Fed, tassi e il dilemma inflazione-recessione: Goldman Sachs presenta la tabella di marcia

23 Settembre 2022, di Redazione Wall Street Italia

Fattore tassi Fed e incertezza sui mercati: gli economisti di Goldman Sachs rivedono al ribasso le stime sull’indice S&P 500: il target del listino benchmark della borsa Usa è pari ora a 3.600 dai 4.300 precedentemente previsti. Questo significa che gli economisti del colosso bancario Usa ritengono che lo S&P 500 scenderà del 4,2% dai livelli attuali.

Goldman Sachs ha presentato anche l’outlook su ciò che farà la Fed  di Jerome Powell, che due giorni fa ha alzato i tassi sui fed funds di 75 punti base per la terza volta consecutiva, portandoli al nuovo range compreso tra il 3% e il 3,25%, al record dal 2008.

“A nostro avviso, se le strette monetarie riusciranno a risolvere il problema dell’inflazione senza provocare una recessione, il Fomc molto probabilmente aspetterà che qualcosa vada per il verso sbagliato prima di tagliare i tassi, piuttosto che decidere di tagliare solo per riportare i tassi al livello neutrale”.

In questo contesto, con la recessione-hard landing che sembra ormai inevitabile, Goldman ha paventato la presenza di un maggior rischio di una recessione, che ridurrebbe gli utili della Corporate America, allargherebbe lo spread tra i rendimenti e farebbe scivolare lo S&P 500 fino a quota 3.150. Il target verrebbe toccato dall’indice tra sei mesi. Il responsabile strategist del mercato azionario Usa di Goldman Sachs, David J. Kostin, insieme ai suoi colleghi, ha di fatto presentato la tabella di marcia ribassista dell’indice S&P 500 in caso di recessione Usa, presentando i loro target a 3-6-12 mesi, che sono rispettivamente pari a 3.400, 3.150 e 3.750 punti.

Nello scenario di base di Goldman Sachs, i target sullo S&P 500 a 6 e 12 mesi sono invece superiori, pari 3.600 e 4.000 punti.

C’è però anche un altro scenario firmato Goldman Sachs, decisamente più ottimista, che si basa su quanto affermato da Kostin & Co in precedenza: dallo scorso 12 settembre, lo S&P 500 ha sottoperformato l’azionario europeo, per la precisione lo Stoxx Europe 600 Index, motivo per cui gli economisti della banca d’affari credono che la borsa Usa sia al momento una scommessa più sicura rispetto all’azionario made in Europa.

Gli stessi ritengono anche che, in caso di segnali di allentamento dell’inflazione, lo S&P 500 potrebbe salire fino a 4.300 entro la fine del 2022, mettendo così a segno un rally di fine anno.

Tassi Fed: l’outlook di Goldman. Tagli più lontani

Riguardo alla Fed e alle sue prossime mosse:

“I nostri economisti prevedono ora che il Fomc alzerà i tassi di 75 punti base a novembre, di 50 punti base a dicembre, e di 25 punti base a febbrario, fino a portare i tassi al picco compreso tra il 4,5% e il 4,75%”. R

Guardando in un’ottica di breve termine, Goldman Sachs prevede che la Fed alzerà i tassi fino al 4,6% entro la fine del 2022.

Goldman Sachs fa notare tuttavia che “la Fed non ha una fiducia tale da ritenere che basterà raggiungere il tasso neutrale del 2,5%, per ricorrere al taglio dei tassi”.

Di conseguenza, e non solo secondo la view di Goldman Sachs, la speranza dei trader di un dietrofront di Powell & Co e dunque su un ritorno alla politica monetaria espansiva con un percorso di tagli dei tassi, si affievolisce. Guardando al 2023, Goldman Sachs ritiene che il trend dei tassi di interesse dipenderà da due fattori:

1) “Quanto facilmente la crescita (del Pil), le assunzioni e l’inflazione rallenteranno il passo. Sebbene ci siano rischi in entrambe le direzioni, intravediamo un rischio maggiore che ci sia bisogno di tassi più alti per ribaltare il surriscaldamento, rispetto alla possibilità che la Fed si fermi prima nel percorso delle sue strette monetarie.

2) Se i partecipanti al Fomc saranno davvero soddisfatti dal livello dei tassi sui fed funds raggiunto e disposti, di conseguenza, a dire stop alle strette monetarie mentre l’inflazione è ancora alta in modo preoccupante.

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M&G Investments cita Whatever It Takes di Draghi

Eva Sun-Wai, portfolio manager fixed income di M&G Investments, fa il punto della situazione nel post Fed.

“75 pb come previsto. I titoli azionari sembrano reagire in modo più ribassista rispetto alle obbligazioni, ma in generale 75 pb erano più che prezzati, con il tasso a 2 anni che ora si aggira intorno al 4%. Ritengo che il tono più aggressivo dei titoli dei giornali sia dovuto al fatto che la Fed ha indicato una possibile mossa della stessa entità a novembre (suggerendo che l’inflazione potrebbe non aver ancora raggiunto il picco), rispetto al fatto che hanno aumentato i tassi di 75 pb per la terza volta consecutiva, il che non è poi così sorprendente, dato che la loro retorica è rimasta molto “alla Draghi” in termini di necessità di fare “tutto quello che è necessario” per far scendere l’inflazione.

“I titoli dei giornali – continua il gestore di portafoglio della divisione di reddito fisso di M&G Investments continuano a parlare di un ‘atterraggio morbido che sembra sempre più sfuggente’: credo sia giusto dire che un atterraggio duro è inevitabile e che assisteremo a una sorta di contrazione economica nella prossima fase del ciclo”.

Certo, aggiunge Eva Sun-Wai, “la Fed ha probabilmente più margine di manovra rispetto all’Europa, in quanto gli Stati Uniti sono più isolati dalla volatilità dei prezzi dell’energia e delle materie prime che sta causando difficoltà nel continente, e finché i mercati del lavoro rimarranno forti, la banca centrale americana non sembra così preoccupata di spingere l’economia verso una contrazione del PIL. Ciò che colpisce è la loro determinazione a impegnarsi per il raggiungimento dell’obiettivo di inflazione del 2%: sembra che, almeno nel medio termine, le banche centrali debbano rivedere al rialzo i loro obiettivi per tenere conto dei componenti più ‘problematici’ del paniere dell’IPC e accettare il fatto che potremmo entrare in una fase di inflazione perennemente più alta di quella a cui siamo stati abituati negli ultimi decenni”.

Insomma, “non è realistico puntare allo stesso obiettivo del 2%, visto il ciclo di inasprimento globale post-pandemia, le enormi perturbazioni sulla catena di approvvigionamento tuttora in corso (che si sono rivelate non “transitorie”) e la guerra in Ucraina. Inoltre, la politica monetaria tipicamente dispiega i suoi effetti con un notevole ritardo”. Sun-Wai fa notare che “i mercati azionari speravano di sentire qualche riferimento alla fine del ciclo di rialzi, ma non è certo quello che è successo  e la Fed ha segnalato di non aver ancora finito.

Fed, Global X: rischio per azioni, bond e asset reali

Commenta quanto annunciato dalla Fed mercoledì scorso anche Jon Maier, CIO di Global X:

“La Fed ha alzato i tassi per la terza volta consecutiva di 75 punti base, portando il tasso dei federal funds a un nuovo target del 3,00-3,25%. La principale motivazione dei rialzi continua ad essere la persistente inflazione in un mercato del lavoro piuttosto solido. Il Fomc ha mantenuto i messaggi da falco lanciati a Jackson Hole, ribadendo che continuerà a procedere con i rialzi anche in caso di rischio di una recessione. Inoltre, continuerà a ridurre il proprio bilancio di titoli di Stato e di titoli garantiti da ipoteca” con il Quantitative Tightening.

“In occasione di questa riunione – continua Jon Maier – la Fed ha pubblicato il suo ‘dot plot’ aggiornato, che mostra una maggiore coesione rispetto al passato, così come un aggiornamento del ‘Summary of Economic Projections’. Il dot plot si è spostato più in alto, con la maggioranza dei membri che stima un tasso di fine anno del 4,4%, invece che del 3,4%. I potenziali rialzi continueranno anche nel 2023, con i primi tagli potenzialmente nel 2024. Le aspettative sui tassi a lungo termine sono rimaste invariate”.

“Per il 2022 e il 2023 – prosegue il CIO di Global X – le aspettative di crescita del PIL reale sono diminuite, mentre quelle di inflazione sono aumentate. Nel lungo periodo, tuttavia, le aspettative non si sono spostate di molto e rimangono per la maggioranza nell’intervallo 1,8-1,9%”.

Maier fa notare che “tra le considerazioni principali vi è ora il timore di un eccessivo irrigidimento monetario. Quando la Fed alza i tassi con l’intenzione di raffreddare l’economia, c’è un ritardo naturale prima che i tassi più alti producano i loro effetti. Con i mutui ormai al di sopra del 6% e con la previsione di un aumento, è probabile che azioni, obbligazioni e asset reali andranno incontro a ulteriori difficoltà”.