NICOLA ROSSI: FOSSERO TUTTI COME LUI

4 Gennaio 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
“Sinistra liberale, un sogno già finito?”.
Il titolo dell’intervento dell’economista
ds, Nicola Rossi, pubblicato sul Corriere della
Sera lo scorso ottobre, aveva allarmato i
piani alti della Quercia. Ma più del titolo a
preoccupare i vertici del partito guidato da
Piero Fassino erano stati i giudizi sulla Finanziaria
solo redistributiva e non di crescita,
e sullo stato della sinistra che non aveva
scelto la strada riformista. Nessuno però in
via Nazionale paventava un distacco dell’economista
liberal dalla Quercia.

Invece con
una lettera a Fassino l’economista non ha
rinnovato l’iscrizione ai Ds: “Nulla di traumatico
– scrive – ma semplicemente la constatazione
che il rapporto tra me e i Ds è oggi
più che altro improntato se non a una sostanziale
estraneità quanto meno a un’evidente
distanza. Distanza di cui è forse arrivato
il momento di prendere anche formalmente
atto”. Fassino lo invita a ripensarci per
“continuare a essere un dirigente stimato e
autorevole dei Ds”, aggiungendo che “in nessun momento le posizioni di Nicola Rossi ci
hanno creato imbarazzo”.

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La decisione di lasciare la Quercia, restando
nel gruppo dell’Ulivo alla Camera, era
presa da giorni. A incidere in maniera non
secondaria nell’addio ci sarebbero state anche
le contestazioni che Rossi ha subito nel
corso delle assemblee pubbliche di Confcommercio
e Federmanager per discutere
della Finanziaria, come unico rappresentante
dell’Unione presente. “Ho assistito a una
situazione paradossale – ricorda Bruno Tabacci
dell’Udc – l’esponente della maggioranza
che più aveva sollevato rilievi sulla
legge di bilancio veniva criticato sulla base
di posizioni riformiste che lui condivideva”.

Così l’economista 55enne laureato in Giurisprudenza,
dottorato alla London School of
Economics, poi al servizio studi di Bankitalia,
quindi al Fondo monetario, e cattedra di
Economia politica a Tor Vergata a Roma, torna
a essere un senza partito come lo è stato
per 45 anni.

“Lo capisco, ma è un peccato, le battaglie
si fanno dall’interno, anche se lo dice
uno che spesso si è dimesso…”, spiega al
Foglio l’economista Francesco Giavazzi, che
come editorialista del Corriere ha più volte
apprezzato le proposte di Rossi: “Continuo a
pensare che la sinistra possa essere liberale
anche in Italia, ma questa possibilità dopo la
decisione di Rossi è più debole”.

Le motivazioni che hanno condotto l’economista a uscire
dalla Quercia raccolgono consensi nel suo
stesso ex partito. Dice il deputato Giuseppe
Caldarola: “Il mio disagio è lo stesso di Nicola.
Per ora condivido il giudizio sul partito,
ma, per ora, non la scelta perché aspetto la
battaglia congressuale”. Sulla stessa lunghezza
d’onda pare Umberto Ranieri, presidente
della commissione Esteri della Camera:
“Mi auguro che i Ds riflettano sui problemi
politici e di funzionamento del partito
che hanno condotto Rossi a queste decisioni”.

Considerazioni non propriamente collimanti
con quelle di Fassino, che sposta l’attenzione
sul governo: “C’è una ragione in più
del mio rammarico: Rossi sa quanto me che
una politica di riforme deve fare i conti con
ostacoli e resistenze, certamente non addebitabili
ai Ds”.

Dice al Foglio Daniele Capezzone,
presidente della commissione Attività
produttive della Camera, che con Rossi, Tabacci
e Paolo Messa di Formiche ha dato vita
al tavolo dei volenterosi per le riforme: “Il
problema non è dei contenitori, ossia dei
partiti, ma dei contenuti. Parliamo di quelli.
Noi siamo per la riforma della previdenza, le
liberalizzazioni, la modernizzazione della
pubblica amministrazione. Ossia di alcuni
temi presenti nel Dpef ma non contemplati
dalla Finanziaria. Ne parleremo il 29 gennaio
a Milano”. Con l’ex ds Rossi capofila?
“Ho appena invitato l’amico Nicola, ora che
è libero da vincoli di partito, di concentrare
energie e tempo per capeggiare le iniziative”,
risponde Tabacci. “Non vogliamo costruire
nessun nuovo movimento, solo fornire
del buon software programmatico a governo
e Parlamento”, spiega Capezzone.

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