Micalizzi, il Madoff della Bocconi. Anche M5S aveva creduto in lui

23 Maggio 2014, di Redazione Wall Street Italia

MILANO (WSI) – Un trasformista, capace di cambiare abito in ogni occasione e di raccogliere il consenso senza neanche troppa fatica. Era solo il 7 marzo scorso quando, con il vestito di economista, l’ex professore della Bocconi, Alberto Micalizzi, arrestato per la seconda volta per associazione per delinquere e truffa, incontrava alcuni membri del Movimento 5 Stelle (le sue ultime vittime) per condurre una serie di battaglie niente meno che contro la speculazione finanziaria, il problema monetario, i trattati europei e la Banca d’Italia.

Un incontro «proficuo» al termine del quale Micalizzi si era sentito in obbligo di ringraziare dal suo sito gli onorevoli Francesco Cariello, Alessio Villarosa, Ferdinando Alberti e Daniele Pesco, membri della Commissione Finanza, Bilancio ed Esteri.

La sua avventura era iniziata in Bocconi, l’Università milanese dove era docente di finanza aziendale, un marchio che gli aveva permesso di aprirgli numerose porte, comprese quelle dei caveau di altrettante banche e di grandi investitori, pronti a affidarsi a lui per gestire cifre dai sei zeri in su. La sua creatura si chiamava Dynamic Decision Growth Fund, aveva ovviamente sede alle Isole Cayman e sulla carta era capace di moltiplicare i rendimenti, anche quando i mercati andavano in direzione opposta. Non avesse avuto il marchio

della Bocconi, tutti probabilmente lo avrebbero preso per un novello Charles Ponzi, l’autore di quello schema che consiste nel far sparire i fondi incassati dai primi sottoscrittori, restituendo loro come rendimento parte dei fondi raccolti dai successivi sottoscrittori. Un castello che crolla inevitabilmente quando tutti i sottoscrittori iniziano a chiedere la restituzione degli interi capitali investiti.

E il giochetto di Micalizzi crolla tra il 2007 e il 2008: nel giro di un anno il patrimonio della società certificato dalla PriceWaterhouse Coopers in 343 milioni di dollari crolla a circa 20-30 milioni di dollari, un valore talmente esiguo che perfino la Grand Court delle isole Cayman decide di porlo in liquidazione. Micalizzi non si dà per vinto e si inventa la società Asseterra Inc, la cui sede risulterà essere in un parcheggio per roulottes in un sobborgo di Phoeinix (Usa).

La falsa società emette bond falsi e, con tanto di timbri, Micalizzi li piazza ai più disparati finanziatori. Credono in lui Natixis (252 milioni), Nomura 100 (milioni), Ker Capital (63 milioni), Bearn Stearns (52 milioni), Ubi Banca (25 milioni), la Fiduciaria Orefici (altri 25 milioni), la Simgest (3 milioni) e la Helm Growth Premiun (5 milioni), dell’ex goledn boy della Jp Morgan Alessandro Rombelli, che insieme con il professor Maurizio Dallocchio (anche lui bocconiano) avrebbero cercato di coinvolgere l’Enpam, l’ente di previdenza dei medici e dei dentisti. Altri finanziamenti potrebbero essere arrivati anche da Banca Carige, Rb Trade e da Redi spa.

Con un giochetto di false fideiussioni, ottenute grazie a due funzionari infedeli di Bnl e Barclays (non coinvolte), Micalizzi & Company hanno truffato o cercato di truffare per 40 milioni le banche russe Investrade bank e Agricoltural Bank di Mosca per alcuni progetti fittizi nel settore agricolo e alberghiero, l’americana Jp Morgan per un contratto immobiliare da 19 milioni da stringere con la inconsapevole Coopsette, la Ubs per un affare da 6 milioni e la Pirelli (11,3 milioni) per una compravendita di un palazzo a San Donato milanese. Ma il gran trasformismo di cui è capace, Micalizzi lo ha dimostrato quando nei panni del rappresentante di una fantomatica Energy trading Italia ha sottratto e incassato contratti di fornitura e trasporto di gas nientemeno che a Snam Rete Gas per ben 31 milioni di euro.

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