Scatta countdown ad annuncio Fed. Hard landing inevitabile? Powell pronto a una nuova maxi stretta sui tassi

19 Settembre 2022, di Redazione Wall Street Italia

Grande attesa per la giornata di dopodomani, mercoledì 21 settembre, quando la Fed di Jerome Powell lancerà un nuovo attacco contro l’inflazione made in Usa, annunciando la decisione presa sui tassi sui fed funds.

Lo scorso 27 luglio la Fed ha alzato i tassi di 75 punti base, per la seconda volta consecutiva, a conferma della sua lotta contro l”inflazione galoppante negli Stati Uniti. In quell’occasione, con il suo secondo rialzo consecutivo di 75 punti base, Powell & Co hanno portato i tassi sui fed funds Usa nel nuovo range compreso tra il 2,25% e il 2,5%, al record dalla fine del 2018.

insieme, le strette monetarie di giugno e di luglio da parte della Fed hanno rappresentato i rialzi consecutivi dei tassi più consistenti da quando la Fed ha iniziato a utilizzare i tassi overnight alla stregua di principale strumento di politica monetaria, all’inizio degli anni ’90. E potrebbe essere, per l’appunto, solo l’inizio. Quello di dopodomani, rischia di essere dunque l’ennesimo rialzo di 75 punti base, per la terza volta consecutiva.

Ma, evidentemente, è ancora troppo poco per far battere in ritirata i numeri sull’inflazione, che continuano a comfermarsi ancora troppo elevati, fino a oltre quattro volte il target di inflazione deciso dalla Federal Reserve, pari al 2%.

In particolare, come messo in evidenza dall’indice dei prezzi al consumo Usa – tra i parametri più attentamente monitorati per prevedere le mosse di politica monetaria della banca centrale americana – e a dispetto del recente calo dei prezzi energetici e dello sboom della benzina l’inflazione made in Usa continua in alcune sue componenti a rafforzarsi (vedi inflazione core). E, se è vero che si è indebolita, l’inflazione headline continua a marciare a un ritmo ben più spedito di quanto atteso dal consensus.

La pubblicazione dei numeri shock ha avuto effetti immediati su Wall Street, affossata dalle vendite dopo la diffusione del dato: è scattato subito il repricing dei tassi terminali Usa e qualcuno ha iniziato a scommettere anche su una stretta di 100 pb.

Non per niente gli economisti di Goldman Sachs hanno rivisto al rialzo le previsioni su quanto annuncerà la Fed dopodomani: ora stimano una stretta monetaria di 75 punti base, rispetto al rialzo di 50 punti base atteso in precedenza.

“I tassi (più alti), combinati al recente irrigidimento delle condizioni finanziarie, implicano un outlook in qualche modo peggiore per la crescita (del Pil) e l’occupazione dell’anno prossimo”, hanno aggiunto gli economisti di Goldman Sachs.

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Così Joachim Fels, Global Economic Advisor di PIMCO:

Sono ormai lontani i tempi in cui le banche centrali muovevano i tassi solo con incrementi di 25 punti base. La scorsa settimana sia la Banca Centrale Europea che la Banca del Canada hanno aumentato i tassi ufficiali di 75 punti base, seguendo le orme della Federal Reserve con due aumenti da 75 punti base a giugno e luglio. Inoltre, dopo l’ennesima sorpresa al rialzo dell’inflazione statunitense CPI di questa settimana, la Fed sembra destinata a continuare la stretta a questo ritmo la prossima settimana e forse ancora a novembre e dicembre”.

E non finisci que, visto che ” mercati stanno prezzando una probabilità superiore al 50% che la prossima mossa della Banca of England e della BCE sia un rialzo di 75 punti base piuttosto che di 50. Il perché i 75 punti base siano la nuova normalità in questa fase del ciclo di inasprimento – continua Fels – è ovvio: di fronte a continui e massicci overshoot dell’inflazione, le banche centrali si stanno concentrando fortemente sul mantenimento dell’ancoraggio delle aspettative di inflazione a lungo termine. Attualmente i funzionari sembrano tutti guidati dal vecchio detto secondo il quale solo i falchi vanno nel paradiso dei banchieri centrali e sono quindi determinati, per usare le parole di Jerome Powell, a ‘continuare così finché il lavoro non sarà finito’.

Ma come faranno i banchieri centrali e gli operatori di mercato a sapere quando il lavoro sarà concluso e sarà opportuno fare una pausa?”, si chiede e chiede l’esperto di Pimco.

La risposta è la seguente:

Data l’incertezza sul livello del tasso di interesse neutro non osservato, i funzionari hanno chiarito di voler vedere l’inflazione su un prolungato percorso di ribasso, che interpreto come almeno diversi mesi di calo dell’inflazione core. Tale percorso discendente potrebbe rimanere irraggiungibile per diverso tempo, soprattutto negli Stati Uniti, data l’accelerazione degli aumenti salariali, che sono importanti motori dell’inflazione del settore dei servizi, e la prospettiva di prolungati forti aumenti della componente shelter del CPI”.

Non è chiaro quale sia il livello terminale dei tassi necessario per completare il lavoro, ma il sospetto è che sia superiore al picco del 4,25% per il tasso sui Fed Funds che i mercati stanno prezzando in questo momento. È abbastanza chiaro, tuttavia, che il lavoro non può essere indolore”, come ha d’altronde dimostrato il trend di Wall Street nel giorno shock dell’inflazione, ovvero lo scorso martedì.

Insomma: “I mercati finanziari dovranno soffrire ancora perché le condizioni finanziarie sono il meccanismo di trasmissione della politica monetaria, ed è probabile che ciò sia imminente man mano che le banche centrali continuano ad aumentare i tassi e la Fed riduce il proprio bilancio. Per evitare un’ulteriore accelerazione dei salari, è necessario che il mercato del lavoro sia penalizzato da un aumento della disoccupazione, che probabilmente si verificherà presto in risposta all’inasprimento passato e futuro delle condizioni finanziarie. Di conseguenza, il proverbiale atterraggio morbido che i banchieri centrali auspicano e che i mercati hanno inseguito negli ultimi mesi mi sembra piuttosto improbabile”.

L’economia Usa appare destinata dunque a un hard landing, atterraggio duro, proprio il worst scenario tanto paventato. Tra l’altro, “nonostante un probabile atterraggio duro sotto forma di recessione nelle economie dei mercati sviluppati, una rapida svolta della banca centrale da un rialzo dei tassi a un loro taglio appare molto improbabile, a meno che non si verifichi un grave crollo finanziario o un massiccio attacco di ‘disinflazione immacolata’ dal nulla. I banchieri centrali vorranno evitare gli errori delle politiche di stop-go degli anni ’70, quando i loro predecessori invertirono la rotta subito dopo che l’inflazione aveva raggiunto il picco, gettando così le basi per il successivo periodo di inflazione verso picchi ancora più elevati. Un duraturo stallo dei tassi a livelli più alti sembra quindi più probabile dell’inversione dei tassi della Fed che è prezzata nella curva a termine per il prossimo anno”.

Questo ci porta all’ultimo punto, che abbiamo già sottolineato nel Secular Outlook di quest’anno – conclude Joachim Fels –  Sebbene la prossima recessione dovrebbe essere relativamente contenuta, data l’assenza di grandi squilibri nel settore privato, è improbabile che sia seguita da una ripresa a forma di V, perché la viscosità dell’inflazione impedirà alle banche centrali di allentare la politica monetaria in modo significativo in tempi brevi. Inoltre, le tutele per i mercati finanziari saranno minori, poiché le banche centrali non verranno in soccorso con la stessa rapidità e prontezza degli ultimi due decenni. L’inverno sta arrivando”.

Un chiaro SOS dei mercati è stato lanciato in queste ultime sessioni dal trend dei tassi dei Treasuries Usa, in particolare dai tassi dei Treasuries a due anni, i più sensibili alle previsioni – e decisioni, anche – legate alla Federal Reserve. I rendimenti sono balzati nella sessione di venerdì scorso fin oltre il 3,9%, al massimo dal 1° novembre del 2007, prezzando proprio una Fed più hawkish, o comunque hawkish al punto tale da essere pronta a sfornare nuove strette monetarie aggressive, anche a dispetto del conseguente rallentamento dell’economia Usa, pur di far rientrare la minaccia – ormai persistente – rappresentata dalle pressioni inflazionistiche.