Conti correnti: inflazione alias la tassa più crudele che sta colpendo i nostri risparmi

7 Aprile 2022, di Redazione Wall Street Italia

Inflazione, ovvero la tassa più crudele, ovvero la patrimoniale che sta divorando i nostri risparmi: e forse, senza che molti di noi se ne stiano anche rendendo conto, perchè, almeno nel caso specifico degli italiani, il cash è il vero rifugio, come dimostra la logica dei soldi sotto il materasso. Ma l’economia è cosa ben diversa dalle vecchie care abitudini: l’economia ci dice che l’inflazione erode il potere di acquisto, svaluta la liquidità, e affossa quegli stessi soldi che teniamo parcheggiati nei nostri conti correnti. L’inflazione, insomma, è nemica di quel cash, di quel contante, che tanto amiamo.

Mentre paghiamo di più per prenderci il nostro caffé quotidiano, e per fare il pieno di benzina, i soldi che teniamo fermi nei nostri c/c valgono di meno. L’inflazione, in poche parole, significa che lo stesso ammontare di soldi che avevamo ieri oggi vale di meno, il che significa che il nostro potere di acquisto è diminuito e che i nostri risparmi sono stati erosi. Il fenomeno si verifica per diversi motivi, ma non sempre di verifica allo stesso ritmo a cui stiamo assistendo, tutti con una certa costernazione, oggi.

E se di inflazione si parlava già molto prima dell’inizio della guerra in Ucraina esplosa con l’invasione del paese da parte della Russia, lo scorso 24 febbraio, oggi se ne parla ancora di più. I prezzi avevano già iniziato a salire in modo anormale con il reopening dell’economia post pandemia Covid-19, a causa delle strozzature che avevano colpito diverse catene di approviggionamento in tutto il mondo.

La vera impennata è iniziata però con la guerra in Ucraina, con l’intensificarsi dei timori su un imminente shock dell’offerta di materie prime: d’altronde la Russia è un peso massimo mondiale del settore delle commodities, con le sue ricche risorse di petrolio, gas, minerali vari, metalli. L’inflazione ha continuato a galoppare, arrivando a volare al 6,7% in Italia: il che significa che, su quei 100.000 parcheggiati nei conti correnti, se ne perdono 6.700. Il che significa che, in questo momento, come aveva paventato già Ray Dalio, “cash is trash”. E che quindi, volenti o nolenti, è meglio allontanarsi dal cash.

Difficile da accettare per alcuni italiani, forse, attaccati al denaro liquido. Ma, come spiega anche Poste Italiane, la liquidità può essere un rischio:

“Pensare che la liquidità non comporti dei rischi è sbagliato. Il pericolo principale, infatti, è rappresentato dall’inflazione. Gli effetti dell’inflazione possono essere osservati da due punti di vista: il primo è rappresentato dall’erosione del potere d’acquisto del mio patrimonio nel corso del tempo, il secondo riguarda l’aumento dei prezzi. Ad esempio, 1.000 euro di dieci anni fa oggi varrebbero 875 euro in termini di potere d’acquisto. Gli stessi 1.000 euro sarebbero oggi 2.241 euro se fossero stati investiti per 10 anni nei mercati azionari globali e 1.156 euro se investiti nei mercati obbligazionari globali. La storia ci insegna che il rischio non è nell’investire, ma nel non farlo e il risultato è sempre lo stesso anche se si considerano orizzonti temporali diversi”.

Idem l’attenti lanciato nel mese di marzo da Credit Agricole Italia:

“L’inflazione è l’aumento generale dei prezzi di beni e servizi in un dato periodo di tempo. Questo aumento ha una conseguenza che si può toccare con mano abbastanza a stretto giro: è la diminuzione del potere d’acquisto del denaro. Se i prezzi vanno su, una stessa quantità di denaro permette di accedere a una quantità minore di beni e servizi. Che detto così, ci rendiamo conto, suona ancora troppo astratto. E allora consentiteci di fare un esempio concretissimo, che è nelle tasche di tutti. Nel febbraio del 2021, un litro di benzina costava circa 1,5 euro. Un anno dopo, ne costava 1,9 circa. Ciò vuol dire che se l’anno scorso con 20 euro mettevamo nel serbatoio della nostra fidata utilitaria circa 13 litri di benzina, nel febbraio di quest’anno riuscivamo a mettercene 10 o poco più. La banconota è esattamente la stessa – 20 euro – ma la ‘ricarica’ è un po’ più leggera. Lo stesso vale per altri beni: pane, pasta, latte e via dicendo”. Lo stesso Ignazio Visco, governatore di Bankitalia, avvertiva prima della guerra, lo scorso 12 febbraio, come l’inflazione fosse “sostanzialmente una tassa”.

Su Econopoly de Il Sole 24 Ore il consulente finanziario Costantino Forgione lo ha spiegato in modo molto puntuale, nell’articolo Ecco, è arrivata la vera Patrimoniale. E adesso che facciamo?.

Il consulente ricorda che “l’ammontare di liquidità sui conti correnti degli italiani ammonta oggi a poco meno di 2000 miliardi” e che “come è noto, l’inflazione erode il potere di acquisto della moneta danneggiando i risparmiatori che vedono progressivamente svalutati i propri risparmi, ma in modo perfettamente analogo beneficia lo Stato svalutando il debito che ha preso a prestito, costituendo quindi un perfetto meccanismo di trasferimento di ricchezza dai cittadini risparmiatori allo Stato debitore (…) Con l’inflazione agli attuali livelli i risparmiatori perderanno tutti gli anni il 6,7% dei propri risparmi mentre lo Stato guadagnerà il 6,7% di svalutazione del debito che è chiamato a ripagare nel tempo: questo meccanismo si ripeterà tutti gli anni e non il solo, singolo anno in cui venisse varata una imposta patrimoniale classica”.

E a prescindere da come la si veda, e che la si chiami patrimoniale o in un altro modo, la tassa dell’inflazione, sui conti correnti, è realtà.

Ne parla anche un’analisi di Axa Investment Managers.

“I nostri risparmi e investimenti vengono inevitabilmente erosi dall’aumento dei prezzi. Per questo tutti i risparmiatori temono l’inflazione, che a lungo termine limita il potere d’acquisto in mancanza di alternative su cui investire. Per fare un esempio, ad una data di riferimento, 10mila euro versati tre anni prima sono ancora 10mila euro, oppure a quell’importo andrebbe applicata una decurtazione che tenga conto dell’accresciuto costo della vita (ad esempio un 3%)? In periodo di inflazione, con gli stessi 10mila euro non si possono comprare più gli stessi beni e servizi che si sarebbero comprati tre anni prima. Per questo è meglio avere come riferimento i rendimenti reali, ovvero quelli al netto dell’inflazione. Succede più raramente, in caso invece di deflazione2, che il capitale restituito valga di più. Generalmente, il risparmiatore non percepisce tale differenza ed è portato a sovrastimare il valore dell’interesse lordo percepito. Si concentra poco sul rendimento al netto dell’inflazione o non bada al c.d. “total return””.

L’impatto dell’inflazione sui risparmi viene spiegato anche da M&G Investments: “Facciamo un esempio. Ipotizziamo di mettere in un cassetto 10mila euro, con un tasso di inflazione del 5%. Dopo tre anni riapriamo il nostro cassetto e ritroviamo i 10mila euro, ma nel frattempo i prezzi di tutti i bene che siamo soliti acquistare sono aumentati, e il nostro tesoretto si è ridotto purtroppo a circa 8.500 “reali” o adeguati all’inflazione. Una ‘tassa” silenziosa’- ma proprio per questo ancora più pericolosa, visto che ci sottrae denaro senza che noi ce ne accorgiamo – che possiamo affrontare con i giusti consigli. Ma è necessario avvalersi di professionisti qualificati, che in questo caso sono i consulenti finanziari”.