Mps, con lettera ex AD scoppia altro caso: Tesoro sapeva da due anni che la banca non avrebbe centrato target costi/ricavi

28 Marzo 2022, di Redazione Wall Street Italia

Il Tesoro maggiore azionista di Mps con una quota del 64% sapeva almeno da due anni che la banca senese non sarebbe riuscita a centrare l’obiettivo del rapporto tra costi e ricavi concordato con la Commissione europea, inciso nel piano di ristrutturazione 2017-2021. Piano con cui Mps aveva assunto una serie di impegni per ricevere il via libera di Bruxelles all’operazione di ricapitalizzazione precauzionale lanciata dallo Stato, per 5,4 miliardi, del 2017, che l’avrebbe salvata. Salvata giusto il tempo di qualche anno, visto che la situazione in cui versa il Monte, come si sa, rimane precaria.

Il fatto che il Tesoro fosse stato avvertito in merito all’impossibilità di Mps di centrare quel target tra costi e ricavi è stato rivelato da Il Sole 24 Ore-Radiocor, che ha avuto accesso a una lettera datata Siena, 1° aprile 2020: la lettera era stata inviata dall’ex amministratore delegato Marco Morelli al Mef, primo azionista della banca. “L’impossibilità di raggiungere quell’obiettivo – riporta l’agenzia di stampa – forse non il ministro Franco ma certamente la struttura del ministero di via XX settembre la conosceva già. Da due anni. Glielo aveva scritto in una lettera inviata a nome del vecchio cda, l’ex amministratore delegato Marco Morelli. ‘Caro Alessandro, caro Stefano’ scriveva Morelli”.

In quei giorni l’Italia era paralizzata dal lockdown del Covid-19 e Morelli, riporta Radiocor, si era rivolto al Direttore generale del Tesoro, Rivera, e al suo vice, responsabile delle banche al Tesoro, il dirigente generale Cappiello. Nella lettera, Morelli scriveva ai due funzionari del Mef:

“Come noto la situazione macroeconomica osservata nel triennio 2017-2019 é stata significativamente diversa rispetto a quanto previsto nel piano di ristrutturazione, soprattutto per la struttura dei tassi e per le principali variabili bancarie che si mantengono su valori peggiori rispetto a quanto previsto nel 2017”.

L’ex AD aveva ricordato come il piano di ristrutturazione avrebbe dovuto far scattare una clausola di un taglio ulteriore dei costi della banca di 100 milioni. Taglio che tuttavia lo stesso ex numero uno della banca considerava ormai impossibile, “per l’assenza di redditi sufficienti – riporta l’agenzia di stampa, facendo riferimento al contenuto della lettera di Morelli – , a loro volta mancanti per le condizioni macro e l’andamento dell’attività bancaria”.

“Mps – proseguiva – ha saputo fare i compiti a casa in questi anni raggiungendo in anticipo molti degli impegni fissati e riconquistando quote di mercato. Con lo scoppio della pandemia di Covid, tuttavia, già si profilava un’ulteriore contrazione dei ricavi “rendendo di fatto impossibile pianificare azioni di ulteriore taglio dei costi per il 2021”. Morelli aveva messo in evidenza praticamente che un taglio di costi di altri 100 milioni lanciato da Mps nel 2020 avrebbe comportato riduzioni del personale non sostenibili.

I tagli “non sono al momento sostenibili – si legge nella lettera dell’ex ceo che Radiocor ha potuto visionare – in quanto potrebbero mettere ulteriormente a rischio il già compromesso valore della banca, con possibile accentuazione della riduzione dei ricavi, vanificando i positivi risultati acquisiti dal gruppo nel triennio 2017-2019′. “Ritengo quindi opportuno richiedere, anche per conto del cda – continuava Morelli – l’avvio di un confronto formale con DgComp per la non applicazione del ‘commitment 9’ nella sua attuale formulazione”.

A tal proposito Radiocor ricorda che il Commitment (impegno) 9 stabiliva che, alla fine del 2019, Mps presentasse un Roe positivo pari al 5,6%: target non raggiunto, visto che alla fine di quell’anno il Roe di gruppo del Montedeipaschi era negativo del 12%. Certo, Mps era riuscita a rinegoziare un altro commitment (il 24) che riguardava l’emissione di un subordinato, “dimostrando – scriveva ancora Morelli – la capacità di tenere fede agli impegni appena le condizioni di mercato lo avessero reso possibile (emissione completata a inizio 2020)”.

Ma serviva comunque “una revisione complessiva del Piano di ristrutturazione”, che tenesse conto “dell’attuale, inatteso e straordinario contesto sociale economico e finanziario (siamo sempre nell’aprile 2020) in cui si trovano la Banca e il Paese”, ovvero l’emergenza della pandemia Covid-19. “E’ opportuno ricordare che in tale contesto anche le altre banche stanno avviando le valutazioni di impatto sulla programmazione economico/finanziaria”, sottolineava Morelli.

Mps torna alla cronaca oggi anche con l’intervento del ministro dell’Economia Daniele Franco, alle Commissioni Finanze riunite di Camera e Senato proprio sulla banca Mps. Il numero uno del Tesoro – reduce dal clamoroso flop delle trattative con UniCredit di Andrea Orcel alla fine del 2021 per la vendita di un perimetro di attività di Mps – ha affermato che, nel caso in cui si presentasse l’occasione, il Mef sarebbe aperto a una vendita della sua quota di maggioranza nella banca anche “subito, dopo l’aumento di capitale”.

Franco ha spiegato anche che, sulla base del piano industriale approvato a dicembre scorso, si profilerebbe per Mps “una consistente perdita di esercizio quest’anno con un ritorno all’utile nel 2023”.

Si tratta di un piano soggetto ora a “ulteriore revisione”, in corso dopo il cambio dell’AD (uscita di Guido Bastianini, ed entrata del nuovo ceo Guido LoVaglio). 

Il ministro ha ricordato che quel piano industriale 2022-2026 “prevedeva un aumento di capitale da 2,5 miliardi da realizzare a condizioni di mercato e rimodulava obiettivi già contenuti” nel piano precedente, come la “semplificazione della struttura, il consolidamento del processo di derisking, gli investimenti per digitalizzazione e un processo di razionalizzazione per incidere sui ricavi e sui costi”.

“Ricordo una campagna di esodi del personale che avrebbe dovuto consentire 275 milioni annui di riduzione dei costi – ha continuato Franco – Il piano prevedeva che gli oneri straordinari di ristrutturazione fossero prevalentemente sostenuti nel 2022”. Il che significa che, sulla base del piano, “la banca registrerebbe una consistente perdita di esercizio con ritorno all’utile nel 2023 e un riallineamento della redditività a quelli dei principali gruppi domestici a partire dal 2024”.