Euro e yen in picchiata sul dollaro con Fed e fattore guerra. Moneta unica rischia di finire sotto parità

28 Aprile 2022, di Redazione Wall Street Italia

Euro e yen in picchiata sul dollaro: un problema vero per le aree direttamente interessate, Eurozona e Giappone, entrambe importatrici di materie prime, entrambe già fortemente sotto stress in quanto tra le economie più esposte al boom dei prezzi del petrolio, del gas e di altre commodities, a causa della guerra tra la Russia di Vladimir Putin e l’Ucraina.

In un contesto in cui si teme già da un po’ per l’area euro la stagflazione, e la recessione da guerra, il forte deprezzamento dell’euro alimenta ulteriormente i timori sull’aumento delle pressioni inflaionistiche.

L’Europa infatti paga le forniture di petrolio e di materie prime in dollari; il che significa che una perdita di valore dell’euro nei confronti del biglietto verde di per sé provoca un aumento della bolletta energetica che le aziende e le famiglie devono pagare, già troppo alta, a seguito delle quotazioni schizzate sui vari mercati. Quotazioni schizzate per le preoccupazioni sul Global energy crunch che erano già nate prima del conflitto russo-ucraino, a seguito del reopening delle economie di tutto il mondo post lockdown da Covid, e che sono ulteriormente salite con la guerra di Putin.

L’impennata si spiega con la minore offerta di materie prime da parte della Russia – tra l’altro tra i pesi massimi del mercato delle commodities a livello globale: sia reale – vedi embargo lanciato dagli Stati Uniti di Joe Biden – che potenziale, visto che l’Ue non ha escluso di recidere quel cordone ombelicale di dipendenza energetica che la lega ancora a Mosca.

La paura di rimanere a secco di gas è ulteriormente montata nelle ultime ore, con Gazprom che ha chiuso i rubinetti alla Polonia e alla Bulgaria, dopo che entrambi i Paesi hanno rifiutato il pagamento del gas in rubli.

Cosa succederà a uesto punto  a tutti gli altri paesi che rifiuteranno l’ultimatum energetico imposto da Putin, ovvero niente gas senza pagamenti in rubli?

In base alle leggi della domanda e dell’offerta, succederà che i prezzi punteranno ancora verso l’alto.

E, con un euro così debole, il cappio al collo dell’Europa si stringerà ulteriormente, in quanto le stesse riforniture di gas naturale liquefatto (GNL) che gli Stati Uniti hanno promesso all’Unione europea, nel caso specifico delle aziende dell’area euro, a causa del tonfo della moneta unica, costeranno di più. 

I sell sull’euro sono stati scatenati proprio dalla paura – più che concreta – che sarà l’economia europea a pagare più di tutte lo scotto della crisi ucraina, in quanto esposta in modo tossico alla Russia: ciò è vero sia per le aiende europee, che hanno stretto negli ultimi anni diversi accordi commerciali con Mosca, che, molto, per le banche (UniCredit docet, così come Intesa).  

L’euro sta pagando molto, però, anche l’effetto Fed: con la banca centrale americana che si appresta ad alre i tassi in modo ancora più aggressivo di quanto paventato e soprattutto rispetto alla Bce – per non dire della Bank of Japan – gli asset denominati in euro – e yen – sono diventati indubbiamente meno appetibili gli occhi degli investitori.

Gli smobilizzi sulla moneta unica sono stati tali – intensificati dopo la doccia fredda arrivata da Gazprom – da far capitolare il rapporto euro-dollaro (EUR-USD) al valore minimo in cinue anni, ovvero  a $1,0510, in calo del 5% dll’inizio del mese di aprile, a conferma della perdita record su base mensile dall’iniio del 2015.

Un articolo della Cnbc fa notare che l’euro sta viaggiando pericolosamente a ridosso dei livelli di supporto, che vanno dal prossimo test a $1,0500 fino l minimo dal 2017, a $1,0344. Minimo che, se venisse sfondato, porterebbe la moneta a  crollare a  valori minimi dal 2002, e a scendere anche sotto la parità.

Ma non va affatto bene neanche allo yen, la moneta ufficiale del Giappone, che continua a capitolare senza trovare alcun appiglio, tanto meno nella politica monetaria ormai quasi pateticamente espansiva della Bank of Japan, incapace tuttora di creare nel paese una inflazione che possa considerarsi sostenibile. E anche qui si tratta dell valuta di un paese importatore di materie prime, alle prese dunque più degli altri con il conto salato della guerra di Putin.

Oggi, lo yen è precipitato ulteriormente nei confronti del dollaro, con il rapporto USD-JPY volato di oltre +1% fino testare quota JPY 130 per la prima volta dal 2002, ovvero in 20 anni, portando così il biglietto verde a incassare un balzo del 6,6% nei confronti della moneta dall’inizio di aprile, la performance migliore dalla fine del 2016.

“Dopo settimane di commenti confusi sullo yen arrivati dai funionari del governo, la BoJ ha tagliato la testa al toro con un messggio chiaro – ha commentato alla Cnbc Sean Callow, senior currency strategist di Westpac, Sydney – Il balzo dell’inflazione globale non riguarda il Giappone, dunque i tassi zero (diciamo anche negativi) rimarranno”; qui il divario con la politica monetaria della Fed di Jerome Powell è quasi storico, visto che, fronte dei vari bazooka che la banca centrale del Giappone ha intenzione di continuare a lanciare, c’è Washington che si appresta ad alzare i tassi di ben 150 punti nelle prossime tre riunioni del Fomc, il suo braccio di politica monetaria.

In questo contesto, di certo non si può rimproverare gli investitori di scegliere gli asset denominati in dollari, rispetto a quelli denominati in yen.

D’ltronde non è detto nenche che la Bank of Japan di Haruhiko Kuroda si allarmerà, e che dunque si avveri la profezia di Mr Yen.

Di certo la Fed di Jerome Powell è il principale assist del dollaro in questo momento, visti i toni sempre più hawkish che stanno portando diversi economisti a temere anche strette monetarie monstre.