NELL’ ERA POST MARANGHI MEDIOBANCA
NON CAMBIA

22 Ottobre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – C´era una volta il capitalista italiano. La sua ambizione era diventare socio di Mediobanca. Non esisteva un vero mercato dei capitali e il sistema bancario era inefficiente e in mano pubblica: entrare nel patto di sindacato di Mediobanca era come acquistare una polizza contro il rischio di dissesto (solo in via Filodrammatici erano in grado di organizzare un salvataggio) e di scalate ostili.

Per fare la balia al nostro capitalismo, Mediobanca doveva detenere un ampio portafoglio di titoli quotati e un ingente patrimonio liquido. Controllava poi Generali, anche se vendere polizze non è il mestiere di una banca di investimento: ma, tenendo alla catena il gorilla della finanza italiana, poteva incutere un giusto timore. Una gestione che penalizzava la redditività del capitale: ma dell´andamento di Mediobanca in Borsa non importava niente a nessuno. Contava il cervellotico patto di sindacato che univa banche e imprenditori nel controllo. Anche se, di fatto, era il management a comandare.

Poi il mercato dei capitali fu liberalizzato, le banche privatizzate e le norme a tutela degli investitori riscritte. Ma in via Filodrammatici non se ne accorsero. Così, nell´aprile 2003, senza neanche aspettare l´assemblea dei soci, gli azionisti cacciarono l´amministratore delegato Maranghi al grido di “shareholder value!”. Per farlo, si mobilitò l´intero sistema bancario che concertò (per tutti tranne che per la Consob) un assalto alle Generali: non si era mai visto un tale impegno finanziario per liberarsi di un manager.

Però, un simbolico baluardo del vecchio capitalismo era stato abbattuto. I risultati si sono visti subito: da un risibile utile netto di 54 milioni dell´ultimo esercizio targato Maranghi (2002/03), ai 536 del 2003/04.

È andata davvero così? Nonostante il cambio al timone, Mediobanca continua a detenere rilevanti partecipazioni in società quotate, strategiche solo per i partecipanti al patto di sindacato (come dimostrano la ressa per entrare nel patto di Rcs, o l´appoggio a Tronchetti Provera per il controllo di Pirelli e Telecom). Con o senza Maranghi, Mediobanca spreca risorse: concentra gli investimenti in titoli che chiunque può comperare in Borsa; tiene quasi 7 miliardi investiti in liquidità (fra titoli di stato e obbligazioni), non certo il modo migliore per remunerare il capitale; e l´attività di credito verso la clientela corporate (13 miliardi) sembra più una cooperativa gestita dai soci (il 35% dell´esposizione è con parti correlate).

Mediobanca mantiene il primato nei servizi e consulenza alle imprese, grazie alla qualità di dipendenti ai migliori standard internazionali, ma l´attività genera solo 154 dei 1.100 milioni di ricavi del gruppo. Troppo pochi per giustificare i 5 miliardi del suo patrimonio netto.

Gran parte dell´aumento dell´utile rispetto all´esercizio 2002/03, è dovuto all´andamento della Borsa. Se si guarda al risultato della gestione ordinaria, il miglioramento è per oltre l´80% generato dal credito alle famiglie e al trading sui titoli di tesoreria. E lo sconto che il mercato applica tradizionalmente alle attività di Mediobanca è inalterato. Stimando che l´attività di leasing e prestiti alle famiglie possa essere venduta a 2 volte il valore di libro (800 milioni), valutando quella di investment banking ai multipli delle maggiori case internazionali (12 volte gli utili, ovvero 3 miliardi), aggiungendo 5,2 miliardi di partecipazioni in società quotate (al netto delle imposte), 520 milioni in non quotate, 500 milioni di immobili, 6,9 miliardi di liquidità, 580 milioni di altre attività, e sottraendo 4,1 miliardi di debiti finanziari netti della capogruppo, si arriva a un valore indicativo di 13,5 miliardi: 5 in più dell´attuale capitalizzazione di Borsa.

Quindi, per creare valore, Mediobanca andrebbe fatta a pezzi. Anche a vantaggio dei dipendenti, che si troverebbero tra le mani una banca di investimento piccola ma efficiente. Lo sa bene Bolloré, il socio francese che ha fatto i soldi con operazioni simili.

Ma in Italia non si può. Lo ha proibito il governatore Fazio, custode della stabilità (pardon, immutabilità) del sistema bancario. E non lo vogliono i soci del patto di sindacato: l´unica vera differenza rispetto all´era Maranghi, è che oggi comandano loro (e il governatore). Naturalmente al grido di shareholder value. Come in passato, il meglio a cui l´azionista ordinario possa aspirare è che il titolo faccia quanto l´indice del mercato: rispetto a dieci anni fa, contando i dividendi, deve ancora recuperare il 26%.

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