L’economia turca vacilla, ma il peggio non è ancora arrivato

30 Ottobre 2015, di Redazione Wall Street Italia

di Christopher Dembik, economist di Saxo Bank

Diversi mesi fa ero abbastanza tranquillo riguardo all’economia turca, ma questo succedeva prima del significativo e del tutto inaspettato deterioramento delle prospettive politiche ed economiche. Dal mio punto di vista, ora la Turchia si trova ad essere la seconda peggiore economia emergente, subito dopo il Brasile. Il paese sta andando incontro ad un cammino molto difficile poiché si trova ad affrontare per la prima volta dal 2002 un parlamento in una situazione di stallo, un rallentamento dell’economia accentuato dall’inevitabile aumento dei tassi di interesse da parte della FED, la crisi dell’immigrazione verso l’Europa (che è già costata al paese più di 7.6 miliardi di dollari) e, infine, una guerra su due fronti contro lo Stato Islamico e i ribelli curdi.

I dubbi politici e la mancanza di una leadership stanno rendendo l’economia turca sempre più vulnerabile. La significativa crescita registrata nel secondo trimestre del 2015 è sicuramente una tregua temporanea, prodotta principalmente da regolari e continui consumi familiari e statali. Poiché l’incertezza economica sta aumentando, la fiducia dei consumatori precipita (questo mese è diminuita del 6.1% rispetto al mese di agosto). Questo potrebbe impattare negativamente sulle vendite al dettaglio e sulla crescita economica nei due trimestri a venire.E’ difficile rimanere ottimisti riguardo all’economia turca. L’unico spiraglio di luce rimane la lira debole. Essa ha infatti supportato l’esportazione a partire dall’inizio dell’anno e continuerà a farlo anche nel prossimo futuro. Lo scenario più probabile per la lira turca è una prolungata svalutazione. La view per USD/TRY è negativa: la coppia valutaria potrebbe raggiungere un nuovo record a 3.15 lire per dollaro americano entro la fine di quest’anno. Come molti tra i mercati emergenti, la lira turca è molto vulnerabile rispetto alla politica monetaria statunitense. A partire dalla scorsa primavera, gli investitori hanno venduto massicciamente valute dei mercati emergenti per acquistare assett nominati in dollari. Oltre a questo, si aggiunge il fatto che il contesto nazionale turco è preoccupante.

In molti si aspettano una soluzione all’impasse politico dopo le elezioni di novembre. Ma è davvero poco probabile. Lo scenario politico è ancora equamente diviso e molto diverso rispetto a come poteva essere qualche anno fa. Il rischio politico rimane infatti alto. L’AKP è di fatto il responsabile della debolezza economica della Turchia. La pressione sulla banca centrale ha pesato sull’opinione pubblica e sugli investimenti esteri e ha portato a scarse decisioni di politica monetaria. Il governo ha forzato la banca centrale a rendere le condizioni di credito meno vincolanti per spronare l’economia e ridurre la disoccupazione, ma come conseguenza ha ottenuto anche l’aumento dell’inflazione. Questo ostacolo non ha aiutato, e non aiuta certo la crescita economica. La Turchia ha davvero bisogno di un governo efficace per rassicurare gli imprenditori e assicurare il flusso di investimenti dall’estero. Un governo gestito dall’AKP non è quindi ciò di cui la Turchia ha bisogno. La Turchia necessita una transizione politica che porti al governo nuovi uomini e donne che promuovano nuove idee e una riforma monetaria.Un currency board sull’euro potrebbe risolvere molti dei problemi della Turchia: potrebbe infatti avere senso collegare la valuta turca alla moneta unica poiché l’area Euro è il maggior partner commerciale di questo paese. Questa decisione potrebbe rinforzare l’indipendenza politica della banca centrale, costituirebbe un impegno credibile verso un’inflazione più bassa e fornirebbe una disciplina fiscale fondamentale in questo momento. La lira turca sarebbe così meno esposta agli attacchi speculativi, la stabilità monetaria attrarrebbe investitori stranieri e ridurrebbe il flusso di denaro liquido che destabilizza la struttura dell’economia. In queste circostanze, la banca centrale sarebbe sicuramente in grado di raggiungere il suo ambizioso obiettivo del 5% di inflazione annuale (ci si aspetta che essa raggiunga almeno il 7.7% nel 2015).

Non pretendo certo che questa sia la soluzione perfetta per la Turchia. Tuttavia, i policy makers dovrebbero prendere in considerazione questa ipotesi per ridare slancio all’economia. La chiave del successo risiede nel seguire pedestremente le regole del currency board, in modo da scongiurare quanto accaduto in Argentina, che si è ritrovata obbligata ad abbandonare questo sistema nel 2002. Il maggiore inconveniente sarebbe l’impossibilità, da parte della Turchia, di svalutare ancora la sua moneta per ottenere quote di mercato.Tuttavia, non sarebbe del tutto un aspetto negativo. Potrebbe infatti rivelarsi un incentivo per spostarsi nella fascia alta del mercato e sviluppare innovazione. Il paese dovrà infine migliorare la competitività dei suoi prodotti se vorrà raggiungere questo obiettivo.