Banche centrali: momento giusto per attuare una stretta monetaria in modo aggressivo?

28 Febbraio 2022, di Redazione Wall Street Italia

Le banche centrali si trovano a un bivio nel conflitto tra Russia e Ucraina: le aspettative di inflazione, insieme ai prezzi delle materie prime, stanno sperimentando un rally, con il prezzo del petrolio che ha superato i 100 dollari al barile. Con lo scoppio della guerra, per gli istituti centrali spunta un interrogativo: il percorso di tightening può essere posticipato?

“Il panorama principale per gli Stati Uniti, caratterizzati da un’inflazione superiore al target e un mercato del lavoro rigido, rimane forte e invariato, anche grazie ai dati rassicuranti di venerdì riguardo a PCE (Personal Consumption Expenditure), beni durevoli e spesa”, afferma il team strategie di credito globale di Algebris, secondo cui un ciclo di inasprimento a partire da marzo sia ancora giustificato – anche se forse ad un ritmo più graduale a causa dell’incertezza geopolitica.
Algebris si sofferma poi sulla situazione in Europa. Nel vecchio continente, spiegano gli esperti, la guerra avrà un impatto molto più diretto sull’economia, mettendo in discussione il percorso della politica di restrizione monetaria della Bce. Venerdì, Philip Lane, membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea, ha stimato che la guerra produrrà una contrazione della crescita dell’Eurozona dello 0,3%-0,4% nel 2022. A tal proposito, una delle voci più hawkish all’interno della Bce, che all’inizio della scorsa settimana puntava a due rialzi nel 2022, ha invertito rotta dopo l’invasione russa, chiedendo invece un’uscita ritardata dal QE (Quantitative Easing). I rendimenti dei bond italiani a 10 anni, di conseguenza, sono scesi di 11pb giovedì, per poi risalire, concludendo la settimana in modo pressoché piatto. Mentre i mercati prima stimavano che la Bce avrebbe aumentato di 50 punti base i tassi d’interesse entro dicembre 2022, venerdì questa stima è scesa a 35 punti. Algebris resta posizionata su tassi più elevati sia negli Stati Uniti che in Europa, poiché l’inflazione continua incessantemente a pressare e sarà il fattore che, alla fine, condurrà tutte le banche centrali all’azione.