Fuga mondiale dal mercato del reddito fisso, il sell off è il peggiore di sempre

23 Marzo 2022, di Redazione Wall Street Italia

Considerati tra gli asset rifugio per eccellenza, insieme all’oro, allo yen e al franco svizzero, i titoli di Stato made in Usa continuano a essere colpiti da violenti sell off, nonostante i tempi di guerra, o probabilmente proprio a causa di questa guerra tra Russia e Ucraina. Di norma l’avversione al rischio porta gli investitori a rifugiarsi nei Treasuries e anche nei Bund tedeschi, considerati da sempre safe haven asset. Stavolta però il chiodo fisso dell’inflazione e di banche centrali destinate a essere più hawkish sta provocando una fuga anche dai titoli di debito considerati tra i più solidi al mondo, e non solo.

E’ tutto il reddito fisso che viene ormai attaccato da pesanti smobilizzi, inclusi i corporate bond. Tanto che un articolo di Bloomberg mette in evidenza il trend dell’indice Bloomberg Global Aggregate Index, benchmark per i ritorni dei debiti sovrani e delle obbligazioni societarie a livello mondiale: il parametro conferma l’emorragia più forte di sempre dal mercato globale dei bond, con un calo dell’11% dal record testato nel gennaio del 2021: si tratta di una flessione record dagli anni ’90, che supera la flessione del 10,8% che si manifestata durante la crisi finanziaria del 2008.

In termini di capitalizzazione di mercato, la ritirata conferma una contrazione pari a $2,6 trilioni, peggiore di quella di $2 trilioni circa del 2008. Tutta colpa dell’accelerazione dell’inflazione mondiale, così come delle stesse aspettative sulla crescita dell’inflazione, che hanno portato banche centrali come Fed e Bank of England a virate di politica monetaria più o meno brusche, a conferma dell’avvento di politiche monetarie più restrittive. Perfino la Bce di Christine Lagarde, nell’ultima riunione del Consiglio direttivo del 10 marzo scorso, ha sfoderato un atteggiamento decisamente più hawkish, che ha tartassato alla fine soprattutto i titoli di stato dell’area euro più vulnerabili, come i BTP italiani.

Alla base di tutto c’è la paura di una inflazione di guerra che vada a sommarsi all’inflazione da reopening dell’economia mondiale post Covid, a causa di uno shock dell’offerta: le protagonisti del conflitto sono infatti Russia e Ucraina, entrambe esportatrici di commodities, con la prima che vanta(va) una posizione di primo piano nella lista dei paesi esportatori di materie prime (vedi petrolio, gas, nichel e altre commodities) e che ora è isolata dal mondo economico, finanziario e commerciale a causa delle sanzioni che hanno colpito il regime di Putin. L’inflazione da guerra ha fatto scattare ulteriormente sull’attenti i banchieri centrali, Jerome Powell, numero uno della Fed, in primis: colpito da uno scossa hawkish, Powell ha praticamente ammesso che, nelle prossime riunioni del Fomc, il braccio di politica monetaria della Fed, i tassi Usa potrebbero essere alzati anche di 50 punti base. Più hawkish si sono fatte le stime anche degli economisti e della stessa agenzia di rating Fitch, che ha presentato il proprio outlook sul trend dei tassi Usa e dell’area euro. Gli esperti di Goldman Sachs hanno sfornato inoltre una nuova tabella di marcia. Dal canto suo, l’esponente più falco della Fed, il presidente della Fed di St Louis James Bullard, è tornato a spronare Powell & Co parlando di neutral rate da raggiungere, dopo che, nei giorni scorsi, aveva consigliato alla banca centrale Usa fino a 12 rialzi dei tassi nel corso di quest’anno.

 Inevitabile l’ulteriore fiammata dei tassi dei Treasuries Usa che hanno testato nuovi massimi dal 2019. I tassi decennali hanno superato anche la soglia del 2,40%, continuando a scontare l’effetto delle dichiarazioni del numero uno della Fed, Jerome Powell, e salendo fino al 2,41%, valore più alto dal maggio del 2019. Boom anche dei tassi dei titoli di stato a due anni, saliti fino al 2,17%. Focus inoltre sullo spread tra tassi Usa a 30 e a 5 anni, che si è ristretto al minimo dal 2007, alimentando ulteriormente i timori di una recessione negli Stati Uniti. Si avvia a chiudere un trimestre terribile il mercato dei Treasuries Usa. Dal 31 dicembre del 2021 il Bloomberg U.S. Treasury Index è capitolato del 5,55%, facendo peggio del calo pari a -5,45% sofferto all’inizio degli anni ’80, che fino a ieri aveva confermato il dietrofront più forte su base trimestrale della storia dell’indice. E nelle ultime ore, a conferma del sell off globale, sono stati colpiti da forti smobilizzi anche i titoli di stato di Australia e Nuova Zelanda, a fronte di un balzo dei tassi superiore a +10 punti base. Sell anche sui titoli di stato made in Japan (dove l’inflazione è da anni considerata un miraggio), con i tassi decennali balzati al record in un mese, attorno a un irrisorio 0,21%.