MENO TASSE.
PER LUI. PROMESSA MANTENUTA

10 Gennaio 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Tutto si può dire di Silvio Berlusconi, fuorché non sia un uomo di parola. Aveva promesso «Meno tasse» e ha scrupolosamente mantenuto l’impegno. Fatto! È vero, sottilizzerà qualche sofistico, che aveva promesso “Meno tasse per tutti”, ma era una classica figura retorica: il tutto per la parte. Per il momento, meno tasse per lui. Ma anche per i colleghi evasori fiscali, che non sono pochi. La notizia della modica quantità di denaro sborsata dal Cavaliere e dalle sue aziende per «sanare» un debituccio con l’erario di qualche decina di milioni di euro emerso nel processo sui diritti Mediaset è dunque incoraggiante. Ma non è una novità.

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Non è la prima volta che emerge questo rapporto, diciamo, evasivo fra il premier e il Fisco. Era stato lui stesso, passando in rassegna le fiamme gialle in una leggendaria visita alla Guardia di Finanza, a teorizzare che un po’ di evasione non fa male a nessuno, tantomeno a lui: “C’è una norma di diritto naturale che dice che se lo Stato ti chiede più di un terzo di quello che con tanta fatica hai guadagnato, c’è una sopraffazione dello Stato nei tuoi confronti e allora ti ingegni per trovare dei sistemi elusivi o addirittura evasivi che senti in sintonia con il tuo intimo sentimento di moralità e non ti fanno sentire colpevole” (11 novembre 2004).

Anche i suoi più stretti collaboratori hanno sempre avuto le idee chiare in materia: appena vedevano un maresciallo entrare in azienda per un’ispezione, gli mettevano in tasca una mazzetta perché se ne andasse, non potendoli assumere tutti nel gruppo come aveva fatto il Cavaliere con il primo visitatore in uniforme grigia, l’allora maggiore Massimo Maria Berruti, poi divenuto legale del gruppo e infine, previa condanna definitiva per favoreggiamento, deputato di Forza Italia. Furono tutti condannati, i manager rei confessi di quelle stecche: tre tangenti da 100 milioni ciascuna per ammorbidire le verifiche a Mediolanum, Mondadori e Videotime.

L’unico assolto (sia pure con formula dubitativa) fu il Cavaliere, sempre l’ultimo a sapere. Cosa avesse da nascondere, lo si scoprì qualche anno più tardi, quando la Procura di Milano mise le mani su 64 off-shore del “comparto riservato” Fininvest, capofila la mitica All Iberian, mai comparse sui bilanci del gruppo: custodivano la bellezza di 1550 miliardi di fondi neri. Ma il processo per falso in bilancio andò in prescrizione prim’ancora di cominciare, grazie alla provvidenziale riforma del falso in bilancio scritta dagli on. avv. dell’imputato e varata dal governo dell’imputato.

Intanto Marcello Dell’Utri, come ex presidente di Publitalia, veniva condannato a Torino per frode fiscale e false fatture e dunque premiato con un seggio sicuro al Senato e al Consiglio d’Europa. E Cesare Previti, con comprensibile orgoglio, si difendeva dall’accusa di aver pagato tangenti estero su estero a un gruppo di giudici romani adducendo come alibi le sue evasioni fiscali: tanto su 21 miliardi di “consulenze” versati in Svizzera dalla famiglia Rovelli nel ’94 quanto su decine di miliardi di “parcelle” Fininvest, sempre estero su estero e senza uno straccio di fattura. Tutti fatti che risalivano a prima della provvidenziale discesa in campo del Cavaliere & soci.

Per quelli successivi, appunto, ci sono i condoni e le altre norme fiscali su misura varati dal Cavaliere medesimo. Grazie alla legge Tremonti-1 del ’94 che defiscalizza gli utili reinvestiti, si gonfiano i costi di vecchi film già posseduti da società del gruppo e si risparmiano 243 miliardi di lire di tasse. Grazie all’abolizione della tassa di successione e sulle donazioni, si possono passare enormi capitali a figli o parenti vari senza lasciare un euro al fisco. Grazie allo scudo fiscale si possono eventualmente far rientrare capitali illegalmente esportati o guadagnati all’estero, pagando un modesto 2,5% allo Stato, e con l’assoluto anonimato.

Poi il capolavoro: il condono fiscale del 2003. Berlusconi giura solennemente che non se ne avvarrà, poi naturalmente se ne avvale: dei 197 milioni di euro di tasse non pagate che gli contesta l’erario, ne paga solo 35; ora completa l’opera con 1800 euro per decine di milioni mai pagati. Col decreto “spalmadebiti” del calcio, i passivi del Milan vengono diluiti su dieci anni, con un risparmio di 217 milioni di euro per il bilancio 2003. Infine la riduzione delle tasse: l’aliquota più alta – salvo contributo di solidarietà – scende al 39% e, secondo l’Espresso, il contribuente Berlusconi risparmia 760 milioni di euro l’anno. Infine gli sgravi fiscali tremontiani sulla vendita partecipazioni azionarie: l’estate scorsa il Cavaliere vende il 16.8% di azioni Mediaset incassando 2.2 miliardi di euro cash, praticamente esentasse. Ma lui, sia chiaro, “non ho mai fatto affari con la politica. Anzi, ci ho solo rimesso”.

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