Wall Street paga ancora lotta Fed contro inflazione. Tassi Usa: ecco di quanto saranno alzati ancora. I tagli si allontano

22 Settembre 2022, di Redazione Wall Street Italia

Wall Street in ribasso, all’indomani dell’ennesimo maxi rialzo dei tassi da parte della Fed di Jerome Powell, pari a +75 punti base per la terza volta consecutiva.

Obiettivo confermato ieri da Powell: andare avanti nel percorso delle strette monetarie, al fine di riportare l’inflazione Usa al target del 2% (viaggia ora al ritmo superiore all’8%, in base a quanto emerge dall’indice dei prezzi al consumo).

Alle 15.40 circa ora italiana, il Dow Jones perde più di 110 punti (-0,36%); lo S&P 500 scende dello 0,54%, mentre il Nasdaq Composite arretra dello 0,82%.

La Federal Reserve ha alzato i tassi nel range compreso tra il 3% e il 3,25%, al record dal 2008. Occhio al dot plot, la tabella che riassume le proiezioni sulla direzione dei tassi degli esponenti del Fomc, il braccio di politica monetaria della Fed.

Dal documento emerge che i funzionari puntano su nuovi rialzi dei tassi fino a raggiungere il tasso terminale del 4,6%, nel 2023, prevedendo per la fine del 2022 tassi in crescita al 4,4%.

Powell & Co si appresterebbero dunque ad alzare i tassi di +100-125 punti base entro la fine del 2022, nelle due riunioni rimanenti del Fomc.

Sempre dal dot plot sono emersi fino a tre tagli dei tassi nel 2024 e altri quattro nel 2025, che porterebbero i tassi di più lungo periodo a scendere a un valore mediano pari al 2,9%.

“Il mio messaggio principale non è cambiato da Jackson Hole – ha detto Powell, nella conferenza stampa che ha seguito l’annuncio sui tassi Usa – Il Fomc è fortemente determinato a riportare l’inflazione al 2%, continueremo fino a quando il lavoro non sarà completato”.

“Dobbiamo lasciarci alle spalle l’inflazione. Vorrei che ci fosse un modo meno doloroso per farlo. Non c’è”, ha ammesso il presidente della banca centrale Usa.

Oggi giornata in cui a essere protagoniste sono state proprio le banche centrali.

La Bank of Japan di Haruhiko Kuroda continua a confermarsi mosca bianca tra le banche centrali di molte altre economie, impegnate a scongiurare e a domare nuove fiammate dell’inflazione. Oggi la BOJ ha confermato i tassi di interesse di riferimento al livello minimo di sempre, ovvero al -0,1%, il che significa che la politica monetaria made in Japan si basa ancora sullo strumento dei tassi negativi, a cui la Bce di Christine Lagarde ha ormai rinunciato con le sue strette monetarie.

E’ finita invece l’era dei tassi negativi in Svizzera, dove la Swiss National Bank (SNB) ha alzato i tassi di interesse di riferimento allo 0,5%, con un aumento di 75 punti base.
L’inflazione in Svizzera è attualmente sui massimi da tre decenni, essendo salita al 3,5% il mese scorso.

Oggi è arrivato anche l’annuncio della Bank of England, che ha comunicato di aver alzato il tasso principale di riferimento del Regno Unito di 50 punti base, meno della stretta di 75 punti attesa da diversi trader, al 2,25% dall’1,75% precedente. La stretta monetaria è stata la settima consecutiva e ha portato i tassi al record degli ultimi 14 anni, ovvero dal 2008.

La Bank of England ha annunciato oggi di ritenere che il Regno Unito sia già in recessione.

Ieri il Dow Jones Industrial Average è scivolato di 522 punti (-1,70%), dopo essere balzato di oltre 300 punti nei suoi massimi intraday; lo S&P 500 ha perso l’1,71%, il Nasdaq Composite è sceso dell’1,79%.

Le prospettive di una Fed che tollera più la recessione che l’inflazione infiammano di nuovo i tassi dei Treasuries Usa:

quelli a due anni, più sensibili alle decisioni di politica monetaria della Fed, sono scattati fino al 4,132%, al record dall’ottobre del 2007, per poi fare un lieve dietrofront (in rialzo comunque di quasi 10 punti base), al 4,092%.

I tassi dei Treasuries a 10 anni sono volati nelle ultime ore fino al 3,64%, al record dal febbraio del 2011.

Lo spread tra i tassi dei Treasuries a 10 anni e tassi a due anni si è allargato ulteriormente fino a 56,8 punti base, a conferma dell’ulteriore inversione della curva dei rendimento, fenomeno che, secondo molti economisti, anticipa l’arrivo di una recessione.