Multinazionali: il conflitto riduce la capitalizzazione, i settori più penalizzati in Borsa

7 Aprile 2022, di Redazione Wall Street Italia

Lo scenario geopolitico mondiale, con lo scoppio del conflitto Russia-Ucraina e le conseguenti sanzioni, sta già producendo conseguenze negative a diversi attori economici, come famiglie e imprese, comprese anche le grandi multinazionali industriali, che vedono bruciare parte del loro valore di mercato. La capitalizzazione complessiva delle grandi aziende a fine marzo 2022 ha mostrato infatti una contrazione del 2,1% rispetto alle quotazioni di fine 2021, dopo l’accelerazione dello scorso anno, che aveva permesso di recuperare ampiamente i livelli pre-pandemici.

E’ ciò che emerge dal report “Le multinazionali industriali mondiali fra pandemia e guerra” condotto dall’Area Studi di Mediobanca su 215 multinazionali industriali mondiali, con ricavi complessivi per 10mila miliardi di euro nel 2021 e capitalizzazione pari a 26,2mila miliardi di euro a fine marzo 2022.

Gli effetti del conflitto sul valore di Borsa
Nei primi tre mesi del 2022, sui quali impatta per circa metà periodo l’effetto del conflitto, si è registrato un calo a doppia cifra delle performance di Borsa dei gruppi della moda (-15,5%), Media&Entertainment (-14,5%) e automotive (-10,2%), seguiti dalle WebSoft (-8,3%), dall’industria dei Pagamenti Digitali (-4,6%), dall’alimentare (-3,4%) e dai produttori di aeromobili (-2,0%).

Il settore delle bevande, il metallurgico, l’elettronico, le case farmaceutiche e la GDO hanno mostrato una certa resilienza, con capitalizzazione tendenzialmente stabile fra -1,4% e +1,7%.

In controtendenza, invece, i colossi dell’Oil&Gas, le cui quotazioni di Borsa sono cresciute a doppia cifra (+20,5%), e le Telco (+5,6%).

A livello di macroarea geografica ed escludendo il comparto energetico, performance di Borsa positiva solo per i gruppi sud-americani (+6,9%), mentre hanno sofferto quelli nord-americani (-3,7%), ma soprattutto gli europei (-6,0%) e gli asiatici (-6,7%). Inevitabilmente penalizzati dal conflitto i grandi gruppi russi che hanno chiuso i primi tre mesi dell’anno in corso con un -35,4%.

Nel vecchio continente le quotazioni di mercato hanno premiato solo le multinazionali britanniche, sostenute dai titoli farmaceutici (+5,4%), in contrazione i gruppi tedeschi (-9,2%), francesi (-9,7%) e italiani (-11,5%).

Le multinazionali russe e ucraine
I grandi gruppi russi e ucraini riflettono l’economia dei propri paesi, in gran parte fondata sulle ricchezze del sottosuolo e sull’agricoltura. La Top3 russa per fatturato è appannaggio infatti proprio dei colossi dell’Oil&Gas: Lukoil, la maggiore società petrolifera privata russa, Gazprom e Rosneft Oil, entrambe a controllo statale.

Uno sguardo ai principali 22 gruppi industriali russi, con fatturato superiore a 6 miliardi di euro ciascuno nel 2021, restituisce un’idea dei settori chiave per l’economia russa: ben sette sono metallurgici, cinque Oil&Gas, tre delle telecomunicazioni, due minerari e della GDO, uno chimico (fertilizzanti), uno specializzato nell’elettronica e nella difesa (a controllo statale) e l’e-retailer Willdberries (l’Amazon della Russia).

Fra i gruppi russi di dimensioni minori, degni di nota sono i seguenti: Yandex, il motore di ricerca russo con un fatturato (4,2 miliardi di euro nel 2021) quasi 55 volte inferiore a quello di Alphabet (Google), AvtoVaz, il principale produttore automobilistico (controllato per il 68% dal gruppo francese Renault) e VK Company che gestisce la community internet russa VKontakte con un giro d’affari (1,5 miliardi di euro), 70 volte inferiore a quello di Meta Platforms (Facebook).

Infine, la National Payment Card System, controllata dalla Banca centrale russa, gestisce il sistema di pagamento interno russo MIR con 95 milioni di carte in circolazione (pari al 30,6% del totale), valore lontano dai 3,6 miliardi di carte della statunitense Visa e ancor di più dai 7 miliardi della cinese UnionPay.

Passando al fronte opposto, la principale multinazionale ucraina è la metallurgica Metinvest, che ha un giro d’affari pari a 16 miliardi di euro (ben al di sotto dei 103 miliardi della prima russa, Lukoil) e detiene stabilimenti produttivi in Ucraina, Regno Unito, Bulgaria e Italia. Completano la Top3 ucraina la Naftogaz, del settore Oil&Gas a controllo statale, e il gruppo alimentare Kernel.