MODESTA PROPOSTA POLITICA: BOSSI PREMIER AL POSTO DI BERLUSCONI

17 Novembre 2009, di Redazione Wall Street Italia
(l.c.) L’idea ci e’ venuta guardando la foto in alto sulla home page di WSI: Maroni, Bossi e Calderoli. L’articolo sottostante riguarda le dichiarazioni del ministro dell’Interno sulla gravita’ dei segnali che vengono dall’area “grigia” del terrorismo nostrano. Il Viminale avalla un overlap caotico tra nuclei armati dell’estrema sinistra e squadre militanti musulmane al soldo di Al Qaeda. Un quadro che lancia molti piu’ dubbi di quanti non dovrebbe chiarirne, creando allarme tra i cittadini invece di sedarlo.

Ma e’ la foto di Maroni, Bossi e Calderoli – dicevamo – che ha il maggior leverage in questa sede. E’ la fotografia di tre uomini politici, appartenenti a un partito, la Lega, facente parte dell’attuale maggioranza di governo; un partito con un progetto, una strategia e un radicamento reale sul territorio. Non spetta a noi di WSI giudicare o prendere posizione – siamo ugualmente distanti da ogni partito, di governo e no – ma abbiamo la sensazione che almeno si potrebbe discutere, dibattere, ipotizzare scenari alternativi, al solo scopo di pensare al futuro del paese. Al dopo.

La provocazione che lanciamo e’: Bossi come capo dell’esecutivo, sarebbe in questa fase molto meglio di Berlusconi. Inutile negare (per conferma leggete gli articoli qui sotto di Francesco Verderami del Corriere della Sera e Vincenzo La Manna de Il Giornale) che il premier e’ asserragliato, incattivito, nevrotico, senza potere effettivo, anche se ha il carisma riconosciutogli dai fan e un immenso potere economico personale (resta uno degli uomini piu’ ricchi d’Europa). Dalla sconfitta sul Lodo Alfano in poi, Berlusconi si ritrova in un angolo, in questo ring infinito e poco accattivante che e’ la politica italiana. In un angolo perche’ ha seguito fin qui la strategia terribilmente sbagliata di un coach “tecnico” come il suo avvocato personale, Ghedini.

E’ il momento invece di pensionare la faziosita’, pensare in grande e fare politica “vera”, come e’ d’uopo nelle fasi piu’ drammatiche delle grandi democrazie occidentali. Ghedini e’ uno che non volera’ mai alto, uomini lungimiranti e diplomatici come Letta, in fasi come questa, servono di piu’ alla Repubblica Italiana.

Diciamo la verita’: siamo tutti sfiancati dal clima pessimo che viviamo in Italia, da questa perenne aria di congiura e trama, da una politica giocata sempre e soltanto su dichiarazioni quotidiane auto-referenziali tipo: “Non riusciranno ad affossarmi”, “non sanno di che pasta sono fatto”. E’ il segno che l’era Berlusconi e’ alle spalle. Nessuno vuole ribaltare l’attuale maggioranza di centro-destra uscita dalle urne (sarebbe un golpe). Fini dopo Berlusconi e’ ovviamente la scelta piu’ saggia, come sembrano condividere anche i nostri lettori (vedi sondaggio WSI in Prima Pagina). Ma siccome il Cavaliere per ripicca non consentira’ mai a Fini di andare al potere – non puo’ tollerare che l’uomo che lui stesso anni fa ha “sdoganato” dal fascismo salga al vertice – perche’ non provare con una delle poche alternative praticabili prima di chiedere il ricorso, assai rischioso, alle elezioni anticipate? Bossi a Palazzo Chigi. Non e’ il massimo, un partito del Nord e razzista alla guida del governo italiano. Ma almeno si parlera’ di nuovo di politica e non solo e sempre di Silvio Berlusconi.

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Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Se persino Gianni Letta arriva a dire che «non si può escludere nulla», allora davvero Berlusconi sta valutando tutte le opzioni, compresa quella del voto anticipato. Obiettivo già difficile da raggiungere e dall’esito tutt’altro che scontato. Ma c’è un motivo se il braccio destro del premier non se la sente di scartare alcuna ipotesi, perché è vero che in passato ha vissuto molti altri momenti drammatici al fianco del Cavaliere, «ma in tanti anni non l’ho mai visto così». L’accerchiamento ha portato Berlu­sconi a isolarsi, tuttavia non c’entra l’umor nero verso Fini, «che ormai si è fatto tutti i programmi televisivi di sini­stra».

È piuttosto l’assenza di una strate­gia che lo porta a questa scelta mediati­ca, e che rimanda a un solo precedente: la vigilia del predellino. Allora come og­gi stava nell’angolo. Oggi come allora, se resta in silenzio è perché non ha an­cora preso una decisione. L’idea delle urne — suggeritagli da Cossiga e ipotiz­zata da due fedelissimi come Quaglia­riello e Valducci — è nel novero delle possibilità, per quanto remota. A parte l’altolà del presidente della Camera, che ha evocato la scissione del Pdl, sa­rebbe complicato arrivare al voto. Per riuscirci servirebbe una crisi par­lamentare, «un incidente», e non certo sulla Finanziaria ma sulla giustizia.

Al momento il nodo che divide la maggio­ranza sul «processo breve» è il reato di immigrazione clandestina. L’intesa ap­pare nell’ordine delle cose. Se però Ber­lusconi decidesse di far precipitare tut­to, la forzatura — secondo i finiani — si verificherebbe con un emendamento su un tema ben più spinoso: la «prescri­zione breve», considerata dal presiden­te della Camera «inaccettabile» e che in­vece ieri Ferrara ha definito sul Foglio un «fondamento del diritto alla dife­sa ». D’altronde è noto che la legge sul «processo breve» lascerebbe ugualmen­te esposto il Cavaliere alle intemperie delle procure.

Il fatto poi che da Fini a Rutelli, passando per Casini, gli giunga l’esortazione ad andare «comunque avanti» anche «in caso di condanna», insospettisce il premier. Perché sareb­be difficile «andare avanti» se a genna­io fosse raggiunto da un avviso di ga­ranzia dalla procura di Palermo, come raccontano insistentemente voci di Pa­lazzo. E guarda caso il «timing» per an­dare alle Politiche il 28 marzo, insieme alle Regionali, scatterebbe proprio tra metà gennaio e gli inizi di febbraio.

Il punto è che la decisione di scioglie­re le Camere è «prerogativa del capo dello Stato», co­me a più riprese ha ripetuto l’inqui­lino di Montecito­rio. Un modo per dire che — aperta la crisi di governo — Berlusconi do­vrebbe lasciare il pallino del gioco al Quirinale. Il Ca­valiere correrebbe il rischio? Ed è cer­to che gli alleati lo seguirebbero? La posizione contra­ria del presidente della Camera è no­ta, ma anche Bos­si — il giorno in cui la Consulta bocciò il «lodo Al­fano » — uscì da un colloquio con Fini e disse: «Niente elezioni. Avanti con le riforme».

La Lega oggi sarebbe dispo­sta a cambiare posizione? Basterebbero Veneto e Piemonte a compensare la per­dita del federalismo fiscale? È una varia­bile di non poco conto. Allora, sarà pure un bluff quello di Casini, secondo cui «se cade il governo un’altra maggioranza in Parlamento si forma in un minuto». Ed è certo che la prospettiva elettorale atterrisce Pd e Udc, così com’è certo che Fini non si presterà a fare il Dini, perché la sua sto­ria sta dentro l’accusa lanciata contro «i puttani della politica», che consentiva­no al centrosinistra di formare governi diversi da quelli voluti dagli elettori.

Ma le forche caudine della Costituzione potrebbero trasformare l’eventuale pro­getto del premier in una disfatta. Anche ammesso che riuscisse nell’in­tento, è chiaro che al voto si arrivereb­be attraverso un passaggio traumatico, e che Berlusconi non potrebbe ripresen­tarsi agli elettori con la stessa squadra e lo stesso schema di alleanze. Oltre al fat­to che è impossibile valutare quale pe­so avrebbe nelle urne un’ipotetica sen­tenza di condanna per un Cavaliere sen­za «scudo giudiziario», nulla garanti­rebbe il successo al centrodestra. È ve­ro che per ora tutti gli analisti lo prono­sticano, ma ieri proprio la Ghisleri — sondaggista di fiducia di Berlusconi — ha detto che un tale scenario viene valu­tato «a bocce ferme», perché andrà pri­ma capito «cosa faranno Rutelli, l’Udc e la sinistra», ammettendo che «il qua­dro politico potrebbe presentare alcu­ne differenze rispetto al 2008».

C’è una grande differenza tra l’imma­gine fissata in un fotogramma e un film di cui non si conosce il finale. Di certo nelle analisi di Euromedia research per il premier sarà stato evidenziato ciò che alcuni ministri sussurrano, e cioè che il centrodestra — con gli stessi voti del 2008 — perderebbe il Senato qualo­ra l’Udc si alleasse al Pd. Come non ba­stasse, lo scontro nella maggioranza sulla giustizia sta producendo danni. I sondaggi che Ipsos ha appena sfornato per i Democratici raccontano che in una settimana il giudizio sull’operato del governo è calato di un punto, al 55,3%. E soprattutto che nelle intenzio­ni di voto per la prima volta si è ridotta la forbice tra il Pdl (sceso al 38,7%) e il Pd (salito oltre quota 31). È un segnale d’allarme per il Cavaliere silenzioso.

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Berlusconi: “Non ci riusciranno ad affossarmi”

di Vincenzo La Manna

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Cavaliere double face. Autentico e un po’ scanzonato, quando sta al centro del palcoscenico. Pensieroso e in silenzio stampa, quando cala il sipario. Scherza con il solito piglio, con i capi di Stato riuniti al vertice Fao. Ma rimugina a testa bassa, quando imbocca le tre rampe di scale che lo portano giù, salutando senza verve i cronisti che aggirano la zona rossa e gli sbucano dai lati.

È un premier che si sente a suo agio, nella ribalta internazionale, pronto a discutere di questioni concrete, ma senza voler abbandonare la strategia del «cucù». Ovvero, la politica delle pacche sulle spalle. Ma è anche un presidente del Consiglio «stanco dei continui attacchi», obbligato a giocare sempre in difesa per poi magari contrattaccare. Con Gianfranco Fini, tanto per rimettere il dito nella piaga, di cui continua a «non capire la strategia». O per meglio dire, preferisce ancora «far finta di non capirla». Nella speranza che sul versante giustizia, a cominciare dal disegno di legge sul processo breve, la maggioranza rimanga compatta.

Insomma, «è visibilmente stanco e il suo umore non è dei migliori», riferisce chi gli è stato vicino. D’altronde, confida il Cavaliere a uno dei suoi, «sono stato sveglio fino alle quattro di notte, costretto a confrontarmi con i miei avvocati» per via dei processi che riprenderanno a Milano. Dove «vogliono affossarmi, sperando di farmi cadere, ma non hanno niente in mano contro di me», rintuzza Berlusconi, convinto dell’esito finale: «Non mi avranno». Un punto fermo, che ritorna nella mente del Cavaliere, per nulla disposto a mollare: «Andrò avanti per la mia strada, statene certi», è il messaggio che rivolge alla sua truppa.

Ma al di là delle questioni nostrane, Berlusconi tiene aperta l’agenda estera. A testimonianza che il «legittimo impedimento» a presenziare in aula per il processo sui diritti tv Mediaset, rinviato al 18 gennaio, esiste davvero. Così, al mattino, varca il cancello della Fao, da cui uscirà a ora di pranzo, per ricevere a Palazzo Chigi il presidente brasiliano, Luiz Inacio Lula. Un faccia a faccia per discutere pure del delicato caso dell’estradizione dell’ex terrorista Cesare Battisti. Prima, però, al summit sulla sicurezza alimentare, Berlusconi si tuffa nei bilaterali a margine, interni ed esterni. Aprono le danze il presidente del Senato, Renato Schifani, e il ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia. Le chiudono il presidente della Commissione Ue, José Manuel Durao Barroso, il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, e il premier ungherese, Gordon Bajnai.

In mezzo, la gestione dell’assemblea. Si va così dagli abbracci a Hosni Mubarak e Muammar Gheddafi (che riceverà pure a cena) alla richiesta di «dimissioni per manchevolezza», nei confronti del segretario generale Fao, Jacques Diouf, seduto al suo fianco, reo di aver dimenticato un nome tra i partecipanti a una tavola rotonda. Una provocazione a cui il diretto interessato replica con un sorriso, facendo finta di salutare i presenti. Diuof si risiede e il premier fa la «grazia» ai presenti, evitando di leggere il discorso. «Abbiamo messo al centro del G8 dell’Aquila il problema dei soldi da trovare», ricorda. Ma adesso, convinto che il 2009 possa essere «l’anno della svolta», chiede: «C’è da lavorare perché ogni Paese si assuma questo impegno in modo preciso, con date e modalità».

Intervento sintetico per il premier, che invita gli iscritti a parlare a imitarlo, raccontando la solita barzelletta su Marx (ritornato sulla terra, in tre secondi di tempo per parlare in tv, dichiara: «Lavoratori di tutto il mondo, scusatemi»). Si ride, poi tocca a Gheddafi, di solito prolisso. «Cinque minuti per lui mi sembrano una pia speranza», pronostica il Cavaliere. Ma il Colonnello sfora di poco.

«Record di brevità, resterà negli annali», commenta il premier. Lesto a mollare tutto all’arrivo di Papa Benedetto XVI: «Vado anch’io ad accogliere il pontefice, vi prego di restare ai vostri posti». Il presidente del Consiglio applaude al suo ingresso, con Gianni Letta e Gianni Alemanno nel mini corteo. Pronto a salutare come si confà Joseph Ratzinger all’uscita. Premurandosi di avvertire a uno a uno i cardinali al seguito, tra cui Tarcisio Bertone, prima che scendano dal palco: «Eminenza, attenzione allo scalino».

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