Nel Fed-Day si guarda anche alla Bce: anche perchè in Europa inflazione schizzerà più che in Usa

4 Maggio 2022, di Redazione Wall Street Italia

Nel Fed-Day in cui la banca centrale americana annuncerà secondo le attese un rialzo dei tassi sui fed funds di 50 punti base, dal range attuale compreso tra lo 0,25% e lo 0,50%, l’attenzione è anche sulle prossime mosse della Bce. L’inflazione è un problema che angustia infatti entrambe le istituzioni e che forse potrebbe/dovrebbe preoccupare l’Eurotower più della Federal Reserve. E’ almeno quanto emerge dal trend del contratti swap che si riferiscono ai prezzi al consumo.

Un articolo di Bloomberg mette in evidenza che i mercati, in base al trend di questi contratti, stanno di ftto scommettendo su un’accelerazione dell’inflazione più veloce in Europa che negli Stati Uniti. Motivo: la guerra in Ucraina, che si è tradotta in un aumento delle pressioni inflazionistiche.

Per la precisione, i mercati scommettono che, nel prossimo decennio, l’inflazione dell’area euro salirà del 3,02%, rispetto al +3% degli Stati Uniti. Il gap è in realtà decisamente risicato, ma ciò che conta è che l’ultima volta che il fenomeno si è manifestato è stato nel 2009, durante la crisi finanziaria globale.

“C’è ancora tempo prima che l’inflazione tocchi il picco”, ha commentato Rohan Khanna, strategist della divisione di UBS Group AG di Londra. Khanna ha sottolineato che, negli Stati Uniti, le pressioni sui prezzi dovrebbero invece rallentare il passo nei prossimi mesi, visto che la Federal Reserve si prepara a lanciare un ciclo aggressivo di strette monetarie.

Indubbiamente, un contesto del genere rende ancora più complicata la posizione in cui versa la Bce, che deve bilanciare l’esigenza di ridurre l’inflazione con quella di impedire che le minacce sulla crescita del Pil si concretizzino. Sono sempre di più gli economisti, a tal proposito, che paventano una possibile recessione nell’area euro e, anche, il rischio di razionamento dell’energia.

La realtà dei fatti avalla le preoccupazioni degli esperti: i dati della settimana scorsa hanno mostrato che l’inflazione dell’area euro è balzata al nuovo record di sempre, fattore che ha alimentato le speculazioni sulla fine delle misure di politica monetaria extra-accomodanti lanciate dalla Bce.

Una indicazione è arrivata nelle ultime ore dall’esponente del Consiglio direttivo della Bce Isabel Schnabel, intervistata da Handelsblatt,  quotidiano tedesco di economia e finanza.

Schnabel ha detto chiaramente che, in base a come si presenta oggi la situazione, “un aumento dei tassi a luglio è possibile”.

Tra gli argomenti affrontati, anche il caso Italia, e il timore che la Bce non riesca a  fare il suo dovere a causa delle ripercussioni che eventuali strette monetarie troppo aggressive potrebbero avere sul debito pubblico made in Italy. Debito pubblico già assediato di sell, se si considera il boom dello spread oltre quota 90 con tassi sui BTP che si avvicinano al 3%.

“Ovviamente dobbiamo aspettare, per vedere come i dati si evolveranno nel periodo che porterà al momento della decisione. In ogni caso, il primo rialzo dei tassi non avverrà prima della fine dei nostri acquisti netti di asset: su questo ci siamo impegnati”, ha detto Schnabel.

Ma allora, il programma tradizionle qE – la cui fine era prevista per il terzo trimestre di quest’anno, sarà interrotto prima del previsto?

Non è dato sapere con precisione ma, ricordando che “abbiamo già interrotto gli acquisti netti di asset effettuati con il programma di acquisti PEPP (QE pandemico)”, Schnabel ha chiarito di ritenere che “riusciremo a porre fine al nostro programma regolare di acquisti di asset, o APP, alla fine di giugno”.

“Decideremo (sui tassi) di riunione in riunione, sulla base dei dati (macro) in arrivo. Inizieremo da un livello estremamente basso (tasso sui depositi negativo al -0,50%). I tassi di interesse reali sono ancora profondamente negativi e vicini ai loro minimi storici – ha spiegato l’economista – Ciò significa che, anche dopo i primi rialzi, i tassi di interesse rimarranno a livelli che continueranno a sostenere l’economia”.

alla domanda sul trend dell’euro, che continua a capitolare sul dollaro viaggiando al minimo degli ultimi cinque anni, Schnabel ha ammesso che, traducendosi il calo della moneta unica “in costi all’importazione più elevati, l’effetto sull’inflazione c’è e lo stiamo monitorando. Ma non abbiamo un target per il rapporto di cambio”.

Handelsblatt ha poi rivolto una domanda diretta sull’Italia.

“C’è un altro dilemma frequentemente discusso. Se la Bce alzerà i tassi troppo velocemente, potrebbe provocare difficoltà ai paesi con elevati livelli del debito sovrano, come l’Italia. E questo sta scatenando il timore che la Bce non poss alzare i tassi nel modo che sarebbe giustificato dalla politica monetaria”.

Schnabel ha così risposto:

“Il nostro mandato è la stabilità dei prezzi e solo questo determina la nostra politica. Inoltre, molti paesi hanno contratto debiti a tassi di interesse molto bassi, allo stesso tempo allungando la maturity media. Di conseguenza, un aumento dei tassi avrebbe un effetto solo graduale sui costi medi di finanziamento “.

“Ma l’impatto nel lungo periodo sui conti pubblici”?, incalza ancora Handesblatt: 

quello che conta di più è la crescita economica – risponde Schnabel – Ed è per questo che è così importante che i paesi dell’area euro utilizzino le risorse finanziarie fornite dal Recovery plan per immettersi saggiamente in un percorso di crescita sostenibile”.