NO ALLA GUERRA,
PERCHE’

15 Febbraio 2003, di Redazione Wall Street Italia

C’è una zona buia e pericolosa che – in questa vigilia tormentata – lega la parola America alla parola guerra. Occorre allontanare quel buio e allontanare l’una dall’altra le due parole, guerra e America.

O almeno, questo è il tentativo ostinato e appassionato di chi si sente vicino all’America e sa che ad essa deve molto, non solo nella vita personale, ma anche nella sua esistenza di cittadino libero in un mondo di diritti umani e di diritti civili.

Il fatto è che in questi giorni, in queste ore, un cambiamento di visione e di percezione politica nell’America di George W. Bush (qualcuno dice: l’improvviso nascere di una ideologia) ha prodotto una sovrapposizione, quasi una identificazione fra le due parole, guerra e America.

Per capire torniamo all’evento troppo spesso dimenticato di questa storia, l’11 settembre del 2001. È un giorno che ha segnato per sempre l’America. Ma era fatale, era inevitabile, o – come dicono i collaboratori e sostenitori di Bush – era necessario che il cambiamento arrivasse qui, sull’orlo di una guerra di scala mondiale destinata a non finire?

Tornando con la memoria a quel giorno, il problema per tanti di noi, in Europa, è di non riuscire a vedere, a capire ciò che è successo.

Possiamo nominare un solo Paese, più o meno generoso, più o meno ricco, più o meno potente, che non sarebbe entrato in una fase durissima di riesame della propria identità e della propria esistenza, in un drammatico interrogatorio, prima di se stesso e poi del mondo, dopo un simile evento, per mettere almeno un po’ d’ordine nel caos spaventoso di quella mattina?

È sbagliato, è ingiusto dire: il mondo ha avuto tanti morti, non si vede perché quelli americani, con tutto il compianto, debbano valere di più. Dire questo vuol dire non sapere che l’11 settembre è stata un’immensa tragedia, non solo le vittime (più di tremila) ma il modo, il luogo, il tempo.

Che cosa è accaduto? È accaduto che qualcuno ha consegnato agli americani un messaggio che dice: vi vogliamo tutti morti. Tutti chi? Tutti quelli che si possono uccidere, ogni volta che è possibile. Un annuncio di sterminio.

Il gesto di Manhattan riproduce ciò che è accaduto e accade in Israele quando l’uomo, o il ragazzo, o la adolescente-bomba si fanno esplodere per fare morire. Come è possibile che sfugga il senso di questo modo di morire? Vuol dire: morire tutti, morire per sempre. Vuol dire dichiarazione di sterminio.

Il limite della guerra tradizionale, per quanto orrenda è stato distrutto per farci entrare in un paesaggio in cui tutto è guerra e tutti sono vittime. In un «per sempre» che è arbitrariamente definito da volontà sconosciute. Si può trattare, e a che tavolo, la fine di una simile cosa, che non è più la guerra, ma un progetto di morte senza limiti e senza confini?

Dico queste cose per cercare di capire che cosa hanno visto intorno e sé i newyorkesi, gli americani, quel giorno.

È iniziato un cammino immensamente difficile. I cittadini si sono raccolti nel privato, nelle chiese, nelle scuole, nei rapporti fra esseri umani nel tentativo di decifrare l’annuncio di uno strano stato di guerra.

Nel governo è iniziato un lavoro febbrile. E solo alla fine gli americani hanno visto e noi abbiamo visto, la conseguenza del tragico evento di Manhattan.

Ha portato all’accettazione e certificazione dello stato di guerra. Ha portato ad accettare l’idea del mondo come cosa distruttibile a seconda della potenza o della destrezza, dell’inganno o del peso che puoi esercitare, ha proposto l’immagine di una esistenza da martiri e da martirizzati (o loro o noi, dipende da chi arriva con più forza in un dato momento).

Perché chi si sente vicino all’America si ribella a questa visione? Perché questa visione (che è la dottrina di guerra preventiva di George W. Bush) consacra l’America nel ruolo di nemico da distruggere ovunque sia possibile, dal momento che sceglie come difesa di distruggere chiunque venga indicato (o designato) come nemico dovunque sia possibile.

È vero che c’è un rapporto causa-effetto fra la posizione (e il gesto orrendo) del terrorismo, e il progetto di guerra sempre e dovunque, come risposta.

Ma se non si recide quel rapporto, lo stato di emergenza distruttiva è destinato ad essere senza fine. Invece del lavoro immenso, sia psicologico che politico, per cancellare il trauma dell’11 settembre e le maledette circostanze che lo hanno fatto accadere, la decisione sembra essere: 11 settembre sempre. Solo che toccherà ad altri. E se toccherà di nuovo a noi, noi siamo pronti.

* * *

Che senso hanno le immagini che vediamo in questi giorni sulle prime pagine dei giornali americani e in televisione e che ci mostrano soldati e poliziotti americani armati nelle strade di Manhattan? Che senso hanno i carri armati intorno all’aeroporto di Heathrow, a Londra, e le postazioni contraeree a Washington?

Infinite storie e film sui serial killer hanno mostrato che non ha nessun senso aspettare l’assassino nello stesso punto in cui ha già colpito. Il problema è immenso, è il problema del mondo. Si può lavorare col mondo (in ogni luogo c’è una cellula folle di terrorismo) non contro il mondo, per la ricerca frenetica del serial killer, prima che uccida di nuovo.

La contrapposizione Occidente-Islam che sembra apparire alle spalle della logica di guerra che adesso toglie il respiro a tutti, in America, in Europa, nel mondo, ha ben poco senso. La migliore cultura americana, le sue università, le sue informazioni, ci hanno detto che quella divisione non corrisponde a nulla.

Mezzo Occidente è contro qualcosa dell’Occidente, mezzo Islam (e forse molto di più) ha orrore dei messaggi impazziti di Osama Bin Laden o di chi presume di rappresentarlo. Il governo iracheno è un pessimo soggetto della vita nazionale di quel Paese, del Medio Oriente e del mondo, identico ad altri pessimi soggetti che si aggirano per il mondo e che vengono nutriti dalla guerra e isolati dalla pace.

Il nutrimento di Saddam Hussein è lo stato di guerra. Se la pace si diffonde intorno a lui, a cominciare dalla pace intorno a Israele (che può solo essere la pace che Rabin e Barak avevano proposto ad Arafat: due Stati, confini certi, rispetto reciproco, accettazione reciproca, convivenza), Saddam Hussein e il suo regime di sangue sono finiti.

Un fondamentalismo cieco, che non fa distinzioni e non vuole sapere nulla delle condizioni e delle sofferenze reali del mondo, ha colpito l’America l’11 settembre.

Chi ama quel Paese (perché ama la libertà e ricorda tutto del modo in cui è nata la nostra libertà) non può desiderare e neppure capire che la risposta sia fondamentalista: «tutto il male» in un punto del mondo, rispondere alla pena patita, satana contro satana, ferro e fuoco contro ferro e fuoco.

L’errore non è una tragedia da cui tanti saranno travolti nell’area di questa guerra per un mese o per un anno. L’errore è per sempre. Perché manca – per questa guerra – una definizione di area e una definizione di tempo.

Il luogo è dovunque, il tempo è sempre, in una situazione di militarizzazione perenne di tutti (si pensi alle istruzioni di protezione e sopravvivenza impartite giovedì ai cittadini americani) che finirà per travolgere in modo ingiusto un numero immenso di innocenti. È un percorso che non concepisce più estranei al conflitto.

La guerra è di tutti, per tutti, con tutti, contro tutti. Si arriva a questa guerra attraverso una serie di errori logici, pragmatici e pratici prima ancora di arrivare al grande dibattito morale sulla pace, e al tema della possibile guerra giusta.

Giusta è la difesa di tutti noi cittadini del mondo, dal pericolo del terrorismo. Ingiusto è pensare che facendoci tutti soldati, ogni americano e ogni altro cittadino del mondo, saremo un po’ più al sicuro.

I più sofisticati sistemi di «intelligence» del mondo (inglesi e americani) dovrebbero dire e ripetere ad alta voce ai loro governanti che il terrorismo è altra cosa. Quando è ricco, il terrorismo è immensamente più agile degli eserciti. Ma persino se è povero gli basta una faccia anonima e una valigia, dovunque, nel mondo, possibilmente lontano dai momenti di «allarme arancio» e «allarme rosso».

Il terrorismo è una serie diffusa di cellule malate e di focolai di infezione che vanno fronteggiati con una grande politica, una grande diplomazia, una intelligentissima «intelligence», che parte da condizioni reali per risalire a una teoria, piuttosto che partire da una teoria già consolidata e formata in stanze lontane, per «trovare le prove».

È sbagliato, è ingiusto, attribuire a questa America, spinta dal suo governo in un perenne stato di guerra, odiosi secondi fini.
No, il petrolio è una causa antica e modesta.

Il volto tragico del momento è dato dalla persuasione sbagliata che il terrorismo sia un esercito compatto da incalzare e distruggere prima in un luogo poi in un altro poi in altri ancora, come se questa visione avesse senso. Fra qualche anno il mondo intero, insieme all’America, dirà il suo stupore per le ore che stiamo vivendo.

Ma in queste ore tutto va detto e tutto va tentato, specialmente da chi si sente e si è sentito negli anni vicino all’America, per scongiurare una guerra che rischia di essere senza esito e senza fine.

L’odio è la vera arma batteriologica che si deve disattivare subito. Invece si commette l’errore di farlo crescere.

È tipico degli spiriti pratici affermare che coloro che stanno dalla parte della pace sono imprudenti. Con la loro utopia espongono e si espongono al pericolo. Questa volta è vero il contrario. La guerra di Bush è l’utopia di un dominio impossibile del ferro e del fuoco su un mondo avvelenato.

Disperatamente la maggior parte degli amici, dei Paesi, degli alleati, delle più diverse militanze politiche e delle religioni del mondo lo stanno avvertendo: questa guerra è colpire a vuoto (anche se ci saranno alcuni colpevoli fra i milioni di innocenti) e scavare un pozzo di odio senza fondo destinato a replicare all’infinito il male che si vuole distruggere.

Questa volta utopia è la guerra e realismo è il rifiuto della guerra con ogni mezzo. Questa volta gli alleati e gli amici degli americani vogliono e chiedono la pace per salvarli e salvarci da un futuro di infinite vendette. Soltanto i finti amici si sono già seduti davanti al televisore pronti a fare il tifo per missili e bombe.

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