Nell’era digitale, ecco come riconquistare la privacy perduta

7 Settembre 2010, di Redazione Wall Street Italia

Comunicare, esprimersi, commentare e condividere. Fare tutto cio’ e’ diventato molto semplice passando per il web. Nell’era digitale fare parte di social network come Facebook e Twitter sembra essere diventato un imperativo, ma non senza rischi. La privacy e’ costantemente minacciata dal correre nella rete delle reti di una quantita’ infinita di informazioni la cui gestione e’ spesso tema snobbato dagli utenti.

Ma basta poco perche’ un dato privato diventi di dominio pubblico. Lo dimostra la facilita’ con cui un episodio buffo puo’ fare il giro di tutto il mondo con YouTube. Meglio stare alla larga da Internet se si ha qualcosa da nascondere, ha piu’ volte sostenuto l’amministratore delegato di Google Erich Shmidt.

Forse non serve arrivare a tanto, ma c’e’ un modo per tutelare i propri dati personali senza rinunciare alla voglia di postare o caricare sul web foto, video e qualsiasi altra cosa concessa dalla tecnoligia. La soluzione sembra essere contenuta nel libro “Come scomparire: cancellare le impronte digitali, lasciare false tracce e sparire senza tracce”. Il co-autore, Frank M. Ahearn, e’ colui che inseguendo segnali lasciati sul web contribui’ a portare a galla lo scandalo che vide l’allora presidente Usa Bill Clinton flirtare con la stagista Monica Lewinsky.

La dritta che fornisce e’ molto semplice: cancellare i propri account nei vari social network in cui ci si e’ registrati e non fare mai chiamate da casa, lavoro o cellulare che potrebbero essere rintracciabili. Secondo l’autore, fare di proposito piccoli passi per scomparire potrebbe portare alla “vera liberta’”.

Secondo Ahearn, “le persone non pensano affatto a dove le informazioni che le riguardano vadano a finire. Tuttavia si preferisce accettare di essere contatti (da offerte promozionali) da aziende che ci garantiscono uno sconto del 10% ma che hanno tutta la nostra storia a portata di mano. Idem per i socila media: si mette online di tutto senza interrogarsi sulla destinazione nascosta delle informazioni stesse. Nessuno si domanda se mai scompariranno dalla rete oppure no”.

Non tutta la colpa e’ degli utenti non curanti della loro privacy. Secondo lo scrittore il consiglio drastico dell’AD di Google e’ sbagliato. Il motivo? Molte delle informazioni che finisco in rete riguardanti qualcosa o qualcuno sono caricati da persone diverse dai reali protagonisti/autori. “Assurdo pensare di potere costruire in futuro identita’ nuove sulla base delle indiscrezioni sparse nella Rete”, ha aggiunto.

Ovviamente nell’era digitale i parametri con cui definire la privacy e valutare eventuali sue violazioni cambiano: diversamente da quanto crede il numero uno di Facebook Mark Zuckerberg, “la privacy non e’ alla fine dei suoi giorni. Dobbiamo ripensare a questo concetto. Dobbiamo essere piu’ consapevoli di cio’ che ci circonda e accettare il fatto che se si fa qualcosa di sbagliato in pubblico ci si potrebbe ritrovare su Youtube nel giro di cinque minuti ed essere visti su scala globale”. La chiave di lettura migliore? Secondo Ahearn “la giusta definizione di privacy e’ qualcosa di personale, che non puo’ essere definito da una legge o dalla tecnologia stessa”.

Insomma, la ricetta di Ahearn sembra passare dalla consapevolezza. “Leggere il libro permette di comprendere il punto di vista di coloro che stanno a monte dei social network aiutanto a sviluppare nel lettore una nuova consapevolezza che puo’ essere usata online cosi’ come nella vita reale”, ha spiegato l’autore del libro. cosi’ facendo ci si potra’ concedere alle tentazioni di Internet, senza pero’ dimenticare di chiedersi “le forme di social network sono davvero cosi’ importanti?”.