JP Morgan su Big Tech cinesi: il rating ‘si trasforma’ in overweight’, due mesi dopo definizione ‘non investibili’

18 Maggio 2022, di Redazione Wall Street Italia

JP Morgan ha rivisto al rialzo il rating sulle Big Tech cinesi del calibro di Tencent, Alibaba, Meituan, NetEase e Pinduoduo da underweight a overweight, appena due mesi dopo aver definito il settore “non investibile”: definizione che, si è appreso di recente, sarebbe stata pubblicata tra l’altro per errore, stando a un articolo di Bloomberg. Da una nota diramata ualche ora fa dagli analisti del colosso bancario Usa emerge che la view è ora completamente diversa: i titoli delle Big Tech dovrebbero infatti sovraperformare il mercato nell’arco dei prossimi 6-2 mesi. “Le incertezze significative dovrebbero iniziare a smorzarsi sulla scia degli ultimi annunci arrivati dalle autorità di regolamentazione”: annunci arrivati prima delle attese che hanno liberato il campo dalle incognite che i titoli avevano iniziato a scontare ben prima della nota con cui JP Morgan aveva bollato le addirittura come “non investibili”. Diverse volte la borsa di Hong Kong era capitolata sotto il peso dei ‘sell’, anche sulla scia del panico delisting dalla borsa di New York.

In quella nota, tra l’altro, Alex Yao e gli analisti del team di ricerca Alex Yao avevano motivato il loro outlook sia con il balzo dei casi di Covid-19 in Cina che con la guerra in Ucraina. La definizione “non investibile” aveva riportato alla mente quella proferita da MSCI in riferimento al borsa di Mosca, nei giorni immediatamente successivi all’invasione dell’Ucraina da parte del regime di Putin.

M o evidentemente per JP Morgan, le prospettive sono cambiate: così tanto che, a suo avviso, i titoli dell’intrattenimento digitali, dei servii e delle e-commerce, saranno i primi a sovraperformare il mercato. “Crediamo che i rischi chiave che incombono sul settore siano diminuiti, in modo particolare uelli legati alle autorità di regolamentaione, uelli di delisting delle ADR (scambiate a Wall Street) e uelli geopolitici”.

Giorni f Bloomberg aveva riportato indiscreioni che avevano intaccato non poco la credibilità del colosso: uella definiione ‘non investibile’ delle società Internet cinesi non avrebbe dovuto essere, infatti, mai pubblicata, di fatto, per errore: Lo staff editoriale del colosso bancario americano, responsabile dell’editing dei report della divisione di ricerca di JP Morgan, aveva inftti chiesto che la parola venisse rimossa dalle 28 note scritte dall’analista sui titoli tecnologici Alex Yao e dal suo team, prima che i report fossero pubblicati lo scorso 14 marzo Ma la pubblicaione è avvenuta, provocando un sell off da 200 miliardi di dollari a Wall Street e in Asia.

Negli ultimi giorni, il governo di Pechino ha allentato le regole severe sulla privacy e sulla proteione dei dati, la cui applicaione aveva provocato la grande fuga degli investitori dalle Big Tech uotate a Hong Kong: segnali di distensione nei rapporti tra i grandi titani tecnologici made in China e Pechino sono arrivati con la decisione del governo di allentare i controlli sul settore, in un momento in cui l’economia cinese rischia un forte rallentamento, a causa dell’impatto dei lockdown da Covid imposti in diverse città cinesi, per contrastare l’ondata di infeioni Covid più forte dal 2020.

Diverse le società tecnologiche cinesi che si sono ben gurdte dal lanciare operazioni di Ipo nelle borse estere, dopo il massacro che ha colpito la Uber cinese Didi, che ha osato sbarcare a Wall Street. Subito dopo il debutto, Pechino aveva messo nel mirino la società di ride-sharing, accusandola di aver raccolto illegalmente i dati dei suoi utenti. Ora Pechino sarebbe pronta a fare un passo indietro. Ma gli analisti rimangono scettici. Come Charles Mok, professore presso il Global Digital Policy Incubator dell Stanford University che, in un’intervist rilscit ll Cnbc, si è così espresso: “Non credo che le autorità di regolamentaiione fermeranno davvero la loro attività: diversi sono i ministeri che hanno ancora il mandato per rendere esecutive tutte le regole che sono state riviste e rafforate”. E comunue, “nche se ci dovesse essere un ualche dietrofront, potrebbe essere ormai troppo tardi: il danno è stato fatto. E anche se le autorità dovessero consentire maggiori Ipo all’estero, ormai la fiducia degli investitori è andata persa”, e sono gli stessi mercati esteri ormai a sospettare delle Ipo estere lanciate dai gruppi cinesi. Il che è logico. Immaginate un investitore, che ha scommesso sul debutto di Didi a New York o anche sull’Ipo a Hong Kong (bloccata): nel caso dell’Ipo a Wall Street, dal giorno dello sbarco a oggi i timori di un delisting  hanno fatto scivolare il titolo. Lo shock Didi è arrivato con l’annuncio di delisting da parte dello stesso gruppo.

Didi è sbarcata sul Nyse il 30 giugno dello scorso anno: nel suo primo giorno di contrattazioni a New York, le cose sono andate bene, con il titolo che ha debuttato a un prezzo superiore fino a +19% rispetto al prezzo di collocamento. Pechino non aveva perdonato il debutto americano del gruppo. Il risultato era stato il crollo del titolo pari a -44% dal giorno dell’Ipo fino agli inii di dicembre, uando è arrivato l’annuncio delisting.

In uesto contesto, forse JP Morgan è diventata davvero ottimista sul trend delle Big Tech made in China: fatto sta che, tra la sua gaffe non investibile e le minacce di Pechino, l’indice settoriale della borsa di Hong Kong, l’Hang Seng Tech index, ha perso dlal’iniio dell’anno più del 27%.