Banche italiane pagano rischio BTP: è fuga dai titoli. Sottoindice bancario Ftse Mib ha perso 1/4 valore da inizio 2022

13 Giugno 2022, di Redazione Wall Street Italia

Non solo esposizione verso la Russia, le banche italiane ora sono anche alle prese con la fiammata dei tassi e dello spread e, dunque, con l’annoso problema del doom loop (strettamente connesso al problema del debito pubblico italiano). L’indice settoriale delle banche scambiate sul Ftse Mib è arrivato a capitolare nelle ultime ore fino a -3,6%, dopo il crollo di venerdì scorso, pari a -8,5%: tra le più bastonate a Piazza Affari le big UniCredit e Intesa SanPaolo, in flessione rispettivamente fino a -3,6% e -4%.

Peggio Bper, che proprio venerdì scorso ha presentato il suo piano industriale, e che ha assistito al tonfo delle quotazioni pari a -5,5%, facendo scattare così la sospensione del titolo per eccesso di ribasso, e dopo essere crollata nel venerdì nero di ben il 13%.

In generale, i titoli delle banche italiane – riferimento a quelle quotate sul Ftse Mib – hanno perso 1/4 del loro valore dall’inizio dell’anno.

Diversi sono i motivi alla base della decisione degli investitori di smobilizzare a man bassa i titoli bancari del made in Italy: tutti possono essere riassunti nel termine ben specifico doom loop, che può tradursi come abbraccio mortale tra le banche e i BTP, titoli di stato nazionali verso cui sono esposte. In realtà l’alert sul doom loop è stato lanciato da diverse voci del mondo dell’alta finanza anche quando le banche italiane, così come quelle dell’Eurozona, potevano contare ancora sul salvagente della Bce.

Alert doom loop anche con Bce super dovish in tempi pandemia

Con la pandemia – faceva per esempio notare l’FT in un articolo del 2021il cosiddetto abbbraccio mortale si era fatto più stretto, nel caso sia delle banche italiane che in quelle francesi.

Tanto che Heike Mai, analista del settore bancario presso Deutsche Bank, commentava che “la presenza del rischio sovrano nei bilanci delle banche non è stata ancora affrontata” e “rimane l’elefante nella stanza”. Mai aggiungeva: “La pandemia attuale, con il balzo dei debiti pubblici, segnala la necessità di una riforma”.

La scorsa estate, l’argomento doom loop veniva ripreso dall’attuale presidente della Supervisione bancaria della Bce, ovvero da Andrea Enria: L’assenza di un asset europeo sicuro è il maggiore ‘buco’ che abbiamo, penso che aiuterebbe a gestire l’eccesso di concentrazione dell’esposizione delle banche al debito sovrano nazionale”.

Molto più di recente, qualche settimana fa, quando non si sapeva ancora che la Bce di Christine Lagarde avrebbe scioccato i mercati globali con il mancato lancio di uno scudo anti-spread– qualcosa su cui l’azionario e l’obbligazionario avevano invece scommesso nei giorni precedenti, complici le indiscrezioni del Financial Times , gli analisti di Equita ricordavano che l’esposizione media dei titoli governativi rapportata al CET1 delle banche si attestava al primo trimestre del 2022 in area 110%, tuttavia con valori molto eterogenei (dal 76% di Intesa SanPaolo a oltre il 250% di Popolare di Sondrio e Mps)”.

Banche italiane, Citi: rischio Italia pesa sui titoli. Beffa Bce

Insomma, la questione del doom loop non è stata mai risolta – come non lo è stata quella del debito pubblico monstre (anzi, con la pandemia quest’ultima è peggiorata) motivo per cui le banche italiane, nel pandemonio che ha visto lo spread e i tassi dei BTP impennarsi, sono state le vittime illustri del mancato regalo della Bce.

Ma quanto rischiano davvero le banche italiane che, tra l’altro, in base al report recente firmato da S&P, sarebbero quelle destinate a beneficiare di più di delle strette monetarie della Bce? Con uno scenario economico di base che prevede una normalizzazione dell’inflazione nel 2023 e un aumento limitato della disoccupazione, S&P prevede infatti che l’aumento dei tassi di interesse fornirà, in generale, una spinta agli utili delle banche europee nel 2022 e nel 2023.

Al di là dell’esposizione, in generale le banche italiane pagano di per sé il rischio Italia. Quando si innesca una fiammata dei tassi, quale quella a cui stiamo assistendo – con i tassi sui BTP a un soffio dalla soglia del 4% e lo spread BTP-Bund oltre quota 230il risultato è che le banche che vogliano finanziarsi sul mercato, che si tratti del mercato azionario, che di quello dei debiti, si trovano a sostenere costi più alti.

Un altro fattore di rischio è che la clientela della banca non riesca a rimborsare i prestiti ricevuti dalla stessa, in un contesto di aumento anche degli interessi che devono essere versati, innescando un nuovo eventuale aumento degli NPL, ovvero dei crediti deteriorati.

Un articolo di Reuters, tuttavia, segnala come, dopo la crisi dei debiti sovrani del 2011-2012, le banche abbiano agito per limitare l’impatto sul capitale delle svalutazioni dei BTP che hanno in pancia. Tanto che gli analisti di Citi non sono poi così tanto allarmati dalla situazione in cui versano gli istituti di credito made in Italy, così come quelli made in Spain.

Certo, non sono neanche particolarmente ottimisti:

Sia le banche spagnole che quelle italiane hanno migliorato in modo significativo rispetto al passato i loro livelli complessivi di capitale, la qualità dei loro asset e la posizione di liquidità“.

Citi rimane così positiva sulle banche italiane e iberiche, ammettendo tuttavia che il rischio Italia potrebbe zavorrare i titoli degli istituti italiani, oscurando i fondamentali.

Un qualsiasi eventuale annuncio da parte della Bce, volto a mitigare/controllare i rendimenti dei bond governativi della periferia sarebbe positivo per i titoli bancari (italiani), ma potrebbe non materializzarsi molto velocemente”.

Banche tra guerra e rischio Btp: addio M&A? Occhio a caso UniCredit

Intanto una cosa è certa: l’asticella per una eventuale operazione di M&A è diventata ora indubbiamente più alta: già era cresciuta in modo notevole a causa della guerra tra Russia e Ucraina e con il problema che alcune banche italiane hanno riguardo alla loro esposizione verso la Russia. In un contesto di Bce hawkish, c’è una ragione in più per essere cauti. Occhio alle dichiarazioni che Andrea Orcel, numero uno di UniCredit, ha rilasciato nel corso dell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, pubblicata oggi sull’inserto L’Economia de Il Corriere.

Rispondendo al giornalista Stefano Righi, in relazione a un possibile riavvicinamento a Mps, ma anche su un interesse verso Banco BPM, Bper e, fuori dall’Italia, su Commerzbank e Credit Suisse, Orcel ha ricordato che “la scorsa estate abbiamo lavorato a una soluzione che sarebbe stata positiva per l’Italia, per i nostri azionisti, per Mps. Non è stato possibile concludere per una serie di motivi e ora siamo concentrati a estrarre tutto il valore insito nella nostra rete commerciale. L’accordo con Allianz ne è un esempio”.

E riguardo all’interesse verso operazioni di M&A con le altre banche su citate?

Orcel ha sottolineato che “prima di tutto, noi non dobbiamo fare qualsiasi operazione a qualsiasi condizione. Non ne abbiamo bisogno: stiamo crescendo organicamente e con buoni risultati economici, abbiamo la giusta massa critica”. Inoltre, “ho sempre detto che se dovesse presentarsi la giusta operazione, al momento giusto, in grado di accelerare l’esecuzione della nostra strategia, la faremo. Se qualcuna di queste condizioni non dovesse verificarsi, non la faremo. E’ quello che ogni ceo dovrebbe fare ed è la stessa cosa che farebbe Oliver con Allianz”.

Andrea Orcel è stato intervistato insieme a Oliver Bate, numero uno di Allianz, in merito al “Patto italo-tedesco”: così il titolo dell’articolo, che ha ricordato che “il primo assicuratore europeo e la banca italiana con la maggiore presenza in Europa hanno avviato un programma di sviluppo comune nel campo della bancassicurazione”.

Alla fine di gennaio di quest’anno, UniCredit ha annunciato di fatto di aver firmato un accordo quadro internazionale con Allianz, “che getta le basi per una migliore collaborazione a favore dei clienti di entrambi i gruppi, che vantano una partnership di grande successo nel settore della bancassicurazione fin dal 1996”.

Nella nota diramata allora si legge che “l’accordo riguarda Italia, Germania, Europa Centrale e Orientale e massimizza il contributo di entrambi i partner alla futura creazione di valore”.