Non è il downgrade che conta. Ecco perché il rating sugli Usa è irrilevante

29 Luglio 2011, di Redazione Wall Street Italia
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New York – Quello che sta succedendo in questi giorni fa parte degli incubi peggiori degli investitori di tutto il mondo: il rischio che gli Stati Uniti non riescano a onorare i loro debiti, per la prima volta nella storia. Se questo scenario dovesse verificarsi, diventerebbe più oneroso per il governo prendere a prestito: e la conseguenza sarebbe un deterioramento del deficit. Gli interessi su tutti i tipi di prestiti collegati ai Treasury, come carte di credito e mutui, aumenterebbero e andrebbero a pesare sulla crescita dell’economia.

Ma il downgrade di cui tanto parlano le ‘Big Three’ del rating (le agenzie americane, Moody’s, Fitch e Standard & Poor’s) avrà gli effetti tanto temuti nel mercato?

Anche se il Congresso e il Presidente riuscissero ad evitare il default, ma non riuscissero comunque a ridurre in maniera decisa il deficit, queste tre società potrebbero agire, come hanno già minacciato di fare, tagliando il rating sul debito sovrano, al momento pari alla tripla ‘AAA’.

Ad esempio Standard & Poor’s, ha indicato che un piano che prevede un taglio del deficit inferiore a $4 trilioni nei prossimi 10 anni implicherebbe la perdita della valutazuione AAA. E diversi esperti hanno già espresso la loro opinione sugli effetti devastanti che un rating minore avrebbe sul futuro degli Stati Uniti, ma non solo. Una valutazione minore mettere ovviamente in dubbio il merito creditizio degli Stati Uniti, e l’effetto più naturale sarebbe un rialzo dei rendimenti, ovvero dei costi di finanziamento.

Ma questo scenario, tanto spettrale, si realizzerà sul serio? Interessante l’editoriale di Thomas M. Beck, riportato da Politico.
Due sono i punti cruciali che spiegano come alla fine un downgrade non si tramuterebbe in un caos totale per l’economia americaba.

Prima di tutto, il rating AAA agli Usa ha del ridicolo. Basta guardare a chi sono le società che danno questo giudizio, le stesse che hanno facilitato l’avvento della crisi dei sub-prime, praticamente regalando il loro benestare sugli strumenti finanziari sui mutui e scatenando una vera e propria bolla sul mercato immobiliare.

Ma, lasciando perdere anche il coinvolgimento nella debacle del settore immobiliare Usa, quanto è necessario sottolineare è che le agenzie di rating più importanti hanno trattato per anni i bond americani come se fossero oro, “ben sapendo che Washington era andata a cacciarsi in un colossale schema di Ponzi“. L’America è stata capace di ripagare il debito esistente solo accollandosi altri debiti, peraltro maggiori, e lo stesso rimborso dei nuovi debiti è stato reso possibile con ulteriori indebitamenti. Questo appena descritto è il primo elemento che rende meno allarmante un eventuale downgrade sul rating degli Stati Uniti.

Secondo, parlando sempre del caso Usa, la valutazione sul debito che arriva da una terza parte è superflua. Il rating serve infatti come supporto alle ricerche ed analisi di ogni investitore, sul merito di credito di chi prende a prestito. Se questo ha senso per la società X o per il comune Y – in quanto l’investitore vorrà conoscere il rating di queste aziende -, nel caso degli Stati Uniti l’apposizione di un rating sul debito è quasi inutile, visto che la gestione penosa dei conti pubblici da parte del governo americano è chiaramente sotto gli occhi di tutti. Tutti i dati disponibili sono completi e facilmente accessibili da diversi anni.

Tutti sanno che ormai da anni che la spesa degli Stati Uniti supera le entrate, e che il paese riesce a ripagare i suoi debiti solo andando ad indebitarsi sempre più pesantemente. Dunque quale è il valore aggiunto delle società di rating?

Se il tetto del debito verrà alzato come conseguenza di un accordo di breve, gli investitori sapranno esattamente quello che sapevano già 6 mesi, 1 anno o 5 anni fa: gli Stati Uniti ripagheranno i loro creditori indebitandosi ulteriormente. E non c’è bisogno di un’agenzia di rating per affermare questo.

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