“No agli stipendi d’oro della casta”: referendum rischia di saltare

16 Luglio 2012, di Redazione Wall Street Italia
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Roma – Sui social network sta diventando uno dei post più virali. Un referendum contro la casta, “che i politici stanno boicottando” e del quale “i giornali non parlano perché sotto ricatto”. A molti è sembrato uno scherzo di metà luglio, periodo di magra dell’informazione politica italiana. Ma sembra tutto vero.

Un referendum anti-casta, forse. Insomma, un referendum di cui nessuno parla perché altrimenti “la casta trema”. Un voto che “taglia gli stipendi d’oro dei parlamentari”. Sui social network, si sa, non c’è miglior messaggio virale di questo: “politici ricchi e corrotti, ora ve la facciamo vedere noi”. Così decine – o forse centinaia – di migliaia di utenti Facebook hanno condiviso sulla propria bacheca un’immagine che ricordava loro che colpire la casta si può. Basta recarsi al proprio comune di appartenenza e mettere una firma. “Finora abbiamo raccolto 200mila firma, ne servono altre 300mila entro il 26 luglio”, spiegano gli organizzatori. Eppure molti si sono recati davvero al proprio comune ricevendo un’unica risposta: “noi non ne sappiamo nulla”. Ma non si tratta di un bluff. Piuttosto sembra che l’intoppo riguardi problemi organizzativi dei promotori (che si raggruppano intorno ad un fantomatico partito politico dal nome “Unione popolare”). Infatti, nonostante manchino solo dieci giorni alla scadenza del deposito delle firme, non sono stati ancora in grado di dare adeguata copertura alla raccolta.

Abolire gli stipendi dei parlamentari? No, solo la diaria. Ma questo è solo l’ultimo dei problemi di questo strano referendum. In primo luogo ciò che si dice su Facebook non rispecchia realmente la portata del quesito. Infatti, un referendum che chiedesse l’abolizione dello stipendio dei parlamentari risulterebbe incostituzionale. E a quanto pare gli organizzatori su questo sembrano abbastanza informati. Così, il quesito chiede l’abolizione dell’articolo 2 della legge 1261 del 1965 che stabilisce una diaria per i giorni trascorsi a Roma dai parlamentari durante i lavori di Camera e Senato. Circa 3.500 euro al mese per ogni deputato e senatore, per un risparmio annuo di 50 milioni di euro. Certo, a chi fa notare che il risparmio è inferiore al costo dello stesso voto, gli organizzatori rispondono che si tratta di una questione di principio, un messaggio chiaro da lanciare alla casta in un periodo di ristrettezze economiche.

Inammissibile, per un errore (grossolano). Se in questo modo il referendum è inattaccabile sotto il profilo costituzionale (anche se si è scelta di conseguenza una linea più “morbida” rispetto alle aspettative), non può essere accolto, non per il quesito, ma in base ai tempi di raccolta delle firme. Infatti, l’articolo 31 della legge n. 352 del 25 maggio 1970 stabilisce che “Non può essere depositata richiesta di referendum nell’anno anteriore alla scadenza di una delle due Camere e nei sei mesi successivi alla data di convocazione dei comizi elettorali per l’elezione di una delle Camere medesime”. Poiché si voterà, per scadenza naturale, nel 2013, nel 2012 (anno antecedente a quello del voto) non si può depositare richiesta di referendum. Così, le firme finora raccolte andranno al macero per un errore evidente di chi, forse per farsi pubblicità, è stato poco attento alle varie norme referendarie. Tuttavia, qualcuno meno sprovveduto riuscirà un giorno a far votare i cittadini sullo stipendio dei propri parlamentari, ma non sarà questo il caso.

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