Monti al Governo (o al Quirinale) forever

18 Agosto 2012, di Redazione Wall Street Italia
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Roma. Fosse un film, inizierebbe con questa dicitura, nei titoli di testa: soggetto, sceneggiatura, regia e interpretazione di Giorgio Napolitano. Il presidente della Repubblica, si sa, ha voluto Mario Monti alla guida del governo ed è sempre il capo dello stato, adesso, ad aver intessuto una complessa e formidabile trama che ha un solo urgentissimo obiettivo: confermare Monti anche nel 2013 (non necessariamente a capo del governo), anche a costo di sciogliere le Camere in anticipo, a Natale; anche a costo di concedersi qualche forzatura, e qualche piccola irritualità; tutto purché il prossimo presidente del Consiglio possa essere incaricato da lui, e dunque prima del 15 maggio, prima del fatidico giorno in cui scadrà il suo mandato.

[ARTICLEIMAGE] Ne sanno qualcosa Pier Ferdinando Casini, Gianni ed Enrico Letta, Renato Schifani, Giuliano Amato e persino Eugenio Scalfari, cioè tutti coloro i quali, pur nel rispetto dei loro diversi ruoli, da circa due mesi su questa specifica materia sono diventati più che mai gli ufficiali di collegamento tra il Quirinale e i partiti, e l’opinione pubblica, e il centrodestra e il centrosinistra, e i partner europei e la Bce di Mario Draghi. Sono loro, più di chiunque altro, i testimoni diretti dello straordinario attivismo ormai conquistato dal capo dello stato in un contesto sfilacciato, di marasma finanziario e politico. Tutto comincia circa un mese fa, con i mercati che tornano ad avvitarsi pericolosamente al ribasso.

Mercoledì 18 luglio Mario Monti sale al Quirinale, com’è noto, ufficialmente per parlare della complicata situazione finanziaria in cui versa la regione Sicilia. Quel che è meno noto è che il presidente del Consiglio quel giorno è sconfortato e di fronte al capo dello stato allarga le braccia: dopo il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno si ritrova infatti con le munizioni scariche, lo spread ha travolto la soglia dei 540 punti e non sembra arrestare la sua pericolosa scalata verso la vetta. Così Monti quel giorno parla chiaro al presidente Napolitano, il Lord protettore, il nume tutelare dell’esecutivo tecnico: il mio governo – gli dice – “non ha al momento altri strumenti” per far abbassare la febbre dei mercati. Ed è la tremenda premessa per quanto Monti si prepara ad aggiungere, come testualmente riferito al Foglio da una fonte: “Se è necessario, presidente, completiamo i decreti sulla spending review e sullo sviluppo. Dopo di che sono disponibile a traghettare il paese verso le elezioni”. A quel punto, Napolitano, come racconta chi ha avuto modo di discutere l’episodio con lui, annuisce.

Il capo dello stato ci pensa da tempo, come sa bene anche Monti, e al premier conferma di essere disponibile a valutare la possibilità di una accelerazione verso le elezioni anticipate, già ad ottobre. Nelle ore successive, una volta uscito Monti, il Quirinale informa telefonicamente, per primi, Gianni Letta, Pier Ferdinando Casini ed Enrico Letta, pregando tutti – privatamente e poi, come si è visto, anche in pubblico – di non tergiversare più sulla legge elettorale. Bisogna farla e poi votare al più presto, magari per rimettere Monti al suo posto, più legittimato di prima.

Così l’inclinazione istituzionale diventa politica, i telefoni dei Palazzi si surriscaldano, i colloqui si infittiscono, gli ambasciatori cominciano a muoversi tra Palazzo Grazioli e il quartier generale del Pd al Nazareno. Ciascuno si attiva per il campo e il ruolo che gli compete. Ma la manovra, che pure raccoglie subito molte e trasversali simpatie all’interno di Pd e Pdl, si infrange sui dubbi di Silvio Berlusconi, che ancora non sa come e con che partito andrà alle urne; e va anche a sbattere sulle schermaglie tattiche di Pier Luigi Bersani, che sulla riforma elettorale gioca una sua non sempre decifrabile partita.

II segretario del Pd e il Cavaliere, comprensibilmente, non si fidano l’uno dell’altro, sembrano negoziare sul serio ma dietro ogni trattativa ciascuno di loro vede una patacca, il tentativo dell’altro di rifilare un bidone; dunque tutto si incarta in quella che Casini chiama “la sceneggiata napoletana” sulla riforma elettorale. Dentro il Palazzo gli avversari-alleati della strana maggioranza si impaludano, si confondono e si prendono un po’ in giro mentre fuori, in quegli stessi giorni di luglio, si scatena forte come non mai la campagna contro il Quirinale, sulle intercettazioni tra Loris D’Ambrosio e Nicola Mancino, sulla trattativa stato-mafia.

“Chi vuole un Quirinale debole?”, si chiede il 17 luglio sul Sole 24 Ore Stefano Folli, commentatore sensibile agli umori del capo dello stato, al pari di Scalfari (Repubblica) e Michele Ainis (Corriere ed Espresso). Non è un caso. Folli, che ha una certa consuetudine con gli ambienti del Quirinale, proprio come Scalfari, il 17 luglio si chiede dunque a chi giovi un Quirinale debole. Ma l’ex direttore del Corriere, in quell’editoriale, ha pure la risposta alla domanda. Risposta chiarissima: “L’obiettivo era e resta quello di ridurre lo spazio di manovra del presidente e rendere molto più difficile per lui intervenire con successo nel dibattito pubblico: che si tratti di affrontare un passaggio politico scivoloso, decidere sulle elezioni anticipate o altro”.

D’altra parte anche nel Pd, nella sponda più sensibile alla “moral suasion” di Napolitano, soprattutto tra i senatori democrat, sono ormai convinti che i recenti attacchi portati avanti contro il Quirinale dai nemici della “Grande coalizione” (Di Pietro, il Fatto, Grillo) abbiano come obiettivo principale non quello di creare un legame tra il presidente e le inchieste sulle trattative ma, più semplicemente, di to- gliere autorevolezza al capo dello stato, indebolirlo e metterlo nelle condizioni di non poter più replicare lo schema montiano anche nel 2013: sospendere la politica, chiedere ai partiti di farsi all’incirca un altro mesto giro di pista dietro la safety car dei tecnici.

Un primo tentativo di portare il paese alle elezioni anticipate – ad ottobre – fallisce dunque in quei giorni di luglio, subisce una botta di arresto (anche se non definitiva) per ragioni interne ed esterne alle logiche di Palazzo, e lascia il Quirinale un po’ più debole di prima per gli attacchi belluini sulle intercettazioni e la trattativa, su quelle sue telefonate trascritte e conservate nei cassetti della procura di Palermo. Telefonate che il capo dello stato non teme affatto per il loro contenuto, ma che pure registrano gli umori privati del presidente e dunque forse rendono indirettamente pure l’idea del suo ruolo di motore della politica italiana in questa fase così delicata. D’altra parte, è storia di queste ore, Napolitano, malgrado tutto, non deflette dalle sue inclinazioni.

E difatti nel mondo politico, di centrodestra e di centrosinistra, si sente ripetere questo genere di adagio ancora oggi: “E’ nelle cose. E’ un dato acquisito che il presidente scioglierà le Camere tra dicembre e febbraio per tentare di gestire lui la formazione del nuovo governo prima che scada il suo settennato”, qualsiasi sia a quel punto la legge elettorale. Porcellum o no. Tra i desideri del capo dello stato, naturalmente, c’è anche la speranza di ritrovarsi nel 2013 di fronte a una nuova maggioranza capace di garantire una forte continuità con questo governo attraverso l’elezione di Mario Monti a nuovo capo dello stato (e non del governo).

Ma nel caso in cui non ci dovessero essere le condizioni per realizzare questa prima opzione, a oggi, a quanto risulta al Foglio, sono tre le opzioni delineate poco prima delle vacanze da Napolitano: circostanze in cui l’opzione Monti, per il 2013, non potrebbe essere esclusa. Opzione numero uno, ingovernabilità: il Parlamento non cambia la legge elettorale e in Senato, specie se si dovesse concretizzare l’alleanza Pdl-Lega, si viene a creare un’impasse simile a quella in cui si andò a infilare Romano Prodi nel 2006 (maggioranza alla Camera, maggioranza di un soffio al Senato).

Opzione numero due, nuova legge elettorale: il Parlamento approva una riforma con premio di maggioranza al primo partito e non alla coalizione, le alleanze per nominare il presidente del Consiglio vengono formalizzate dopo le elezioni e non prima, nessuna coalizione riesce ad avere un numero sufficiente di parlamentari per governare e a quel punto un nuovo reincarico a Monti non potrebbe essere escluso, e anzi diventa quasi inevitabile.

Opzione numero tre (opzione illustrata personalmente da Napolitano ad alcuni esponenti del Pd): convincere Mario Monti a candidarsi alle elezioni con una sua lista autonoma (non apparentata a nessun partito) e provare a ripetere con più successo lo stesso esperimento (non buono a dire il vero) che nel 1996 tentò Lamberto Dini con la sua lista dopo l’esperienza di governo. Al centro dell’attivismo del presidente della Repubblica vi è poi una questione solo apparentemente di carattere burocratico.

Il 15 maggio, come detto, scade il mandato di Napolitano: il primo giorno utile per cominciare a votare il nuovo capo dello stato si sovrappone con l’elezione del Parlamento (il 15 aprile) e la paura del Quirinale è che la battaglia per l’elezione del nuovo presidente possa deflagrare in uno scontro tale da provocare un’impasse politica pericolosa in tempi instabili di crisi economico-finanziaria. In questi casi, infatti, per superare l’ingorgo istituzionale, in linea di massima esistono due soluzioni: il presidente della Repubblica può scegliere di dimettersi prima della formazione del nuovo governo, delegando al suo successore la nomina formale del presidente del Consiglio (e dell’esecutivo); oppure può scegliere – pratica più irrituale – di prolungare di qualche giorno la sua permanenza per essere egli stesso a dare l’incarico al nuovo presidente del Consiglio.

I protagonisti dei due più recenti casi di ingorghi istituzionali sono stati Francesco Cossiga (1992) e Carlo Azeglio Ciampi (2006), ed entrambi hanno scelto di lasciare al proprio successore (Oscar Luigi Scalfaro nel 1992, Giorgio Napolitano nel 2006) l’incarico di nominare il nuovo governo. Napolitano invece avrebbe scelto una strada diversa e, nell’ipotesi che le elezioni per il nuovo Parlamento siano davvero ad aprile (cioè a scadenza naturale della legislatura), avrebbe già comunicato ai suoi uomini di fiducia di voler essere comunque lui a dare l’incarico al prossimo presidente del Consiglio.

In realtà, Napolitano, come si diceva, nelle ultime settimane non ha nascosto ai suoi interlocutori di voler evitare l’ipotesi “ingombro”, ed è anche per questo che il presidente della Repubblica ha scelto di orientare la rotta del Quirinale verso l’orizzonte delle elezioni anticipate. Pochi giorni fa, il 7 agosto, a casa di Silvio Berlusconi a Roma, è stato Gianni Letta, prima di salutare il Cavaliere pronto alla partenza estiva per la Sardegna, a rilanciare in privato l’argomento delle elezioni anticipate e della riproposizione di Monti nel 2013. Il gran visir del berlusconismo ha insistito evidenziando di fronte al Cavaliere tutte le buone ragioni, che Letta sembra condividere con il Quirinale, per una ordinata convergenza verso le urne anticipate e la riconferma di Monti. A Berlusconi, Letta ne ha parlato come fosse materia quantomai viva.

Anche Denis Verdini, il coordinatore nazionale del Pdl, nel suo ultimo rapporto riservato consegnato al capo scrive proprio nelle prime righe con tono esortativo: “Devi decidere se vogliamo o non vogliamo chiudere sulla riforma elettorale”. Dall’altra parte, spostandoci al Centro, l’8 agosto Pier Ferdinando Casini dopo aver incontrato Monti a Palazzo Chigi, una volta uscito dal vertice ha confermato che qualcosa sta succedendo davvero. Lo ha detto con una delle sue frasi democristiane, incomplete, allusive e in definitiva però chiarissime: “Abbiamo parlato dell’agenda per settembre, ottobre, novembre e dicembre. Dopo si avvicinano le elezioni…”.

E’ una decisione concordata, secondo fonti dell’Udc, persino già presa, un patto chiaro tra Monti e Napolitano: si vota prima di aprile, bisogna provarci. Napolitano – racconta chi ha avuto mo- do di interloquire con il presidente negli ultimi tempi – considera non improbabile l’eventualità che l’Italia non riesca a superare pienamente l’emergenza economica che strozza la ripresa del paese e anche per questo ritiene importante lavorare affinché nel 2013, in caso di necessità, ci sia la possibilità di riaffidare l’incarico di presidente del Consiglio all’unica persona che il capo dello stato considera in grado in questo momento di traghettare l’Italia lungo il sentiero della ripresa.

Il presidente si muove dentro il Palazzo e segue gli schemi del Palazzo. Secondo i detrattori, Napolitano lavora e pensa in “politichese”, ma lo fa – così dicono – contro il “politicume”: convinto com’è, assieme anche ad Eugenio Scalfari (si sentono spesso), che la classe politica italiana, anche la migliore, abbia ancora molto da imparare (eufemismo) dalla tecnica e dalla qualità dei professori. Da destra c’è chi come Daniela Santanchè e Marcello Veneziani definisce questa manovra “un tentativo di golpe degli ottimati”. Da sinistra (o quasi) Grillo e Travaglio si esprimono in termini del tutto simili.

Gli ambienti vicini al Quirinale respingono questa idea. E’ tutto il contrario, dicono. L’operazione non è in conflitto con i principi democratici, ma è piuttosto una manovra a difesa della democrazia stessa e contro il populismo: l’Italia, la sua economia e il suo costume repubblicano, si salvano soltanto tenendo botta su una linea di rigore europeista. Insomma con l’agenda Monti in campo. Meglio ancora, poi, se in campo rimane pure l’autore dell’agenda: se non proprio a Palazzo Chigi almeno a vigilare dal Quirinale.

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