«MEGLIO IL DEFICIT AL 3,5, MA
SENZA TASSE»

15 Ottobre 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Professor Alesina, ma c’è un dato virtuoso nell’impianto di questa Finanziaria? Alberto Alesina, professore di Economics ad Harvard ci pensa su. E non poco. Poi risponde: «Sicuramente. Ci mancherebbe. In particolare va dato atto al ministro Padoa Schioppa di aver resistito alle pressioni di una parte della coalizione, che pure non saranno mancate, di alzare le aliquote per i grandi patrimoni, diciamo dai 150mila euro in su. Una misura sterile sul piano dell’efficacia, ma di grande effetto demagogico». Per il resto, questa Finanziaria ad Alberto Alesina non piace e, al pari di Francesco Giavazzi, non ne fa mistero.

Ma non solo di questo parliamo con un economista di calibro mondiale, protagonista assieme a Jean Paul Fitoussi della serata dedicata ai clienti da Sas, il colosso della business intelligence.

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Quale congiuntura internazionale farà da cornice alla Finanziaria?
Io non credo all’ipotesi di una frenata violenta. Ma non dimentichiamoci che abbiamo alle spalle cinque anni di crescita straordinaria. Un rallentamento dell’economia, prima o poi, è nell’ordine delle cose. Non è un dramma.

È vero per chi cresce. Ma non per l’Italia…
È altamente probabile che questa Finanziaria non farà crescere il Paese. Secondo me era più importante una legge fatta bene piuttosto che ridurre il deficit a tutti i costi. Se si taglia il deficit tagliando le spese allora si fa un’opera virtuosa. Ma se si riduce il deficit senza toccare le spese, allora si commette un errore.

La Ue però ha promosso i conti di Padoa Schioppa…
Bruxelles è ossessionata dal 3 per cento. Sono convinto che approverebbe una Finanziaria esclusivamente basata sull’aumento delle tasse, purché prometta di ridurre il deficit sotto il 3 per cento. Invece io avrei preferito il 3,5%, ma senza tasse e con tagli alla spesa.

È logico che un governo di sinistra faccia una Finanziaria di sinistra. O no?
Non credo che sia questione di destra o di sinistra. La partita, semmai, è tra liberisti e non liberisti.

Padoa Schioppa non è liberista?
Può anche essere un liberista. Ma penso che volesse a tutti i costi presentarsi a Bruxelles con un deficit al 2,7-2,8 per cento. A questo punto si è scontrato con la netta opposizione a ridurre le spese. Anzi, ha dovuto assumere 150mila insegnanti, con il risultato che il rapporto insegnanti/allievi, in molti casi, è più basso che nelle più costose scuole americane. La scelta di aumentare le aliquote, date le premesse, era scontata.

C’è alternativa?
Al posto di Prodi avrei fatto un discorso chiaro alla coalizione: se non vi vanno le mie scelte me ne vado e tornerà Berlusconi. Ve ne assumete la responsabilità politica?

Intanto l’Europa comincia a chiedersi se l’Italia, che continua a perdere competitività, sia o meno in grado di restare nell’euro?
È una discussione accademica. Se dovessi scommettere su un Paese a rischio sotto questo profilo direi il Portogallo. No, per l’Italia è più probabile un declino lento e prolungato. Poi, un certo giorno, scopriremo che alcuni Paesi emergenti, tipo il Cile, sono più ricchi di noi.

Non è possibile ribaltare il ciclo? Magari con le liberalizzazioni.
La mia impressione è che ci voglia un Big Bang. Se si affronta una categoria per volta ci si sottomette ai blocchi corporativi. Meglio fare tutto insieme. Per riaprire un ciclo di sviluppo occorrono tante cose: una giustizia efficiente, meno burocrazia, un mercato del lavoro flessibile.

Non è un problema solo italiano.
La Francia ha più problemi di noi sul fronte del lavoro, ma ha una burocrazia formidabile. La Germania ha una struttura burocratica rigida, ma ha compiuto grandi passi in avanti in quanto a moderazione salariale. L’Italia, caso unico, è in cima a tutte le classifiche negative.

Goodbye Europa, per dirla con il titolo del libro scritto da lei e Giavazzi. Soddisfatto dell’accoglienza?
Il libro è nella top ten delle vendite della saggistica. Io e Giavazzi risponderemo presto ai critici. In particolare a Tiziano Treu. Noi proponiamo la liberalizzazione del mercato del lavoro, opponendo la tutela del lavoratore rispetto al posto di lavoro. Treu risponde no, perché così si dà all’imprenditore libertà di licenziare. Ma perché l’imprenditore dovrebbe voler licenziare a tutti i costi? Questa visione dell’imprenditore cattivo, al limite dell’autolesionismo proprio non la capisco.

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