Ministri, primi nomi per la squadra di Monti

12 Novembre 2011, di Redazione Wall Street Italia

ROMA – Dodici ministri, tutti tecnici. La squadra di governo di Mario Monti non è ancora completa, ma lo schema sembra ormai assodato. Verrà rispettata alla lettera la legge Bassanini (12 dicasteri con portafoglio e un numero limitato di sottosegretari: c’è chi dice una ventina). E la politica resterà fuori dalle poltrone che contano. Ma qualche nodo ancora resta.

Non si sa se Gianni Letta, che Berlusconi vorrebbe ma il Pd no, rimarrà a palazzo Chigi, forse come vicepremier. E poi le donne: cercasi “ministre” disperatamente. L’incarico verrà conferito con ogni probabilità nella giornata di domani, ma la squadra potrebbe essere presentata da Monti anche subito. Ma fino all’ultimo resta sul tavolo il nodo della presenza di Gianni Letta. Il Pd si è opposto a questa ipotesi (molto più morbido il Terzo polo), dunque alla fine il Cavaliere potrebbe cedere.

Meno probabile, vista la linea “pro-tecnici” del Pd, appare al momento che la presenza del sottosegretario possa essere “equilibrata” per il centrosinistra dall’inserimento di una figura come Enrico Letta. Intanto, nella lista che va consolidandosi, spiccano alcuni nomi. Un ministero chiave come l’Economia potrebbe andare a Guido Tabellini, rettore della Bocconi. Allo Sviluppo Economico, in pole position è un altro bocconiano, Carlo Secchi. Giuliano Amato, politico vicino al Pd ma per il profilo considerato un tecnico”, potrebbe tornare alla poltrona di ministro dell’Interno, che già ricoprì nell’ultimo governo Prodi. Ma potrebbe anche essere designato per la Farnesina, visto il prestigio internazionale. In alternativa, agli Esteri potrebbe essere indicato il diplomatico Giampiero Massolo, attualmente segretario generale del Ministero.

Favori bipartisan sembra incontrare l’ipotesi che al Welfare vada Carlo Dell’Aringa, docente dell’università Cattolica e amico di Marco Biagi, ma gradito anche alla Cgil. Piace anche Lorenzo Ornaghi, rettore della Cattolica, all’Istruzione. Alla Giustizia, ministero che Berlusconi avrebbe voluto conservare a Nitto Palma, dovrebbe invece andare Cesare Mirabelli (già membro di Csm e Consulta). Ma in alternativa si fanno i nomi di Ugo De Siervo o Piero Alberto Capotosti. Alla Difesa il nome del generale Rolando Mosca Moschini (attualmente consigliere militare del Quirinale) appare più forte rispetto a quello dell’ex capo di Stato maggiore Vincenzo Camporini. Al ministero dell’Agricoltura potrebbe invece approdare Federico Vecchioni, ex presidente di Confagricoltura, considerato vicino a Luca Cordero di Montezemolo. Alle Infrastrutture il nome di Lanfranco Senn, docente della Bocconi e presidente di Metropolitana Milanese spa, sembra eclissare l’ipotesi Rocco Sabelli (ad Alitalia). Incognite ancora sulla poltrona dell’Ambiente e della Cultura. Per quest’ultima si fa il nome di Paolo Baratta, che però ha dichiarato di voler restare presidente della Biennale. Un posto da sottosegretario alla presidenza del Consiglio dovrebbe avere Enzo Moavero, già capo di gabinetto di Monti.

Un grosso nodo resta la presenza femminile: si è parlato insistentemente in questi giorni di Emma Bonino, ma la figura appare ad alcuni troppo “politica”. Dunque, raccontano, Monti sarebbe ancora alla ricerca di personalità “rosa”. Insomma, fino all’ultimo il “totonomi” continuerà a impazzare. Per i dicasteri economici, per dire, ancora non sono del tutto archiviate le ipotesi Saccomanni, Bini Smaghi o anche Grilli. Mentre per lo Sviluppo circolano i nomi di Catricalà, Gnudi, Giovannini (Istat) o anche Emma Marcegaglia. Per il Welfare si citano sindacalisti (ma Bonanni si è tirato indietro) o figure come Nicola Rossi e Piero Ichino. Andrea Riccardi o Francesco Profumo vengono tirati in ballo per l’Istruzione.

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Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Il vento dei tecnici spazza via i politici. E marginalizza e tiene lontano dal nuovo governo le risse intestine tra le correnti del Pdl. Nessuna riconferma, via pure Frattini dagli Esteri, ma aria nuova, personaggi di alto livello dell’economia (Bini Smaghi, Dell’Aringa), delle istituzioni (De Siervo e Mirabelli), delle gerarchie militari (Mosca Moschini). A questo puntano Napolitano e Monti, un esecutivo inappuntabile, che ricostruisca l’immagine dell’Italia e la “venda” al meglio sullo scenario europeo e internazionale. Questa è la logica. Questo porta in primo piano una manciata di nomi del tutto sottratti alle alchimie dei partiti – Pdl, Pd, Terzo polo – che pure in Parlamento reggeranno le sorti numeriche del nuovo governo.

Un flash per chi esce definitivamente di scena. Di Franco Frattini alla Farnesina s’è detto, al suo posto si ipotizza di mettere l’attuale segretario generale Giampiero Massolo. “Scatoloni pronti”, come lui stesso annuncia, per Nitto Palma in via Arenula. Per la poltrona finita nel tritacarne delle leggi ad personam per responsabilità del Cavaliere, si lavora a una figura nettamente al di sopra di ogni sospetto. La soluzione caldeggiata è quella di un presidente della Corte costituzionale. Un nome gettonato è quello di Ugo De Siervo, che ha lasciato il palazzo antistante il Quirinale solo da pochi mesi. In alternativa c’è chi ipotizza un incarico per Cesare Mirabelli, ex della Consulta e anche del Csm. Crollano le chance anche per Raffaele Fitto, oggi agli Affari regionali, o per la new entry Maurizio Lupi, oggi numero due della Camera. In casa Pdl si tira quasi un sospiro di sollievo perché solo l’assenza di nomine garantisce uno stop alle faide incrociate e mette fine a uno scontro che rischia di mandare in pezzi tutto il partito.

E passiamo alle novità assolute, a quelle in parte già circolate ma che si stabilizzano, al difficile nodo dell’economia che vede il lizza più di un nome di prestigio. È una sorpresa quello di Antonio Catricalà, oggi presidente dell’Antitrust, come candidato alle Attività produttive. È inedita la soluzione, per il ministero della Difesa, di Rolando Mosca Moschini, oggi consigliere militare di Napolitano, ma anche ex comandante generale della Guardia di Finanza e soprattutto componente, per l’Italia, del comando militare dell’Unione europea. Nuova carta anche per il ministero del Welfare, dove perde peso la candidatura dell’attuale segretario della Cisl Raffaele Bonanni, per lasciare spazio a Carlo Dell’Aringa, noto economista della Cattolica. Si consolida il nome dell’oncologo Umberto Veronesi per la salute.

Al Quirinale, per la Giornata per la ricerca sul cancro, a chi lo ha avvicinato e gli ha chiesto conferma dei pronostici, lui ha risposto così: “Non vedo, non sento, non parlo. Sono come la famosa scimmietta”. Nessuna indiscrezione anche dalla radicale Emma Bonino che pure al Senato ha incontrato e salutato affettuosamente Monti. Potrebbe essere suo il ministero delle Politiche comunitarie visto che in Europa, giusto ai tempi di Monti, come commissaria aveva quell’incarico.

E siamo al dicastero di via XX settembre, quello di più difficile attribuzione. Per il secondo giorno consecutivo non viene smentito che il futuro premier Monti potrebbe tenere per sé l’interim. Per legare qualsiasi decisione, anche impopolare, al prestigio del suo nome. In alternativa c’è la carta di Lorenzo Bini Smaghi, reduce dalla rinuncia al board della Bce, quella di Fabrizio Saccomanni, direttore generale di Bankitalia, e quella di Corrado Passera, amministratore delegato di Bancaintesa.

Restano in alto mare i nodi di più difficile soluzione, la vice presidenza e la poltrona di ministro dell’Interno. E qui si giocano le ultime carte di Gianni Letta, che però paiono ormai in scadenza, e di Giuliano Amato. Ma c’è chi, con una forte percentuale, li dà entrambi ormai fuori.

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LA PRIMA MISSIONE: TROVARE 50 MILIARDI

di Stefano feltri

Un’ora e mezza con il numero uno della Banca d’Italia Visco, da lunedì la priorità sarà capire a quanto ammonta il buco.

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L’unica notizia concreta sull’azione del prossimo governo Monti è l’incontro del professore della Bocconi con il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Un’ora e mezza di incontro. Non tra due vecchi amici – i due si conoscono, ma non hanno rapporti stretti – ma tra il governatore e il premier in pectore.

SUI CONTENUTI c’è il massimo della riservatezza, la Banca d’Italia non si sbottona e Monti si è rinchiuso in un silenzio totale. Ma da giorni nei corridoi dei palazzi romani, tra mille dubbi, c’è una certezza: se lunedì Monti sarà primo ministro, in cima alla sua agenda ci sarà quella che si chiama due diligence. Cioè un’analisi minuziosa dei conti che eredita dal governo Berlusconi e dal ministro del Tesoro Giulio Tremonti. E visto che Monti, nonostante il soprannome di Super Mario, non può fare tutto da solo, ci sarà la Banca d’Italia a fornirgli il supporto tecnico e le competenze.

Anche il misterioso passaggio di Monti al Quirinale, ieri a mezzogiorno, si spiega in questo senso: ufficialmente il professore è andato a ritirare delle carte, il presidente Giorgio Napolitano era impegnato in una cerimonia. Assai più probabile che abbia dovuto discutere ulteriori dettagli del contesto in cui si troverà a lavorare da lunedì, ammesso che sopravviva indenne ai bizantinismi di palazzo di queste convulse ore di vigilia. Il sospetto che la situazione dei conti sia assai peggiore di quello che sembra è diffuso. Il ministro Tremonti è stato molto abile, negli ultimi mesi, a svelare gradualmente ai mercati le fragilità dell’Italia, abbinando alle cattive notizie provvedimenti correttivi. Così da rassicurare. Ma non basta.

Il governo Berlusconi è colpevole di “avere indulto a lungo a un ottimismo illusionistico, preferendo scaricare su altri le proprie responsabilità”, scriveva Monti sul Corriere della Sera il 16 ottobre. I numeri sono ben noti anche al ministero del Tesoro: della manovra estiva mancano all’appello 20 miliardi, poi ci sono i 7 miliardi di tagli ai ministeri ancora da applicare, per non parlare dei 18 miliardi aggiuntivi che sarebbe opportuno trovare per rispettare l’impegno a raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013 anche con le nuove previsioni di crescita dell’Unione europea. Quasi 50 miliardi, sempre che non ci siano poi sorprese ulteriori.

SECONDO FONTI del Tesoro, però, una parte delle leve necessarie per intervenire saranno già nelle mani di Monti anche senza passaggi parlamentari che si annunciano difficili: la manovra di Ferragosto stabilisce norme anti-evasione fiscale che basta decidere di applicare (come i controlli incrociati tra patrimoni e redditi dichiarati) e si può sempre abbassare la soglia per la tracciabilità dei pagamenti in contanti.

Come sempre nella crisi europea, molto dipenderà dal contesto. L’obiettivo di Monti resta quello di imitare il governo tecnico appena insediato in Grecia: 17 ministri guidati dall’ex banchiere centrale Lucas Papademos. Solo un governo snello e tecnico, è il pensiero attribuito a Monti in questi giorni, può varare con la rapidità richiesta dai mercati le misure necessarie.

Ieri sera il presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy ha incontrato il premier uscente Sivlio Berlusconi, ma con la testa il politico belga è già a Monti: “Questo Paese ha bisogno di riforme e non di elezioni”. Ha anticipato l’incontro con Berlusconi e poi van Rompuy è corso al Quirinale, per trattare direttamente con Napolitano. Con il capo dello Stato ha parlato anche il presidente francese Nicolas Sarkozy, esprimendo “piena fiducia” nell’Italia e nell’azione del Colle. Mentre alle televisioni francesi diceva che è ora di occorre “rimettere in carreggiata” in riga greci e italiani. L’Eliseo prova a sfruttare ancora l’immagine dell’Italia decotta e la Francia in salute, nonostante due giorni fa Standard & Poor’s abbia declassato il debito francese rimangiandosi poi il giudizio subito dopo (colpa di un misterioso “errore”). Da lunedì con Mario Monti a Palazzo Chigi gli sarà molto più difficile. Sempre che, invece, non salti tutto e l’Italia si trovi a mercati aperti senza governo. E allora sul mercato del debito e alle aste dei Bot saranno guai veri.

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