Minaccia “malpancisti”. Il premier tratta fino all’ultimo minuto

14 Ottobre 2011, di Redazione Wall Street Italia

(in aggiornamento)

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Roma – «Il re è nudo e qualcuno deve pur dirlo. Non possiamo consegnare il Paese al giustizialismo e all’antipolitica solo perché Bossi deve regolare una partita interna. Il leader della Lega vada a Ponte di Legno e la smetta di offendere il meridione e Roma, la città che gli ha dato onore e prestigio…».

Così Luciano Sardelli alle nove di sera, quando le certezze di Palazzo Chigi cominciano a vacillare. Salvo ripensamenti dell’ultimo minuto l’ex capogruppo dei «responsabili» di Popolo e territorio non voterà la fiducia al governo, con la speranza che «altri deputati trovino il coraggio di chiedere un passo indietro al premier».

Per tutto il giorno Denis Verdini ha chiamato uno a uno i malpancisti e anche Silvio Berlusconi si è speso in prima persona, telefonando e ricevendo a palazzo Grazioli i più recalcitranti. «Se otteremo la fiducia? Sì, vorrei vedere…», aveva detto il premier al mattino. Ma poi, un minuto dopo l’altro, quelle che parevano granitiche certezze cominciano a erodersi.

Quota 320 si allontana e Fabrizio Cicchitto con sano realismo si accontenta di ragionare attorno alla soglia dei 315: un voto sotto l’autosufficienza numerica sarebbe già un traguardo. Ma tutto può succedere. L’asticella rischia di scendere ancora, giù fino a 313 e oltre. L’esecutivo avrebbe i numeri, ma forse non la forza per governare.

Claudio Scajola non staccherà la spina e per tutto il giorno ha lavorato per tenere a bada le sofferenze dei suoi. Eppure anche l’ex ministro sa bene che i colpi di scena sono dietro l’angolo e che al non voto di Giustina Mistrello Destro può sommarsi quello di Fabio Gava. E poi, chissà. Berlusconi è preoccupato. E molto. Il clima della vigilia ricorda il 14 dicembre, quando per soli tre voti, 314 a 311, grazie ai dipietristi pentiti Scilipoti e Razzi e al tradimento dei finiani Moffa e Polidori, riuscì a respingere l’assalto di Fini e Casini.

Si è trattato fino a notte fonda, Verdini ha rassicurato, placato, garantito, promesso. E ai tiggì della sera ha dichiarato di essere tranquillo, anzi ottimista: «La maggioranza con il voto di fiducia si allargherà ancora». L’amo agli incerti lo ha lanciato lo stesso premier in mattinata, quando ha invitato tutti i deputati a far pervenire «suggestioni positive» e a incontrarlo nel corso di «colloqui che siamo disponibili a tenere nei prossimi giorni».

Le ore successive sono state scandite da una raffica di telefonate e incontri, dal cui esito dipenderà il voto di oggi. Nei giorni scorsi Antonio Di Pietro è tornato in Procura per denunciare una «presunta compravendita di deputati» e se anche i sospetti del leader dell’Idv dovessero rivelarsi un buco nell’acqua, fa una certa impressione raccogliere i boatos del Transatlantico e sentir parlare di poltrone e soldi, tanti, fino a 200 mila euro per ogni singolo voto strappato alle opposizioni.

A dicembre Massimo Calearo, ex veltroniano ed ex rutelliano ora nel gruppo Misto, parlò al Riformista di quotazioni «dai 350 mila al mezzo milione di euro».

Il «guastatore» Luciano Sardelli, già capogruppo dei Responsabili, giura di non aver trattato. Ha visto Verdini, poi però ha maturato lo strappo: «Parlerò e dirò a Berlusconi che questa agonia non può durare, che per salvaguardare il suo patrimonio politico e l’intero centrodestra è un bene che lui apra gli occhi, salga al Quirinale a passi dalla responsabilità di una parte alla responsabilità nazionale». Davvero non voterà la fiducia, onorevole Sardelli? «Invito tutti coloro che vogliono bene a Berlusconi e all’Italia a permettere che sia approvato l’emendamento al rendiconto, ma a far sì che non ci sia una maggioranza qualificata sopra i 315 voti. Un risultato che consentirebbe la nascita di un governo di larghe intese».

Sardelli spera di non essere solo. Tra color che stan sospesi (e guardano a Casini) ci sarebbe Antonio Milo, anche lui di Noi Sud, e un altro inquieto esponente di Popolo e territorio. Michele Pisacane non ha sciolto la riserva, ma come Sardelli ha a cuore gli interessi del meridione: «Deciderò solo al momento del voto». Il nervosismo degli ex Responsabili è tra i fattori che fanno ballare i numeri, prova ne sia che il berlusconiano Mario Pepe li ha messi a tavola a cena in un ristorante di piazza Capranica per placarne i maldipancia. Anche Scajola ha attovagliato i suoi, ma sembra non aver convinto tutti. Il «ci dormirò su» con cui Gava ha salutato Berlusconi a palazzo Grazioli (dopo avergli detto tutta la sua «delusione» per il discorso alla Camera) non lascia tranquillo il premier, già preoccupatissimo per altri, non rassicuranti segnali arrivati dalla maggioranza.

È vero che Scajola è riuscito a placare Roberto Antonione? Ci si può fidare della parola di Francesco Nucara, che resta scontento ma ha promesso il suo voto di fiducia? Davvero non è possibile recuperare l’ex ministro Calogero Mannino, che ha votato contro il rendiconto? E come si fa a essere certi che altri scajoliani non diserteranno l’Aula? Paolo Russo parla di «triste decadenza», ma spiega che Scajola e i suoi sanno di «essere determinanti» e puntano a dettare la linea dall’interno.

Questi e mille altri dubbi assillano il premier, rassicurato solo un po’ dalla posizione dei radicali che pure voteranno «no», ma ieri erano gli unici esponenti delle minoranze in Aula. Il voto di fiducia sulla manovra, il 14 settembre – con Papa in carcere, Franzoso in ospedale, senza Gaglione che non vota mai e senza Mannino – è finita 316 a 302. Ma poi Santo Versace ha rotto col Pdl e non tornerà indietro, nonostante le profferte di Verdini. Si dice che Giovanni Tortoli potrebbe non votare, Filippo Ascierto è infortunato a una gamba e si vocifera di un arrivo in elicottero. Eppure Verdini è andato a dormire tranquillo: «Aumenteremo i numeri. Siamo tra 316 e 320…».

Di Monica Guerzoni,
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GLI SBADIGLI DI BOSSI, VIDEO

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WSI

Nulla di nuovo in Parlamento. Silvio Berlusconi perde un’altra occasione per fare un passo indietro. Il premier ha fatto solo un riferimento al fatto che l’aula fosse semi deserta, svuotata delle opposizioni. Erano presenti solo cinque deputati dei Radicali.

A parte una battuta in cui e’ tuonato un “l’opposizione e’ sparita” rivolto ai “ribelli” di Partito Democratico, Futuro e Liberta’, Italia dei Valori e Udc, e’ stata la frase finale ad assumere toni pesanti: “non ci fate perdere tempo”.

Alcune dichiarazioni, come l’aver ribadito che la “maggioranza e’ coesa”, cozzano con la richiesta fatta dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per una prova di solidita’ e unione da parte dell’esecutivo.

Il miglior commento a quello che adesso fara’ il governo e’ stata l’immagine di Umberto Bossi, il quale, sedutogli a fianco, ha sbadigliato piu’ volte durante gli ultimi minuti dedicati ai programmi e propositi di governo.

“Un incidente parlamentare di cui mi scuso ha determinato una situazione anomala che dobbiamo sanare con un voto di fiducia politica”, cosi’ ha iniziato il suo intervento a Montecitorio Berlusconi, dove e’ tornato per chiedere la fiducia al suo governo, la numero 56 dopo la bocciatura del rendiconto generale dello Stato di due giorni fa.

In un’atmosfera surreale, in cui le parole del primo ministro erano scandite da applausi scroscianti, il leader si e’ rivolto ai suoi alleati senza avere la possibilita’ di confrontarsi con gli avversari.

L’esecutivo chiedera’ la fiducia “perche’ profondamente consapevole dei rischi che corre il paese. Lo chiede perche’ convinto che i tempi imposti dai mercati non sono compatibili con certe liturgie politiche”.

“Il governo e’ l’unico soggetto democraticamente abilitato a gestire l’Italia con l’urgenza imposta dalla crisi”. L’incidente non puo’ avere conseguenze sul piano istituzionale”. Insomma un classico del repertorio berlusconiano.

La legge sul rendiconto generale dello stato appartiene alla cosiddetta categoria delle legge formali, secondo il leader della coalizione di governo. Costituito da dati contabili approvati in sede consultiva l’anno precedente da parte della ragioneria dello stato, con l’apposito giudizio di parificazione.

“Approvare la legge sul rendiconto e’ approvare il bilancio dell’anno precedente. Improprio parlare di sfiducia nei confronti del governo, perche’ e’ un provvedimento esclusivamente contabile”.

Il premier ha riconosciuto il “pericolo che l’Europa possa diventare un fattore destabilizzante dell’economia mondiale” e parlato di un “debito enorme ereditato dal passato, ma reso sostenibile grazie all’azione di questo governo”, riferendosi a un “avanzo primario da primi della classe”.

Pur riconoscendo la fragilita’ dovuta al lungo periodo di bassa crescita, la mancanza di sani investimenti al sud e ha avuto il coraggio di invocare la lotta all’evasione, mentre parte del suo esecutivo continua a fare pressioni per proporre un mega condono.

Il governo tecnico non puo’ avere piu’ forza di un governo democraticamente eletto come il nostro. Primo dovere: “mettere l’Italia al riparo della crisi economica”. Un governo tecnico mai si sottoporrebbe a giudizio degli elettori.
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“La manovra garantisce per la prima volta il pareggio di bilancio entro il 2013”, ha continuato Berlusconi, accennando all’inserimento del pareggio di budget anche nella Costituzione: “Impegno vincolante anche per il futuro con una specifica clausola”.

Chi si aspettava novita’ sul ;decreto sullo sviluppo e’ rimasto deluso. Nessuna indicazione pervenuta. Non si sa quando verra’ varato e cosa ci sara’ dentro nel dettaglio. La riforma del fisco e’ la solita propaganda. Come la giustizia efficiente, sono capitoli ovvi. Bisognera’ convincere Tremonti a fare una manovra straordinaria non a costo zero.

Su aliquote di ricchezze o di risorse, liberalizzazioni e crescita? Nessun riferimento concreto. Berlusconi ha detto solo una cosa: che a lui e al suo governo non ci sono alternative. Come a dire, “O me o le elezioni”.

Su una cosa Berlusconi ha ragione. Se si mettessero insieme le opposizioni, in effetti, non e’ detto che accoglierebbero di buon grado le richieste della lettera della Bce scritta da Trichet e Draghi. Molti la vorrebbero respingere. Al governo va riconosciuto invece che, seppur controvoglia, gran parte di quei provvedimenti sono stati messi in atto.

A rendere piu’ forte Berlusconi e’ proprio il fatto che un’alternativa reale non si vede, a parte la soluzione del governo tecnico al momento non ci sono altre strade da percorrere per uscire dalla crisi. Ma un’alternativa elettorale, quella si, ci sarebbe. E probabilmente scattera’ a gennaio dell’anno prossimo.

Anche se Berlusconi punta al 2013, bocciando voto anticipato e governo tecnico, alcuni deputati vicini al ministro delle Riforme sostengono che per evitare il governo tecnico e’ meglio il voto anticipato nel 2012. La maggioranza tira a campare in un momento di crisi senza precedenti.