Inflazione Usa rovente, anche con dietrofront energia. Fed di Powell costretta ad alzare tassi di 100 punti base?

14 Settembre 2022, di Redazione Wall Street Italia

Nonostante i ripetuti rialzi dei tassi Usa, la Fed di Jerome Powell sta perdendo la sua battaglia contro l’inflazione? Così sembra: dopo il dato di ieri, l’impressione è che la banca centrale Usa dovrà affossare l’economia degli Stati Uniti ben oltre rispetto a quanto già paventato da diversi economisti.

A dispetto del recente calo dei prezzi energetici e dello sboom della benzina l’inflazione made in Usa continua in alcune sue componenti a rafforzarsi (vedi inflazione core). E se è vero che si indebolisce, l’inflazione headline continua a marciare a un ritmo ben più spedito di quanto atteso dal consensus.

Insomma, non ci siamo. E, come scrivono Chris Turner, responsabile globale dei mercati e responsabile della divisione di ricerca per UK & CEE di ING e i suoi colleghi Francesco Persone, FX Strategist, e Frantisek Taborsky, strategist del forex EMEA e del reddito fisso, sempre di ING, lo spettro di Volcker è ormai alle porte dell’economia Usa.

La diffusione, ieri, dell’indice dei prezzi al consumo, rimasto ostinatamente alto nel mese di agosto, ha rinfocolato i timori che la Fed sia costretta a indebolire ulteriormente la domanda, al fine di far tornare l’inflazione al target del 2%. Questo periodo del ciclo macro-finanziario globale riporta di nuovo quanto avvenne agli inizi degli anni ’80, quando al timone della Fed c’era Paul Volcker, responsabile di quello che in Usa è noto come Volcker shock . Nel tentativo di far rientrare il genio dell’inflazione nella bottigliqa, Volcker portò i tassi (Usa) al 15%, mostrandosi pronto ad accettare l’effetto collaterale della recessione”.

Ora, spiegano da ING, “nessuno sul mercato crede che i tassi sui fed funds saliranno oltre il 10% in poco tempo, ma il dato di ieri relativo all’inflazione ha portato i mercati a riprezzare il tasso terminale della Fed, dal 4% precedentemente atteso, al 4,30%.

E anche gli economisti di Jefferies Aneta Markowska e Thomas Simons, nel commentare le pressioni inflazionistiche “molto ostinate” della componente core del dato, hanno parlato di un fattore che condiziona le aspettative sulla Fed, portando i trader a scommettere sul fatto che un tasso terminale pari al 4% “non sarà sufficientemente alto”.

Gli economisti di Jefferies scommettono di conseguenza su un repricing nelle aspettative del tasso terminale della Fed dal 4% al 4,5%.

Messaggio simile dagli economisti di Pimco Tiffany Wilding e Allison Boxer, che ritengono che le stesse stime della Fed sui tassi, che saranno diffuse nel dot plot la prossima settimana, in occasione del meeting del 20-21 settembre del Fomc (braccio di politica monetaria della Federal Reserve), implicheranno un valore dei tassi terminali al 4,5%, sulla scia di quest’ultimo dato relativo all’inflazione, che Pimco ha definito “rovente”.

“Il fatto che l’inflazione sia più ostinata e più ampia significa che la Fed ha più lavoro da fare”, hanno messo in evidenza gli esperti di Pimco. I mercati hanno subito scontato la pubblicazione del dato, in primis “Wall Street, capitolata subito dopo la diffusione dell’indice CPI.

Ma veniamo ai dettagli dell’indice dei prezzi al consumo Usa:

Nel mese di agosto, la crescita dell’inflazione degli Stati Uniti misurata dall’indice dei prezzi al consumo è rallentata al ritmo annuo dell’8,3%, rispetto al +8,5% di luglio. L’indebolimento dell’indice CPI è avvenuto tuttavia a un ritmo inferiore di quanto atteso dal consensus degli analisti, che avevano previsto un aumento pari a +8,1%. Su base mensile l’inflazione headline è salita inoltre dello 0,1%, rafforzandosi rispetto al dato invariato di luglio, e confermando una crescita superiore, anche in questo caso, alle stime, che erano per un calo dello 0,1%.

L’inflazione core ha alimentato ulteriormente i timori degli investitori, balzando ad agosto del 6,3% su base annua, così rafforzandosi rispetto al +5,9% di luglio, e ben oltre il +6,1% stimato; su base mensile, l’indice CPI core è salito dello 0,6%, oltre il +0,3% stimato e il doppio rispetto al precedente +0,3% di luglio.

Immediata la reazione degli economisti, che si sono apprestati ad aggiornare i loro outlook sui tassi. L’economista di Nomura Rob Dent, in particolare, ha scritto in una nota che il dato relativo all’inflazione potrebbe far salire  “il rischio di una stretta monetaria di 100 punti base, sebbene non sia questo lo scenario di base”.

In ogni caso, il mercato secondo Dent “dovrebbe considerare la possibilità che ci sia un altro rialzo dei tassi di 75 punti anche a novembre”.

Stando al trend del FedWatch del CME Group, i futures sui fed funds prezzano un rialzo dei tassi di 75 punti base per la terza volta, la prossima settimana, con una probabilità pari al 100%.

La chiusura di Wall Street nella sessione di ieri è stata drammatica: il Dow Jones è scivolato di quasi -1.300 punti (-1.278.37 punti, in perdita del 3,94% a livello percentuale), a 31.104,95. Lo S&P 500 è arretrato di 177,74 punti (-4,32%) a 3.932,68 mentre il Nasdaq è crollato di 632,83 punti (o -5,16%), a 11.633,58 punti.

In particolare l’indice S&P 500 è capitolato al ritmo più forte dal giugno del 2020, ovvero dai tempi più bui della pandemia Covid. Oggi l’azionario si riprende, sulla scia della voglia di recupero della borsa Usa al momento certificata dal trend dei futures.

Gli esperti di ING hanno fatto notare che, tra i bruschi movimenti dei mercati nella giornata di ieri provocati dal repricing del ciclo dei tassi della Fed, c’è stato quello della ulteriore inversione della curva dei tassi compresa tra la scadenza a due anni e 10 anni.

Lo spread dei rendimenti si è ulteriormente allargato, ampliandosi di 10 punti base fino a -34 punti base.

Occhio a tal proposito al boom dei tassi dei Treasuries Usa a due anni, schizzati al nuovo record dal 2007.

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Lo scorso 27 luglio la Fed ha alzato i tassi sui fed funds di 75 punti base, per la seconda volta consecutiva, a conferma della sua lotta contro l’inflazione galoppante negli Stati Uniti.

Con il suo secondo rialzo consecutivo di 75 punti base, Powell & Co hanno portato i tassi sui fed funds Usa nel nuovo range compreso tra il 2,25% e il 2,5%, al record dalla fine del 2018: insieme, le strette monetarie di giugno e di luglio da parte della Fed hanno rappresentato i rialzi consecutivi dei tassi più consistenti da quando la Fed ha iniziato a utilizzare i tassi overnight alla stregua di principale strumento di politica monetaria, all’inizio degli anni ’90. E potrebbe essere, per l’appunto, solo l’inizio.

Stretta +100 punti base è il nuovo dubbio che assilla gli operatori, che guardano a questo punto alla decisione sui tassi che Powell & Co annunceranno la prossima settimana, il 21 settembre:

Gli americani hanno risparmiato sul gas, ma hanno pagato di più per quasi tutto il resto, nel mese di agosto. Il risultato è che l’inflazione core è stata rovente, facendo salire di conseguenza la probabilità che la Fed considererà anche una stretta di 100 punti base, oppure un tasso terminale più alto del 4%”, hanno scritto gli economisti di CIBC. Sono state di fatto proprio le componenti core a registrare ad agosto una forte impennata: il che significa che il rialzo dell’inflazione, fino a poco fa spiegato soprattutto con il caroenergia, si mostra più radicato nelle componenti core, ovvero quelle che, contrariamente ai beni energetici ed alimentari, non sono volatili. “Ci sono stati aumenti diffusi in categorie core che non erano attesi per il mese di agosto: in accelerazione i costi delle assicurazioni sanitarie e dei servizi dentistici, forti aumenti dei costi per le assicurazioni auto e dei costi di riparazione, insieme a quelli delle nuove auto”.

Jon Maier, CIO di Global X, ha così commentato lo shock inflazione made in Usa:

“I dati sull’inflazione statunitense ad agosto sono risultati più elevati del previsto, consolidando la traiettoria della Fed per un rialzo di 75 punti base alla riunione del Fomc di settembre. Il Cpi è aumentato di 10 punti base mese su mese e dell’8,3% anno su anno, mentre il Cpi core, che esclude i generi alimentari e l’energia, è aumentato di 60 punti base mese su mese e del 6,3% anno su anno. I dati di questo mese ci dicono che i consumatori continuano a sperimentare pressioni al rialzo sul costo della vita, in quanto le case, le cure mediche e il settore dell’arredamento hanno registrato un aumento maggiore rispetto ai dati di luglio. Una nota positiva è che l’indice energetico è sceso del 5% ad agosto, con la benzina e le altre materie prime energetiche che hanno registrato uno dei maggiori ribassi degli ultimi mesi”.

Dunque, quale potrebbe essere l’outlook? Maier ha spiegato che, “questo indica che la Fed e i mercati sposteranno la loro attenzione sull’inflazione core, che potrebbe rivelarsi più difficile da abbattere nel breve termine. A meno che non si registri un miglioramento sostanziale del CPI core, la Fed sarà propensa ad attuare una politica monetaria maggiormente restrittiva e per un tempo più lungo, allo scopo di contenere la domanda aggregata e riportare l’inflazione all’obiettivo del 2%. Un obiettivo che probabilmente non sarà raggiungibile nel breve termine”.