centrosinistra non vogliono andare, e quindi sarebbero rimasti soli fino in fondo.

Dall’analisi di queste debolezze Berlusconi è partito lancia in resta, chiedendo il massimo, 9,7 miliardi di copertura. Se li ottiene, bene. Sennò potrebbe anche bastargli la cifra di sempre: più o meno 6 miliardi(la stessa sulla quale ha insistito ieri La Russa, magari per recuperare alla causa il contratto per gli statali. Mentre Follini lascia fare perché adesso la faccia sulla copertura ce la mette Siniscalco, mica l’Udc).

Ma è la seconda spiegazione al «mistero dei miliardi» quella più affascinante. Sia chiaro: non è una boutade, trattasi di strategia ampiamente discussa anche da Berlusconi a Palazzo Chigi, pure se potrebbe non trovare applicazione concreta. La premessa è la stessa. Il Cavaliere ha spaventato Fini e Follini, e quindi la riforma fiscale è cosa fatta.

Allo stesso tempo, come gli ha ricordato ieri lo stesso Siniscalco, il premier sarebbe consapevole che dopo le regionali della primavera 2005 – conti attuali alla mano, se Ciampi glieli avalla – sarà costretto a una manovra correttiva, elettoralmente distruttiva ad appena un anno dalle politiche. Peraltro le stesse regionali si annunciano assai difficili per la Cdl, mentre entro l’estate del 2006 Prodi avrà recuperato quel rapporto diretto con il paese che ancora gli manca. Né si può dire che il Professore abbia adesso in dote un simbolo riconoscibile: l’Alleanza è stata sancita da un paio di giorni appena. In un anno e mezzo sarà invece identificabile.

Tutte analisi, queste, finite sulla scrivania di Berlusconi. Cosa può dunque fare il Cavaliere per evitare una sconfitta sulla carta inevitabile per il 2006? Semplice: anticipare al 2005 le politiche, legandole alle regionali. Siccome però aprile arriva troppo presto per far godere i cittadini dei vantaggi fiscali, tutto il blocco elettorale verrebbe spostato a giugno (peraltro, per le regionali è cosa di cui si parla da tempo, poiché in estate si vota anche per circa 800 comuni). Parte dei 3,7 miliardi in più si spiegherebbero anche con la necessità di distribuire al paese il «bottino di guerra» che tutti i governi conservano per fine legislatura.

Last but not the least, Fini e Follini sarebbero costretti a ricompattarsi con il premier e la «sua» possibile Fed: che alternativa avrebbero? D’altronde l’intervista di Sandro Bondi ieri al Giornale era abbastanza chiara. Il coordinatore azzurro ha annunciato il «tax day» per l’11 dicembre a Venezia. Se non è campagna elettorale questa…

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