Gas russo solo con rubli, il ricatto di Putin è un bluff. Draghi ha ragione quando dice che non è fattibile

1 Aprile 2022, di Redazione Wall Street Italia

“No pagamenti in rubli? No gas”. L’ultimatum all’Europa dipendente dal petrolio e dal gas made in Russia è arrivato ieri, per mezzo di un decreto firmato dal presidente russo Vladimir Putin, che ha messo nero su bianco il ricatto annunciato giorni fa: volete il gas della Russia? Pagate in rubli.

Il ricatto contro i paesi ostili, così come li ha definiti il capo del Cremlino, è stato così formalizzato, anche se dal presidente del Consiglio Mario Draghi e dal cancelliere tedesco Olaf Scholz è già arrivato un bel no congiunto. I paesi ricattati sono quelli dell’Unione europea, il Regno Unito, il Canada, il Giappone, la Svizzera, Taiwan, la Corea del Sud, la Norvegia e l’Australia.

Fatti: Putin ha detto chiaramente che gli gli acquirenti di gas russo dei paesi ostili dovranno pagare in rubli a partire dalla giornata di oggi, 1° aprile 2022, oppure “far fronte alle conseguenze”, ovvero allo stop delle forniture. “Devono aprire conti in rubli presso le banche russe. E da questi conti dovranno pagare per le consegne di gas a partire dalla giornata di domani”, ha annunciato il presidente in un discorso alla televisione successivo alla firma del decreto. Nel caso in cui si rifuteranno di farlo, “i contratti correnti saranno congelati”. Praticamente, “il mancato pagamento verrà considerato una violazione degli obblighi da parte degli acquirenti”.

Dunque, niente gas russo. Putin ha dato alla banca centrale della Russia, alle autorità doganali e al governo russo 10 giorni di tempo per realizzare il nuovo sistema: un sistema che, riporta il Financial Times, potrebbe essere replicato prossimamente anche per i pagamenti di altre commodities russe, come petrolio, metalli, fertilizzanti. Interpellato dall’Ft Bas van Geffen, strategist macro senior di Rabobank, ha riassunto così la questione: “Nell’esprimere il proprio sostegno all’Ucraina, l’Occidente ha rafforzato le sanzioni contro la Russia. Dal canto suo, la Russia, vuole accettare solo pagamenti in rubli per il suo gas naturale. Ma questo può essere possibile solo attraverso le banche russe, che sono state sanzionate”.

L’aut-aut insomma “o costringerà l’Occidente a non rispettare per primo le sanzioni imposte alla Russia oppure comporterà la fine delle forniture di gas verso la Russia”. Ma il ricatto, si chiedono in molti, è, prima di tutto, fattibile? Secondo molti, è tutto un bluff, una conferma piuttosto della macchina della propaganda che una vera minaccia e propria minaccia. Gli economisti hanno spiegato l’ultimatum, nei giorni scorsi, con il tentativo del Cremlino di rivitalizzare il rublo, moneta ormai paria. Di fatto, un apprezzamento, e anche sensibile, della moneta c’è stato, dopo il primo annuncio shock di qualche giorno fa. Ma sia dal mondo istituzionale che da quello corporate – vedi G7 ed ENI – il no è stato immediato.  E certo la rimonta dei rubli in un contesto caratterizzato dai controlli sui capitali lanciati da Mosca non ha impressionato più di tanto gli esperti di mercato, con il Wall Street Journal che ha scritto chiaramente che il rublo è in in uno stato di coma indotto dalla Banca centrale russa.

Da un punto di vista tecnico l’ultimatum comporta per gli acquirenti di gas l’apertura di un conto presso la russa Gazprombank di un conto sia in valuta estera che in rubli. A tal proposito, vale la pena di ricordare che Gazprombank è stata colpita dalle sanzioni del Regno Unito ma è stata risparmiata sia dagli Stati Uniti che dall’Unione europea, in quanto grande player nel commercio del gas.

L’ultimatum per ora non ha scatenato il panico che Putin sperava di generare: d’altronde, riporta il Financial Times, da un punto di vista prettamente operativo, anche se Putin decidesse davvero di chiudere i rubinetti del gas in caso di mancati pagamenti in rubli, i cosiddetti paesi ostili potrebbero continuare a pagare comunque in euro almeno per un altro mese, visto che i pagamenti relativi alla maggior parte delle consegne di aprile non sono dovuti fino al mese di maggio.

Ma la domanda a priori è: da un punto di vista pratico, come farebbe la Russia a interrompere bruscamente le forniture di gas?

Intervistato dal quotidiano britrannico Rom Smith, analista senior della divisione di oil and gas di BCS, a Mosca, ha spiegato che lo stop, in teoria, potrebbe avvenire quasi immediatamente in quanto “nel caso dei giacimenti di gas naturale, al contrario di quelli di petrolio, in generale l’interruzione è un processo semplice da realizzare senza che si provochino danni”. A quel punto, una quantità limitata di gas potrebbe essere dirottata verso altri paesi dell’Asia centrale o in Turchia: le quantità rimamenti potrebbero essere convogliate, invece, negli impianti di stoccaggio; Tuttavia, la capacità di stoccaggio domestica della Russia è limitata, meno della metà della quantità che viene esportata in Europa ogni anno.

Tom Marzec-Manser di ICIS spiega che, nel caso in cui Putin decidesse lo stop delle forniture verso l’Europa, la quantità non esportata riempirebbe i depositi di stoccaggio di Gazprom in appena quattro mesi e mezzo. Una volta riempiti, Gazprom dovrebbe smettere di produrre gas in quanto non potrebbe dirottare comunque facilmente e soprattutto velocemente il gas in eccesso ad altri mercati.

Nella Siberia Occidentale, dove Gazprom pompa gas per l’Europa, non esiste per esempio un gasdotto che possa assicurare la distribuzione in Cina, e saranno necessari tra i tre e i quattro anni affinché il progetto del gasdotto Soyuz Vostok che rifornirà la Cina attraverso la Mongolia venga completato. Al di là delle difficoltà pratiche, intervistaro dall’Associated Press Carl Weinberg, responsabile economista e managing director di High Frequency Economics, ha definito da New York il ricatto di Putin un “bluff”.

“Putin potrà pretendere anche il pagamento in rubli – ha detto Weinberg – ma i contratti sono chiari. La sua unica opzione per costringere i pagamenti (in rubli) è fermare le consegne, ma questo non può accadere. Non può impedire al petrolio e al gas di uscire dai giacimenti senza chiudere i pozzi, e la capacità di stoccaggio verrebbe esaurita molto velocemente, nel caso in cui le consegne venissero fermate bruscamente. Chiamiamolo pure un bluff – ha rimarcato Weinberg, facendo notare che, così come la Germania e l’Unione europea non possono permettersi di smettere di acquistare russo, la Russia non può permettersi di interrompere le forniture all’Europa, anche solo da un punto di vista logistico.

E oltre ai motivi puramente logistici, ci sono anche quelli giuridici, che forse Putin sta snobbando ma che sicuramente un colosso del gas come Gazprom non può ignorare. Gazprom, spiegano gli analisti dell’Ft, ha il diritto di rinegoziare i termini dei contratti ogni tre anni; ma l’ultimatum lanciato all’Europa con la pretesa di ricevere i pagamenti dei contratti già esistenti in rubli, e dunque non più nelle valute richieste fino a oggi – euro e/o dollari – , visto il no arrivato in primis dall’Italia e dalla Germania, crea un contenzioso. E contenziosi di questo tipo, in assenza di un accordo tra le parti, vanno a finire all’Arbitrato di Stoccolma: e qui sarebbe tutto un dire, visto che una revisione richiederebbe un processo piuttosto lungo.

“Il principio della santità del contratto fa sì che, se dovesse emergere una grande disputa su un contratto di esportazione di gas di Gazprom, il gas continuerebbe a fluire fino a quando la questione non venisse risolta dall’arbitrato di Stoccolma”, ha commentato Morten Frisch, negoziatore di contratti di gas, convinto che sia tutto un bluff. Così anche Ron Smith, analista di BCS: “Questa è una questione politica, non commerciale, che sembra essere stata orchestrata come ritorsione alle restrizioni che sono state imposte sulla banca centrale, e che è diretta alle società europea, nella speranza che alcune sanzioni vengano sovvertite”.

Con il suo impeccabile aplomb britannico, di certo Draghi non si è lasciato impressionare dal decreto firmato da Putin: Il pagamento del gas russo in rubli “è inaccettabile e non è fattibile”, ha detto ieri, nel corso della conferenza stampa alla stampa estera. “Non è accettabile perchè i contratti prevedevano pagamenti in euro e dollari. I prezzi dei beni scambiati a livelli mondiale, gas, materie prime, petrolio, grano sono da sempre fissati in dollari, poi è venuto l’euro. Non è facile cambiare valuta di riferimento: gli europei stessi ci hanno pensato a lungo e hanno pensato di provare a ridefinire i contratti in dollari. Non funziona, perchè tutti gli scambi sono in una moneta”. Si tratta insomma di una pretesa “inaccettabile, non fattibile tecnicamente”. Idem la Francia di Emmanuel Macron, con il ministro dell’Economia Bruno Le Maire che ha sottolineato: “Ci sono dei contratti e vanno totalmente e integralmente rispettati. Vanno attuati usando la moneta che è stata prevista (…)I contratti in euro dovranno essere pagati in euro e verranno pagati in euro”. Così il cancelliere tedesco Olaf Scholz: i paesi europei continueranno a pagare il gas russo in euro e in dollari, così come “scritto nei contratti”. “Ho chiarito al presidente russo che le cose rimarranno in quel modo – ha aggiunto il cancelliere in una conferenza stampa indetta con l’omologo austriaco Karl Nehammer- che le aziende vogliono oagare in euro e che così sarà”