Mutui a tassi zero, ma gli spread non scendono

11 Luglio 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Gli spread fra BTp e Bund e quello applicato ad ogni mutuo ultimamente sembravano seguire un unico binario: più il primo saliva, più saliva anche il secondo. Questo per dei motivi molto semplici quali fiducia nel mercato italiano, che si ripercuoteva anche sulle capacità di raccolta di denaro delle banche, di conseguenza obbligate a trasferire i maggiori costi sugli impieghi alla clientela, cioè sui tassi dei nuovi contraenti e dei finanziamenti alle imprese.

Grazie a un recente studio effettuato da Alix Partners sull’argomento, ripreso anche dal Sole 24 ore, sono emersi dei dati interessanti che spiegano perché lo spread si sta comportando così, influenzando negativamente i finanziamenti. Secondo la ricerca sono quattro le motivazioni principali che hanno determinato questo sviluppo, vediamole nel dettaglio.

La crisi. Il periodo di ristrettezze economiche che sta attraversando l’Italia ormai da quasi cinque anni ha generato una riduzione del merito di credito delle famiglie e delle aziende. Di conseguenza le banche hanno aumentato il costo per il rischio, facendo aumentare lo spread.

Gli Euribor. Il loro livello oggi si è abbassato quasi fino allo zero e non è prevista alcuna ripresa nell’immediato futuro, ma questo è un altro dato che contribuisce alla crescita dello spread. Un tasso così ridotto non consente infatti alle banche di rendere molto remunerativi i depositi in conto corrente. Il risultato è che non si risparmia, perché rende poco, e alle banche Tutto questo toglie una tradizionale fonte di finanziamento facile agli istituti di credito, e li costringe a fare impieghi a un prezzo pieno.

I conti deposito. Molto sfruttati nell’ultimo anno da tantissimi Italiani sono diventati oggi un costo molto elevato per le banche che di contro alzano gli spread su mutui e i prestiti.

I mutui. Le banche hanno erogato mutui con spread molto ridotti (inferiori all’1%) nell’ultimo periodo. Ora quegli stessi prodotti si sono tramutati in un peso per gli stessi istituti e in alcuni casi producono addirittura un margine di interesse negativo. La ricerca di Alix Partners calcola che l’impatto negativo a lungo periodo sui bilanci delle banche di questi prodotti è stimabile in 28 miliardi di euro (circa 2,2 miliardi l’anno).

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