Wall Street futures in rialzo snobbano JP Morgan e inflazione. In rally Delta Airlines post trimestrale

13 Aprile 2022, di Redazione Wall Street Italia

Futures Usa positivi, nonostante la delusione arrivata con la pubblicazione dei risultati di bilancio di JP Morgan, il cui titolo in premercato cede più dell’1%. Alle 14 circa ora italiana, i futures sul Dow Jones salgono dello 0,30%, quelli sullo S&P 500 avanzano dello 0,36%, quelli sul Nasdaq aumentano dello 0,50%.

La banca numero uno degli Stati Uniti per valore degli asset ha reso noto che, nel primo trimestre del 2022, l’eps è calato in modo significativo come aveva previsto il consensus, a un ritmo anche più forte, scendendo a $2,63 rispetto ai $4,50 del primo trimestre del 2021, al di sotto dei $2,72 per azione stimati dagli economisti.

Anche il fatturato è sceso, attestandosi a $30,717 miliardi, pressocché in linea con le stime del consensus pari a $30,59 miliardi, rispetto ai $32,27 miliardi del primo trimestre dell’anno scorso.

“Rimaniamo ottimisti sull’economia, almeno nel breve termine. I bilanci delle famiglie e delle aziende così come le spese per consumi rimangono in buone condizioni di salute. Ma intravediamo diverse sfide dal fronte economico e geopolitico, a causa dell’elevata inflazione, dei problemi delle catene di approviggionamento e della guerra in Ucraina”, ha commentato il ceo Jamie Dimon.

La banca ha annunciato anche che il cda ha approvato una operazione di buyback azionario da 30 miliardi di dollari.

I mercati guardano alle altre trimestrali diffuse dalla Corporate America: come quella della compagnia aerea Delta Air Lines, il cui titolo vola di oltre il 6% guardando alla perdita trimestrale inferiore alle attese riportata dal gruppo. Delta ha anche annunciato che, per la prima volta e nel mese di marzo, il fatturato mensile si è confermato superiore ai livelli precedenti la pandemia Covid-19 per la prima volta.

Trimestrale migliore delle attese anche per BlackRock (il cui titolo riporta tuttavia un trend poco mosso).

Il gruppo guidato da Larry Fink ha chiuso il primo trimestre del 2022 con un utile netto di 1,44 miliardi di dollari, ossia 9,35 dollari ad azione, contro 1,2 miliardi di profitti, ossia 7,77 dollari, di un anno fa. L’utile per azione (Eps) rettificato si è attestato a 9,52 dollari contro i 8,04 dollari registrati nel primo trimestre del 2021. Nel periodo in esame i ricavi sono invece saliti a 4,7 miliardi. Il mercato si attendeva un Eps di 8,7 dollari e un fatturato di 4,67 miliardi. Nel pre-mercato a Wall Street il titolo sale di solo lo 0,24% a circa 718 dollari.

E’ tornato a farsi sentire inoltre il super falco James Bullard, presidente della Federal Reserve di St. Louis.
Tuttora insoddisfatto della conversione hawkish della Fed, Bullard è andato oltre: “C’è un po’ di fantasia – ha detto – quando si parla di tassi neutrali” (ovvero di ‘neutral rate’, livello dei tassi che non stimola né frena l’inflazione), ha detto il banchiere. “I tassi neutrali non sono sufficienti a esercitare una pressione al ribasso sull’inflazione – ha spiegato – Tutto ciò che fanno è interrompere la pressione al rialzo”.

Il che significa, secondo l’esponente della Federal Reserve, che alzare i tassi sui fed funds “fino al livello neutrale non sarà sufficiente” a frenare l’impennata dei prezzi negli Stati Uniti. I tassi sui Treasuries Usa decennali sono tuttavia in calo al 2,72%, rispetto al 2,82%, record dal dicembre del 2018, a cui erano schizzati nelle ultime sessioni.

Ieri il mercato ha guardato al market mover dell’inflazione Usa misurata dall’indice dei prezzi al consumo, salito a marzo dell’8,5% su base annua, al ritmo più forte dal gennaio del 1982. Il dato ha confermato l’accelerazione delle pressioni inflazionistiche, rispetto al +7,9% di febbraio e a un tasso superiore al +8,4% su base annua atteso dal consensus degli economisti. La componente core dell’indice dei prezzi al consumo è salita su base annua del 6,5%, rispetto al 6,4% di febbraio, ma a un ritmo inferiore rispetto al +6,6% stimato dagli analisti.

Su base mensile, l’inflazione è avanzata dell’1,2%, come da attese, in aumento rispetto al +0,8% precedente. L’inflazione core è salita invece su base mensile dello 0,3%, a un ritmo inferiore rispetto al +0,5% stimato e in decelerazione anche rispetto al +0,5% precedente. Il rialzo è inoltre il più contenuto dal mese di settembre, fattore che ha portato inizialmente gli investitori a sperare che l’inflazione Usa, prima o poi, deceleri il passo, e dunque che la Fed di Jerome Powell non sia costretta a rialzi dei tassi eccessivi, che potrebbero far deragliare la ripresa dell’economia Usa.

Dal dato è emerso tra l’altro che i salari degli Stati Uniti aggiustati rispetto all’inflazione sono scesi nel mese di marzo dello 0,8% su base mensile, arretrando del 2,7% su base annua.

Ma dopo i buy iniziali che hanno portato il Nasdaq a scattare del 2% circa, Wall Street ha chiuso ieri la sessione in rosso: il Dow Jones Industrial Average ha ceduto 87,72 punti (-0,26%) a 34.220,36. Lo S&P 500 è sceso dello 0,34% a 4.397,45 mentre il Nasdaq Composite ha perso lo 0,3% a quota 13.371,57.

Diversi economisti hanno d’altronde sottolineato come, affinché si possa parlare di picco dell’inflazione, sono necessari alcuni presupposti, come il fatto che non ci sia una ulteriore escalation della guerra tra Russia e Ucraina.