Bullard shock: Fed alzi tassi 12 volte quest’anno, dimostri che contro l’inflazione sta facendo sul serio

18 Marzo 2022, di Redazione Wall Street Italia

La Fed alzi i tassi 12 volte quest’anno, portandoli oltre la soglia del 3%. A meno di due giorni dalla prima stretta monetaria della banca centrale americana dal 2018 James Bullard, esponente del Fomc e presidente della Fed di St. Louis, lancia un appello affinché la Federal Reserve dimostri agli americani di star facendo sul serio nella sua lotta contro l’inflazione.

Che Bullard fosse membro hawkish del braccio di politica monetaria della Fed lo si è capito in più di una occasione: l’ultima si è presentata proprio l’altro ieri, quando la Fed di Jerome Powell ha alzato i tassi per la prima volta dal dicembre del 2018.

La stretta, di 25 punti base, ha portato i tassi sui fed funds al range compreso tra lo 0,25% e lo 0,50%: livello troppo basso per diversi critici della Fed, e sicuramente per James Bullard, unico contrario, che aveva chiesto un rialzo di 50 punti base, prevedendo tra l’altro (occhio al dot plot) un aumento dei tassi fino al 3,25% nel 2022.

Sono soprattutto quelli che hanno un reddito e un patrimonio modesti e chi non riesce ad adattarsi al costo più alto della vita a portare il peso dell’inflazione eccessiva – ha avvertito Bullard – La combinazione tra una forte crescita economica su base reale e un’inflazione sorprendentemente alta indica che i tassi di riferimento sono al momento fin troppo bassi per riuscire a gestire in modo prudente l’attuale situazione macroeconomica degli Stati Uniti”, si legge nel comunicato appena diffuso dal banchiere.

Alcune critiche erano arrivate già ieri, all’indomani del rialzo dei tassi, definito storico in quanto il primo in diversi anni. Scott Minerd, responsabile della divisione degli investimenti (CIO) di Guggenheim Partners, aveva per esempio detto che, a suo avviso, per far piacere ai mercati, “la Fed ha abbandonato ampiamente l’ortodossia monetaria”, abdicando al suo compito, che è quello di controllare l’offerta di moneta e gestire il proprio bilancio.

Praticamente il cio ha fatto notare che Jerome Powell & Co hanno fatto fin troppo il gioco dei mercati, posticipando troppo il primo rialzo dei tassi in quasi quattro anni. Il risultato è che ora, secondo Minerd, la Fed è in una situazione di “panico da inflazione”.

La stretta, pari a 25 punti base, è stata inoltre quasi ridicolizzata da Peter Schiff, responsabile economista e strategist del mercato globale di Europac.com e presidente di SchiffGold.com, preoccupato, come tanti altri esperti, dall’impennata dell’inflazione negli Stati Uniti.

Schiff ha fatto notare su Twitter che #Powell “ha parlato con un tono hawkish, dicendo che farà whatever it takes (tutto il possibile, riferimento alla frase storica proferita dall’ex numero uno della Bce attuale presidente del Consiglio Mario Draghi per salvare l’euro) per far scendere l’inflazione, e che utilizzerà i suoi strumenti a tal fine anche se l’economia dovesse indebolirsi e la disoccupazione salire come risultato”.

Ma “se la Fed avesse però davvero voluto agire in tal senso – ha continuato l’economista – i tassi non sarebbero rimasti ancora così bassi!“.

Schiff ha anche fatto notare il fenomeno dell’ inversione della curva dei rendimenti dei Treasuries che ieri si è manifestato nel trattato della curva compreso tra i 5 e i 10 anni. Il fenomeno è poi rientrato, ma per Schiff ha anticipato quanto da lui paventato già prima dell’annuncio della Fed, ovvero un contesto di stagflazione:

La curva dei rendimenti si è invertita ora nel tratto che va da 5 ai 10 anni, il che significa che i Treasuries a cinque anni ora rendono più dei titoli a 10 anni. Questo mostra che chi investe nel mercato dei bond non ha ancora capito. Fa bene a pensare che l’economia stia scivolando in una fase di recessione, ma sbaglia a pensare che ciò significhi che l’inflazione andrà via!“.

Non per niente l’economista ritiene che, con un indice dei prezzi al consumo al 7,9%, la Fed dovrebbe aumentare i tassi (riferimento ai tassi terminali) ad almeno il 9% per combattere davvero l’inflazione (e non al 2,4%, come emerso dall’ultimo dot plot).