Monti: scudo altrimenti governo anti rigore e anti Europa

2 Agosto 2012, di Redazione Wall Street Italia

Roma – Dalla Finlandia Mario Monti lancia un monito alla Germania e alla sua banca centrale: “se lo spread resta cosi per un po’, vedrete al potere un governo non orientato al rigore e all’unione europea, forse e’ opportuno rifletterci”.

Le dichiarazioni del primo ministro sono un chiaro segnale della volonta’ di attivare al piu’ presto il meccanismo ‘calma spread’ per poter abbassare i tassi di interesse di Spagna e Italia che solo una settimana fa avevano oltrepassato il 7,5% e il 6,5% rispettivamente.

Oggi la Banca Centrale Europea scioglie i suoi dubbi, con il presidente Mario Draghi che decidera’ se dichiarare o meno guerra ai falchi della Bundesbank, i quali si oppongono a nuove misure a sostegno dei paesi della periferia – come l’acquisto di titoli di stato sul mercato secondario o dotare di licenza bancaria il Fondo Salva Stati ESM in modo da aumentarne le risorse.

Prima di lasciare Helsinki il presidente del Consiglio ha anche ribadito che l’Italia e’ favorevole agli eurobond, ma ha ammesso che questo passo sara’ possibile soltanto se accompagnato da altre misure di sostegno all’unione fiscale europea.

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Il contenuto di questo articolo – pubblicato da La Stampa – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Roma – È l’azionista più importante della Bce, pesa per il 19% del capitale della “banca delle banche”, ma ha un solo voto nel consiglio direttivo, che vale come quello degli altri 22 colleghi. Il presidente della Bundesbank, dunque, potrebbe essere tranquillamente messo in minoranza, se Mario Draghi decidesse di forzare la mano sulla soluzione che ha tenuto banco da giovedì scorso. Quella che molti si attendono scaturire dalla riunione dell’Eurotower di oggi, dopo la promessa solenne del suo presidente di salvare ad ogni costo l’euro: la ripresa dell’acquisto dei titoli di Stato di Spagna e, forse, Italia.

E invece, a causa del suo peso politico e della contrarietà assoluta del suo presidente, Jens Weidmann, la Bundesbank potrebbe diventare la protagonista di questa giornata cruciale. E potrebbe invece frenare la determinazione dell’italiano a rompere l’ortodossìa, almeno per il momento. Tanto più che la banca centrale tedesca ha reso nota ieri un’intervista registrata un mese fa ma dalle parole inequivocabili: l’Eurotower, ha sottolineato Weidmann, non deve travalicare il proprio mandato. E l’ex consigliere della Merkel ha poi ricordato il peso di azionista di maggioranza della banca centrale tedesca. Una prova muscolare che mostra in tutta la sua brutalità la determinazione dei tedeschi a contare più degli altri e che segnala al mercato i limiti mostruosi della capacità di fuoco della Bce.

In realtà Draghi ha ottenuto nei giorni scorsi l’endorsement del governo tedesco e in primis della cancelliera Angela Merkel. Una mossa che ha fatto riesplodere un conflitto classico, sin dai tempi di Adenauer, tra l’esecutivo e i vecchi guardiani del marco e ora dell’euro. La spaccatura tra governo e Bundesbank, oltretutto, ha galvanizzato i rivali interni della cancelliera, che hanno approfittato della divisione per rinfocolare deliri euroscettici e proposte estemporanee di uscite dall’euro di singoli paesi. Ma Merkel ha ribadito il suo appoggio all’italiano fino all’ultimo.

Tuttavia, Draghi ha anche dubbi propri sugli acquisti dei bond spagnoli e italiani. Primo, rappresentano sempre un rischio di «moral hazard», di disincentivo per i paesi che ne beneficiano a mantenere dritta la barra del rigore. Secondo, siccome la Bce ha beneficiato di un “trattamento di favore” durante la ristrutturazione del debito greco, gli investitori potrebbero pensare che ne godrebbe sempre. Ed essere dunque incentivati a vendere, se la Bce si mettesse a comprarli, per il timore di rimanere col cerino in mano, nel peggiore dei casi.

Ieri Monti, infine, lo ha detto: è allo studio un’azione coordinata tra Bce e i fondi salva-Stati Efsf-Esm per comprare i titoli di Stato. Ma ai piani alti della Bce, soprattutto tra i tedeschi, manca un tassello fondamentale a questo passo: che la Spagna metta finalmente da parte l’orgoglio e ammetta che ha bisogno di calmierare gli spread, dunque di accettare un monitoraggio da parte della ue del risanamento in atto. Il dettaglio che libererebbe Draghi dalle obiezioni più opprimenti dei tedeschi.

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Roma – Più munizioni si daranno allo scudo anti-spread, meno probabilità ci saranno di doverlo usare. La speranza di Mario Monti per evitare di ricorso al meccanismo da lui stesso proposto ai leader Ue è tutta qui: concedere al futuro Fondo di stabilità quella licenza bancaria che gli consentirebbe di attingere alle risorse (virtualmente illimitate) della Bce. Solo così ci sarà quell’effetto deterrente in grado di scoraggiare la speculazione e, al contempo, rassicurare gli investitori.

Ma su questa strada il professore trova la ferma opposizione di Berlino, tanto che Der Spiegel parla esplicitamente di «rotta di collisione» fra Monti e Merkel.

Fonti di governo italiane gettano acqua sul fuoco delle voci su uno scontro con la Cancelliera. E se il professore ammette che sul tema ci sono «opinioni diverse», confida però che con il tempo le posizioni possano «evolvere».

Il presidente del Consiglio sceglie Helsinki per confermare la linea che intende tenere in Europa. È venuto nella `rigorista´ Finlandia per illustrare le riforme fatte e i sacrifici sostenuti per mettere ordine nei conti pubblici. Ma anche per perorare la causa di un efficace meccanismo anti-spread per i Paesi virtuosi.

Il risultato è incoraggiante, ma non risolutivo. Il premier Jyrki Katainen – al suo fianco nella conferenza stampa congiunta al termine della bilaterale – ribadisce che i governi in difficoltà devono proseguire negli sforzi di risanamento, ma riconosce anche che serve una «soluzione europea» per dare più tempo a quei governi che, come l’Italia, non sono premiati dai mercati. Ciò non significa che Helsinki sia pronta a sostenere massicci acquisti di titoli da parte del Fondo salva-stati, anche se previsto nello statuto dell’Esm votato dalla stessa Finlandia.

Le parole di Katainen fanno comunque vedere a Monti il bicchiere mezzo pieno. C’è stata «molta comprensione» dicono dalla delegazione. In effetti, quando Monti illustra la sua ricetta anti-spread il collega finlandese non apre bocca. E di cose indigeste per i rigoristi il professore ne dice. Eccome. A cominciare dal fatto che per mettere a tacere lo spread si sta valutando un intervento «congiunto» dei fondi salva-Stati (l’attuale Efsf e il futuro Esm) e dell’Eurotower.

Il capo del governo ammette che l’Italia, che pure non ha bisogno di un «salvataggio» stile Grecia, potrebbe aver bisogno dello scudo qualora i mercati continuassero ad ignorare i progressi compiuti. La speranza, ovviamente, è di non dover arrivare a quel punto. Anche perché nonostante il Vertice di fine giugno abbia attenuato le condizioni imposte al Paese virtuoso che chiede l’attivazione dello scudo, l’Italia dovrebbe pur sempre firmare un memorandum d’intesa. Magari non con la temuta troika (anche se lo statuto dell’Esm prevede ancora che «ove possibile» è richiesto anche il parere del Fmi), ma pur sempre con Commissione e Bce.

E ciò non esclude del tutto l’arrivo di nuovi «compiti a casa».

Nel breve periodo l’intervento di Mario Draghi potrebbe allentare la tensione sugli spread. Anche per questo, con un implicito riferimento ai ripetuti no della Bundesbank, Monti ammonisce sulla necessità che tutti, banchieri centrali compresi, rispettino l’indipendenza dell’Eurotower.

Ma anche se riuscisse a superare le resistenze della Buba, l’azione di Draghi non potrebbe durare in eterno. Prima o poi si dovrà ricorrere allo scudo, e cioè – dando per scontato il superamento dello scoglio dei giudici costituzionali tedeschi dell’Esm.

La speranza di Monti, però, è che il Fondo ottenga la licenza bancaria in modo da trasformarsi in quel bazooka che, anche senza premere il grilletto, raffredderebbe lo spread, aiutando «de facto» l’Italia. Draghi sarebbe favorevole, ma Berlino ancora no. Secondo alcuni, tuttavia, la Merkel col tempo potrebbe. Ipotesi che sembra avvalorata dalle parole di Monti sulla possibile «evoluzione» delle posizioni. Ma Berlino potrebbe porre come condizione che l’Italia – insieme alla Spagna – accetti di chiedere formalmente l’attivazione dello scudo con conseguente firma del memorandum che vincolerebbe Roma a proseguire sulla strada del rigore anche nel dopo-Monti. Proprio ciò che, per quanto possibile, Monti vorrebbe evitare.