Debito: mercati sottovalutano pericolo ritorno lira

3 Aprile 2017, di Daniele Chicca

I mercati stanno sottovalutando i rischi di un ritorno alla lira e di una ridenominazione del debito in quella valuta, in particolare in termini relativi, come evidenzia la differenza più alta della media europea tra due tipi di Cds italiani, i contratti per assicurarsi contro un eventuale default del debito del nostro paese.

Il pericolo che in Italia si torni alla valuta nazionale precedentemente in uso sono più alti di quanto non indichino gli andamenti dei Cds, come rilevano alcuni commentatori di mercato e analisti. Il rischio di una ridenominazione del debito in lire si può anche interpretare come un’indicatore dei problemi futuri per l’Italia e l’area euro.

Per dare un valore al rischio sopra citato, in un’analisi recente Mediobanca si è concentrata sulla divergenza tra i contratti Cds del 2003 e quelli del 2014. Antonio Guglielmi ha pubblicato una ricerca in cui l’analista si pone come obiettivo quello di cerca di trovare il modo migliore per misurare questo rischio.

Nello studio si giunge alla conclusione che la migliore maniera è guardare al gap tra la definizione del 2003 di un evento creditizio negativo per gli strumenti derivati di credit default swap e la definizione analoga del 2014. Guardando all’Italia il valore del differenziale salta subito all’occhio.

La definizione del 2014 cita come nuovo criterio esplicito di un “evento creditizio” anche la ridenominazione in valuta nazionale del debito. Inoltre viene aggiornato anche l’insieme di valute il cui debito può subire la ridenominazione: da quelle dei paesi del G7 si passa alle divise di Canada, Giappone, Svizzera, Regno Unito, Stati Uniti e area euro.

In poche parole se l’Italia dovesse apportare una ridenominazione del debito in lire,  secondo il contratto del 2014 si tratterebbe di un fenomeno creditizio, ma non necessariamente stando a quello del 2013. Siccome entrambe le categorie di Cds possono essere cambiate sui mercati, si può facilmente calcolare lo spread tra i due contratti e ritenerlo una valida unità di misura del rischio di ridenominazione. Nel caso dell’Italia il tasso dei Cds del 2014 è di 194 punti base, mentre quello del tipo 2003 è di soli 126 punti base.

Il gap è di ben 68 punti base. Non è un numero enorme per sé, ma è decisamente più alto di quelli visti in Francia e Spagna, come puntualizza l’analista di Mediobanca. Ed è questo che porta alcuni commentatori di mercato a pensare che il rischio di ridenominazione in Italia sia preso sotto gamba dai mercati.

“Finché questi rischi sussistono”, nel senso che investitori e autorità ne parlano, dice Mediobanca “non ci sono possibilità di normalizzazione“.

Presa consapevolezza del pericolo, il problema è sapere i tempi e i modi con cui agire sui mercati finanziari. In ogni caso non tutte le categorie di investitori dovrebbero puntare su un evento grosso come la ridenominazione del debito nell’unità monetaria nazionale. Solo ai fondi hedge e agli speculatori dovrebbero essere consentito e consigliato di avventurarsi in simili attività sofisticate di trading.