MIRACOLO E DECLINO DEL CAPITALISMO ITALIANO

4 Maggio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Questo è un invito alla lettura di un libro semplice e rigoroso che è nello stesso tempo una severa diagnosi e una fonte di ricette. E, come tutte le costruzioni intellettuali rigorose, ha il merito di gridare: il re è nudo. Giangiacomo Nardozzi, professore di politica economica al Politecnico di Milano, ci dice con terribile candore che «ci troviamo di nuovo di fronte a un problema industriale italiano».

Il suo pamphlet appena pubblicato da Laterza (Miracolo e declino, l’Italia tra concorrenza e protezione) così come le ponderose analisi dell’ultimo volume della Storia economica d’Italia curato da Pierluigi Ciocca, hanno ispirato (dicono i quirinalisti) le parole del presidente Ciampi, quando ha chiesto di «difendere le imprese italiane» e di farlo in fretta, con uno sforzo collettivo al quale nessuno (imprenditori, governo, sindacati) si può sottrarre.

La denuncia del declino, partita dalla Banca d’Italia tre anni fa, non è più il pianto delle pie donne. In mezzo c’è stata la crisi Fiat, i crack Cirio e Parmalat, la fine delle illusioni sulle virtù taumaturgiche del sistema moda, sulla capacità maieutica del modello dei distretti industriali, sulle magnifiche sorti e progressive della piccola impresa, sulla economia del leisure ultima trasformazione del postindustriale, e via via sognando.

Ma, soprattutto, c’è di mezzo un triennio di stagnazione, il più lungo e resistente mai attraversato dall’Italia nel dopoguerra, contro il quale la politica economica si dimostra impotente.

Che cosa vuol dire difendere le imprese italiane? Certo, non vuol dire proteggerle. Perché il male dell’Italia si chiama ancora oggi «capitalismo assistito», sottolinea Nardozzi. E’ cominciato, si sa, alla metà degli anni ’60, quando il miracolo economico ha perso lena, ma ha rappresentato soprattutto la risposta italiana all’autunno caldo prima e alla crisi petrolifera poi. Il capitalismo assistito non è finito nemmeno quando la Banca d’Italia (con Baffi e soprattutto con Ciampi) ha cercato di togliere l’assistenzialismo monetario (inflazione più svalutazioni competitive). Il tentativo è saltato con la tempesta valutaria del ’92. E’ ripreso negli anni successivi con la marcia verso l’euro. Ma, a conferma della tesi di Nardozzi, proprio l’ingresso nell’euro ha provocato un arretramento dell’Italia nel mercato mondiale, perdendo quote anche rispetto ai concorrenti europei.

Il capitalismo assistito non è finito nemmeno con «la privatizzazione forzata degli anni Novanta che invece di dare nuovo slancio competitivo alle maggiori imprese private ne deviò gli interessi verso i settori protetti delle public utilities, una perpetuazione del protezionismo sotto altra forma che segna un’involuzione dell’industria e un suo ripiegamento, stridente con la globalizzazione, verso gli affari interni».

Il «nuovo problema industriale italiano» ha origine in Italia e non in Cina. «Non è una questione di imprenditori incapaci. Né «possiamo pensare che i problemi dell’industria vengano dal mercato del lavoro». Anzi, l’idea di una centralità di questo mercato «che ha occupato gran parte del dibattito di questi ultimi due anni, non è convincente per spiegare il miracolo ma neppure per capire il declino». Per di più, i salari bassi non stimolano l’innovazione. Tanto che, «la moderazione dell’ultimo decennio ha contribuito, come la svalutazione, a conservare una specializzazione produttiva non più in linea con i cambiamenti dei mercati». Le imprese non hanno alzato la loro soglia competitiva non perché stupide, ma perché l’hanno trovato conveniente.

Se la malattia si chiama protezionismo, cioè scarsa concorrenza, indebolimento degli animal spirits che si affinano solo nella competizione tra imprese, mercati e diverse aree del mondo, allora la ricetta non è difendere il made in Italy così com’è, ma spingerlo a cambiare. Il modello di riferimento c’è, sembra indietro nel tempo, ma resta valido. Si chiama «miracolo economico».

La chiave fu «produrre concorrenza in una economia che tendeva a respingerla». Ciò non avvenne, nel dopoguerra, attraverso «l’innesto di un ordine ispirato all’ideale astratto del mercato», ma avviando «un processo di sviluppo che conducesse l’economia verso un capitalismo concorrenziale: un capitalismo fatto di scelte di investimento competitive delle grandi imprese e di una crescita dal basso dell’industria in cui, come nella metafora di Schumpeter “gli strati superiori della società assomigliano ad alberghi che sono sì sempre pieni, ma di gente sempre diversa”».

In questa ricetta che ruolo ha lo Stato? Come allora anche oggi, «invece di protezione deve offrire sostegno». Qualche esempio: contenere la spesa corrente per lasciare spazio agli investimenti, ridurre i costi per le imprese che competono sui mercati, liberalizzare i servizi, abbattere le rendite monopolistiche, favorire fusioni e acquisizioni contro il nanismo industriale (e finanziario), consolidare il sistema bancario.

L’invito di Ciampi a «uno scatto d’orgoglio» – ricorda Nardozzi – «è sceso dal Colle fino ai convegni della Confindustria e mostra che gli imprenditori, come classe, sono sensibili al ridimensionamento del loro ruolo». Adesso la risposta tocca al governo e a Luca di Montezemolo. Ma spetta anche ai sindacati dimostrare di essere pronti a questa grande sfida nazionale.

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