NEL GP DI FIORANI TROPPE SOSTE AL BOX (TRIBUNALE)

21 Ottobre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – «Giampiero Beccaria ha accettato d’investire nel gruppo ogni risorsa del patrimonio personale per tentare il risanamento. Per questo merita rispetto». Così Gianpiero Fiorani, amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi parlava dell’amministratore e azionista di Necchi, in un’intervista rilasciata al Sole 24 ore solo sei mesi fa.

La storica società delle macchine da cucire da anni è sull’orlo del fallimento, evitato finora proprio grazie all’interessamento della Popolare di Lodi che, tra l’altro, si è fatta promotrice di tentativi di salvataggio anche bizzarri come la fusione con la Rocco Bormioli, famosa per i barattoli di vetro e anch’essa nella galassia Bpl.

In realtà, le procure di Pavia e Milano, nonché la Consob, hanno un giudizio di Beccaria abbastanza diverso: stanno indagando sugli ultimi anni di gestione burrascosa e molto misteriosa – l’autorità di Cardia ha impugnato il bilancio 2002 e da allora la contabilità di Necchi non è certificata da un revisore – sospettando reati che vanno dal falso in bilancio all’ostacolo all’attività di vigilanza.

Sulla scorta di queste indagini la Guardia di Finanza ha perquisito casa di Beccaria e gli uffici del socio e principale creditore di Necchi: la Popolare di Lodi appunto, anche per verificare se il flusso di denaro individuato da Fiorani nell’intervista (dal patrimonio personale di Beccaria alla Necchi) non seguisse in realtà percorsi molto più tortuosi.

La banca e Fiorani non sono indagati, ma l’episodio di un crack finanziario che coinvolge la banca lombarda (non certo il primo), non fa che confermare come la Lodi sia la meno «popolare» tra le banche popolari, non solo per una questione di reputazione quanto per l’atteggiamento aggressivo che negli ultimi anni ha portato Bipielle nella top ten delle banche nazionali.

Giampiero Fiorani, il «Sanford Weill della Bassa», esattamente come il banchiere americano che ha fatto nascere la più grande banca del mondo, Citigroup, a colpi di acquisizioni, si è reso protagonista di uno shopping vorticoso: 21 banche e 13 società prodotto in otto anni, per un totale di 5,3 miliardi di euro d’investimenti, molti ottenuti con aumenti di capitale successivi. Una bulimia resa possibile anche dalla lunga serie di via libera ottenuti dalla Banca d’Italia, vista l’altissima considerazione personale di cui Fiorani gode presso il governatore Antonio Fazio.

Questa corsa lanciatissima non è stata rallentata dalle piccole, grandi e grandissime buche incontrate lungo la strada. A cominciare dall’acquisto della Banca popolare di Crema. Per quell’Opa lanciata nel 2000, la banca è finita in tribunale, denunciata da un commercialista, Giovanni Cerea.

La sua tesi era che la stessa banca nel ’96 (Fiorani era allora direttore generale) lo aveva utilizzato per rastrellare l’acquisto del 51% delle azioni della Crema, custoditi dalla società Summa di Lugano. Nel 2000, Bpl rilevò quei titoli pagandoli più del doppio del prezzo di quattro anni prima. La magistratura ha accertato che la banca lodigiana non ha ordinato la «scalata fantasma» e ha assolto i vertici da ogni accusa, ma chi fosse il mandante e chi intascò effettivamente una plusvalenza così ricca è rimasto un mistero.

Più facilmente invece si saprà quali sono le responsabilità in un altro procedimento per il quale Fiorani e Enrico Fagioli, ad di Efibanca, la banca d’affari del gruppo, sono indagati a Milano. I reati contestati sono concorso in bancarotta e falso in bilancio e si riferiscono al fallimento della società editoriale e di sondaggi Hdc di Maurizio Crespi. Uno dei tanti sondaggisti venuto su all’ombra di Berlusconi che ha visto naufragare il suo sogno imprenditoriale dentro un buco da 35 milioni di euro dopo il litigio con Efibanca, principale finanziatore. Ad entrambi i soci non è rimasto altro che scambiarsi denunce e «contendersi» l’interesse dei giudici.

E poi naturalmente Lodi gioca un ruolo non di secondo piano nelle vicende Cirio e Parmalat visto il coinvolgimento nel punto di congiunzione tra i due: l’affare Eurolat, la vendita delle centrali del latte di Cragnotti a Tanzi. I pubblici ministeri di Roma e Parma stanno indagando sul ruolo svolto dalle banche della confezione di questo «affare». E i commissari Cirio hanno già intentato un’azione revocatoria a riguardo verso tre banche: Intesa, Capitalia e la Bpl.

Il quarantacinquenne di Codogno, Fiorani è dunque un banchiere ambizioso che non teme di finire stare nell’occhio del ciclone e naturalmente ha scelto compagni di viaggio altrettanto arrembanti: è socio della banca d’affari Hopa di Emilio Gnutti e tra i suoi clienti e azionisti ha la Barilla (di cui è socia in Kamps, la controllata tedesca del gruppo parmense) nonché l’immobiliarista Stefano Ricucci ora in cerca di sostegno bancario per acquistare gli immobili ex Fiat.

Fiorani così continua ad essere centro di attrazione di interessi variegati e trasversali, e i suoi clienti ed azionisti sembrano non dar peso a quante volte la sua corsa è costretta fare piccole soste in tribunale.

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