MERCATI USA: ATTENTI
AGLI SQUILIBRI FINANZIARI

1 Febbraio 2005, di Redazione Wall Street Italia

*Michele Pezzinga e’ lo strategist di CentroSim. I suoi commenti non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.

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(WSI) – Il PIL USA rallenta come previsto nell’ultimo trimestre 2004 – ammesso che
le indicazioni preliminari di venerdì scorso vengano confermate nel corso
dei successivi aggiornamenti – ma i mercati azionari non sembrano
preoccuparsene troppo: lo scenario “virtuoso” legato ai bassi rendimenti
obbligazionari trova infatti nuove conferme (4,14% e 3,54% stamani quello
dei decennali rispettivamente negli USA e nell’area euro), ed è proprio
questa la logica che si sta imponendo, soprattutto sui listini continentali.

In effetti, ieri il balzo di tutte le Borse era da collegare all’esito
favorevole delle elezioni irachene, che hanno visto, in un clima meno
arroventato del previsto, una buona affluenza di elettori. Anche se da qui
al realizzarsi dell’obiettivo di “pace e democrazia” la strada è ancora
lunga, per ora questo risultato è bastato ad infondere un po’ di fiducia ai
mercati.

Tornando all’economia USA, più che un rallentamento spiccano i
crescenti squilibri nei conti con l’estero: il +3,1% di crescita registrato
a livello complessivo tra ottobre e dicembre riflette infatti un ancora
notevole +4,6% per la spesa in consumi, a fronte del +5,1% record del
trimestre precedente, che però ha prodotto un balzo del 9,1% nelle
importazioni, a fronte di un concomitante calo del 3,9% per l’export.

Il
disavanzo della bilancia commerciale ha così sottratto ben 1,73 punti
percentuali alla crescita, mentre la maggiore accumulazione di scorte
stavolta ha aggiunto qualcosa come lo 0,42% al dato complessivo. Come in
tutte le fotografie, però, anche questa sullo stato di salute dell’economia
USA non ci dice molto su quello che c’è dietro a simili buone performance;
in apparenza, salvo la voragine dei conti con l’estero, tutto sembrerebbe
infatti funzionare a dovere, trainato da consumi esuberanti e investimenti
in costante ripresa su ritmi sempre superiori al 10% annualizzato.

Il guaio, più volte fatto notare, è che invece, dietro al boom dei consumi,
c’è una preoccupante accumulazione di debito privato, che sfiora ormai il
90% del reddito disponibile, cresciuto in parallelo con il valore delle
attività finanziarie e reali in portafoglio alle famiglie.

I bassi tassi
d’interesse, ma soprattutto un contenuto costo del debito a lunga scadenza,
grazie a curve dei rendimenti sempre più piatte (cioè a spread ridotti tra
le scadenze a breve e quelle a lunga degli strumenti di debito), assicurano
la tenuta di tutta la costruzione, che altrimenti rischierebbe di vacillare
a causa di un crescente costo del debito, a fronte di un probabile,
parallelo sgonfiamento di valore delle attività.

In una simile eventualità,
la quota di reddito destinata al risparmio, oltre che quella necessaria per
pagare gli interessi sul debito, salirebbe, a scapito dei consumi, che così
vedrebbero concludersi la loro fase così eccezionalmente favorevole. Questo
è il grosso rischio che sta correndo l’economia USA e di cui a nostro avviso
i mercati dovrebbero prendere maggiore consapevolezza, senza limitarsi a
considerare i soli effetti positivi del maggior ricorso al debito.

Da notare
che anche nell’area euro la crescita della moneta sta accelerando (+6,4% in
dicembre per l’aggregato M3, da +6% in novembre), trainata soprattutto dai
mutui immobiliari, tornati a crescere a ritmi superiori al 10% per la prima
volta dal 2000 (nel corso del 1999 avevano toccato un picco con un +12,3%).

Ma, un po’ come nel caso delle realtà indebitate nel mondo corporate, in
questa fase di relativa euforia, o per lo meno di diffusa compiacenza, la
questione rischio finanziario insita nell’effetto leva non viene al primo
posto tra le preoccupazioni degli addetti ai lavori. E l’ottimismo sui
mercati azionari dalla struttura più difensiva, ad iniziare dal nostro, può
quindi produrre ulteriori risultati positivi.

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