Panic selling a Hong Kong: -5% con boom nuovi casi Covid in Cina a record dai tempi di Wuhan

14 Marzo 2022, di Redazione Wall Street Italia

Panic selling a Hong Kong, con l’indice Hang Seng che crolla di oltre il 5% dopo la notizia dei lockdown imposto nella città di Shenzhen, centro nevralgico del mondo della finanza, del commercio e dell’hi-tech made in Cina, e per l’intensificarsi dei timori sulle tensioni tra gli Stati Uniti e la Cina: non solo per la posizione che il governo di Pechino deciderà di adottare nei confronti della Russia di Vladimir Putin isolata dal mondo occidentale per l’invasione in Ucraina, ma anche per lo schiaffo che la Sec, autorità di Borsa Usa, ha sferrato contro alcune società cinesi quotate sul Nyse.

Si tratta di BeiGene, Zai Lab, ACM Research, Yum China, HutchMed. Lo schiaffo è arrivato venerdì scorso, quando la Securities and Exchange Commission ha avvertito che procederà al delisting dei cinque titoli da Wall Street, a meno che le relative società non consentiranno alle autorità americane di visionare documenti dettagliati di revisione contabile che avallino i loro report di bilancio.

Ed è solo l’inizio, visto che i cinque gruppi sono i primi di una lista di 270 società cinesi quotate sul Nyse e sul Nasdaq che rischiano il delisting. I titoli hi-tech scambiati sulla borsa di Hong Kong, già crollati lo scorso venerdì, sono capitolati di nuovo nella sessione odierna, con il sottoindice Hang Seng Tech Index dei titoli tecnologici che ha sofferto un tonfo di oltre l’8%, dopo che il Golden Dragon Index, indice che replica le ADR delle società cinesi, era scivolato del 10% la scorsa settimana per due sedute consecutive, per la prima volta nei suoi 22 anni di storia. Ma iniziamo con il lockdown imposto alla città di Shenzhen, e non solo, della Cina continentale.

Lockdown a Shenzhen, cuore hi-tech cinese

Le restrizioni sono state imposte a causa del boom di nuovi casi da Covid, che sta interessando in generale tutta la Cina continentale, dopo l’impennata che ha colpito Hong Kong. Ora anche la Cina continentale è alle prese con una nuova violenta ondata di Covid, vittima della veloce diffusione della variante Omicron. Tanto che, in tutto il paese, il numero di nuovi casi è balzato sabato scorso a 3.122 casi, rispetto poco più di 300 nuovi casi della settimana precedente, al record dai tempi dei contagi che colpirono la città di Wuhan all’inizio del 2020 e sopra la soglia di 3.000 unità al giorno per la prima volta in assoluto, stando ai dati della National Health Commission (NHC), la commissione nazionale di sanità della Cina.

La Cina continentale era riuscita tuttavia a proteggersi, ligia a quella politica di tolleranza zero nei confronti del virus basata su misure rigide di restrizioni – come lockdown totali – e sull’obbligo imposto ai cittadini di sottoporsi ai cosiddetti tamponi di massa.

Le precauzioni della Covid Zero policy cinese – imposte anche alle autorità di Hong Kong -non sono tuttavia bastate a fermare la corsa della variante Omicron. Così come non è stato sufficiente mantenere i confini di Hong Kong chiusi alla Cina continentale.

E a Hong Kong la situazione è ancora più disperata, con nuovi casi giornalieri che hanno superato quota 32.000 nella città. La città stato è stata costretta di conseguenza a mettere in isolamento più di 300.000 residenti, in una situazione che si fa sempre più difficile da gestire: negli ospedali, sono state ricoverate quasi 700.000 persone con casi accertati di coronavirus dall’inizio del 2022. Nell’ultima settimana, Hong Kong ha assistito a una media di più di 270 morti al giorno e di 24.242 nuovi casi, stando ai dati del according to the Center for Systems Science e Engineering presso la Johns Hopkins University.

Nella Cina continentale, a essere travolta dal boom di infezioni è stata Shenzhen, città tra le principali del paese che conta 17,5 milioni di persone.

Shenzhen è stata costretta a imporre il lockdown, cercando di premunirsi contro i contagi della vicina Hong Kong.

Le autorità hanno stabilito inoltre, in ottemperanza alla politica di tolleranza zero nei confronti del Covid, che ogni cittadino di Shenzhen dovrà sottoporsi a tre round di test Covid-19, dopo che, nella giornata di domenica, sono stati rinvenuti 66 nuovi casi, portando il totale delle infezioni nella città a più di 400 dalla fine di febbraio. Per Shenzhen, il lockdown durerà almeno una settimana, fino ad almeno il prossimo 20 marzo, accompagnato da altre misure come la sospensione dei servizi del trasporto pubblico. Sospese le tratte degli autobus e chiuse le metropolitane della città.

Shenzen, Foxconn chiude sito produzione iPhone

Il panico della borsa di Hong Kong si spiega con il timore di quelle che saranno le ripercussioni dei lockdown sull’economia cinese. Già Foxconn, colosso fornitore di Apple, è stato costretto a chiudere temporaneamente i battenti dei principali siti di produzione situati a Shenzhen, comunicando di essere in attesa delle disposizioni delle autorità locali per capire quando potrà tornare a riaprire le fabbriche.  La società taiwainese nota anche con il nome Hon Hai Precision Industry  ha commentato la situazione al magazine Fortune:

“Abbiamo apportato aggiustamenti alla nostra linea di produzione per minimizzare l’impatto potenziale” dei lockdown di Shenzhen, spostando l’attenzione ad altri siti produttivi situati in diverse aree della Cina. Peccato che tra le attività interrotte, ci siano anche quelle di una fabbrica che produce iPhone. E il problema va al di là del caso Foxconn.

Shenzhen è anche la città che ospita i quartieri generali di colossi del calibro di Tencent Holdings Ltd. e Huawei Technologies Co, così come di importanti istituzioni finanziare, come Ping An Insurance Group Co. e China Merchants Bank Co. Diverse banche straniere come UBS e HSBC hanno aperto inoltre filiali nell’area.

Lockdown anche a Jilin, prima volta dall’isolamento di Wuhan

L’isolamento è stato deciso anche per la città di Jilin, per la prima volta dai tempi drammatici del lockdown di Wuhan, nella provincia di Hubei, imposto nel 2020. La città di Jilin – che si trova nel centro industriale del nord-est della Cina di Changchun, che conta circa 9 milioni di persone e che nel 2020 ha inciso sulla produzione annua di auto in Cina per l’11% circa – ha imposto un lockdown parziale sabato scorso, mentre ai residenti di Yanji, area urbana di quasi 700.000 residenti al confine con la Corea del Nord, è stato ordinato di rimare a casa nella giornata di domenica.

Sedici in tutto le province della Cina continentale interessate dal balzo delle infezioni e quattro le principali città uircolpite: Pechino, Tianjin, Shanghai e Chongqing.  E il timore è che altre città possano seguire l’esempio di Shenzhen e di Jilin.

“Molte città potrebbero decidere di seguire l’esempio di Shenzen – ha commentato in una nota riportata da Bloomberg Raymond Yeung, capo economista della divisione Greater China presso ANZ, facendo riferimento anche alla decisione delle autorità di impedire ai residenti di entrare o di lasciare la città – E se il lockdown venisser esteso, la crescita economica della Cina potrebbe essere colpita in modo significativo”.

Yeung e ANZ non hanno ancora tagliato le stime sulla crescita del Pil cinese prevista per quest’anno. Tuttavia, l’atteggiamento è di cautela verso il rischio che vengano imposte nuove restrizioni. ANG prevede un’espansione del prodotto interno lordo cinese, nel 2022, pari a +5%, a un ritmo inferiore rispetto al target del governo di Pechino, che punta a una crescuta del 5,5% circa. Se tuttavia le province più importante della costa e del nordest dovessero seguire l’esempio di Shenzhen e istituire un lockdown di una settimana, il costo economico per la Cina intera potrebbe ammontare, secondo Yeung, a -0,8%.

Si esprime sulle ripercussioni economiche delle misure di restrizioni lanciate per contenere il Covid anche Nomura Holdings che, interpellata da Bloomberg, ha riferito che i costi economici della politica del Covid Zero sono elevati e che è possibile che gli operatori di mercato abbiano un outlook troppo positivo sulla crescita del Pil cinese di quest’anno: la banca giapponese prevede per il Pil una espansione del 4,3%, ben inferiore a quella del consensus degli economisti, pari a una crescita del 5,2%.