Molise, vero test elettorale: il PD crolla sotto il 10%

19 Ottobre 2011, di Redazione Wall Street Italia

CAMPOBASSO — Quindicimila elettori di centrosinistra che non votano i partiti di centrosinistra. Sta in questa cifra il senso del voto disgiunto e di una débâcle che in un crescendo rossiniano vede sconfitto di misura il candidato Paolo Di Laura Frattura, in calo netto il centrosinistra e in caduta libera il Partito democratico. Le cifre sono impietose: dal 23,3 per cento del 2006 (10.9 dei Ds e 12,42 della Margherita) si è scesi al 9,86 del Pd.

E’ vero che c’erano altre liste d’area — l’Api (6.31) e il Psi (4.58) — ma la mancanza di fascino politico del progetto democratico in Molise allarma i veltroniani, che lanciano un grido d’allarme. Inascoltato da Massimo D’Alema, che si dice invece soddisfatto del risultato. Anche Pier Luigi Bersani non si lamenta: «Basta guardare i dati: abbiamo rimontato di venti punti, un risultato che avrei preferito migliore, ma ci siamo andati vicino».

Non la pensa così la minoranza dell’area Modem, vicina a Veltroni. Giorgio Tonini denuncia «l’esito negativo per il centrosinistra e soprattutto per il Pd». Esito che richiede «una riflessione approfondita». Walter Vermi aggiunge: «L’esito del Pd è deludente sia rispetto ai dati omogenei del 2006, sia rispetto alle Politiche 2008». Stefano Ceccanti rilegge i dati: «Rispetto alle precedenti Regionali, il Pdl perde 23.787 voti, il Pd ne perde 28.842». Beppe Fioroni è chiarissimo: «Se vuole vincere, il Pd deve allearsi con l’Udc. Se qualcuno pensa di tornare alla gioiosa macchina da guerra sbaglia».

Massimo D’Alema non condivide affatto e afferma sicuro: «Il voto è andato bene». Questa la sua analisi: «Si conferma la tendenza nazionale che evidenziano anche i sondaggi: il centrosinistra supera largamente lo schieramento di governo, senza l’Udc, e questa è una novità assoluta in Molise, dove non era mai accaduto in dieci anni. Poi c’è anche un voto di protesta e un voto a Grillo che come in Piemonte aiuta la destra a rimanere in sella». E il calo del Pd? «C’erano quattro liste. La flessione del Pd sarebbe rispetto a cosa? Alle Politiche? Ma allora il Pdl passa dal 38% al 15%. I confronti fatti così però non hanno senso, chi sa leggere i dati sa che le elezioni amministrative hanno una lettura diversa».

D’Alema replica poi alla richiesta di riflessione giunta dalla minoranza: «Se uno vuole chiacchierare per strumentalizzare può dire quello che vuole, ma le analisi si fanno diversamente. Io che presiedo una fondazione culturale mi occupo di analisi elettorali e non mi interessa cosa dicono Fioroni, Vermi e Tonini». Il sottotesto della soddisfazione dalemiana ha a che fare con la sua idea di alleanza, che vede l’Udc come parte integrante e necessaria per vincere. Per questo la sconfitta con una coalizione modello Vasto (la foto di gruppo Di Pietro-Bersani-Vendola che ha inquietato i veltroniani) non lo sconvolge più di tanto.

Ma c’è anche un’altra versione di cui tenere conto. E quella di Enrico Rossi, presidente della Toscana, secondo il quale, forse, inseguire «candidati moderati», come l’ex Forza Italia, «non favorisce la mobilitazione dell’elettorato di centrosinistra». Tesi non dissimile da quella di Beppe Grillo: «Candidate un ex di Fi e vi lamentate se perdete? Molti molisani si sono astenuti per sopravvenuti conati di vomito». (Al. T.)