MEGA IPO IN CINA, SIMBOLO
DI UNA NUOVA
CORSA ALL’ORO

23 Ottobre 2006, di Redazione Wall Street Italia

*Alfonso Tuor e’ il direttore del Corriere del Ticino, il piu’ importante quotidiano svizzero in lingua italiana. Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Dall’altra parte del mondo sta per concludersi la più grande offerta iniziale di acquisto della storia. Si tratta della quotazione contemporanea alla borsa di Hong Kong e a quella di Shanghai di una piccola quota azionaria della Industrial and Commercial Bank of China. Le azioni verrano assegnate al prezzo più alto previsto nel prospetto, poiché gli ordini di acquisto sono stati 49 volte superiori al numero di azioni offerte, raggiungendo l’astronomica cifra di 500 miliardi di dollari.

In proposito è interessante notare che le richieste di sottoscrizione dei privati sono state superiori in Cina, dove hanno superato gli 80 miliardi di dollari, rispetto a quelle presentate ad Hong Kong, che hano raggiunto i 55 miliardi di dollari. Alle richieste dei privati bisogna aggiungere quelle degli investitori istituzionali (fondi di investimento, fondi pensione, ecc.), che hanno raggiunto i 350 miliardi di dollari ad Hong Kong e i 25 miliardi a Shanghai.

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Il risultato è presto detto: verranno raccolti circa 22 miliardi di dollari (12 miliardi a Hong Kong e 6 miliardi a Shanghai) battendo il precedente primato dell’IPO della società di telefonia giapponese NTT DoCoMo che nel 1998 raccolse 18,4 miliardi di dollari. Inoltre, dato l’eccezionale livello della domanda, è molto probabile che il prezzo di queste azioni si inerpichi a partire da venerdì prossimo, quando questi titoli cominceranno ad essere scambiati sia alla borsa di Hong Kong sia a quella di Shanghai.

Questa offerta iniziale di acquisto non è solo significativa per le cifre in gioco e per il fatto che per la prima volta un’IPO viene collocata contemporaneamente ad Hong Kong e a Shanghai, ma è soprattutto importante per cercare di capire quali possono essere le ragioni del grande successo delle quotazioni di queste grandi banche cinesi (ICBC è l’ultima di una serie di banche che si sono già quotate ad Hong Kong), soprattutto se si ricorda che ancora pochi anni orsono si riteneva che il sistema bancario cinese fosse in uno stato fallimentare e soprattutto se si pensa che ancora oggi molti sostengono che nei bilanci delle banche cinesi sono nascoste sofferenze ben più ampie di quelle ufficialmente dichiarate.

Detta in altri termini, la corsa alle banche cinesi è il frutto di una mania oppure è una scelta razionale? Paradossalmente, per azzardare una risposta, bisogna parlare dell’economia cinese.

Il governo cinese ha infatti cominciato ad affrontare il dissesto del proprio sistema bancario (iniettando complessivamente circa 500 miliardi di dollari) solo negli ultimi anni e più precisamente quando ha ritenuto che il processo di ristrutturazione delle industrie di stato fosse a buon punto. Queste ultime erano infatti la prima fonte di generazione di crediti non rimborsabili, ma queste imprese, grazie ad una draconiana cura, che si calcola abbia comportato il taglio di circa 30 milioni di posti di lavoro, sono state negli ultimi anni nel loro complesso risanate.

La conferma, confortata da cifre precise, viene da un recente studio di Louis Kuijs della Banca Mondiale, secondo cui la percentuale delle industrie di stato che chiudono i conti in rosso è scesa dal 25% del 1999 all’8% del 2004. Inoltre le industrie di stato ditrettamente controllate da Pechino hanno realizzato 50 miliardi di dollari di utili nel 2004.

Ma c’è di più, sempre secondo questo studio, le imprese private e quelle di stato sono diventate i primi generatori di risparmio e sempre più autofinanziano i loro investimenti e, quindi, ricorrono sempre meno al credito bancario. Anzi, il forte aumento della loro redditività (si calcola che il ritorno sul capitale delle imprese private cinesi sia già oggi superiore a quello delle società americane) e le grandi disponibilità di capitali hanno creato il problema che investono troppo e soprattutto investono troppo nei macchinari più moderni, creando pochi nuovi posti di lavoro (infatti a partire dal 2001 in Cina l’occupazione è aumentata annualmente dell’1%, nonostante l’economia si espanda ad un tasso di crescita annua del 10%). La redditività del settore delle imprese è tale per cui è riuscito a compensare un leggero calo del tasso di risparmio delle famiglie sceso dal 20 al 16% del Pil.

Il successo della ristrutturazione della maggior parte delle imprese di stato ha dunque eliminato la principale fonte di perdite delle banche, che però continuano ad essere fortemente esposte nel finanziamento dei grandi progetti immobiliari e dei numerosi progetti di sviluppo di province e prefetture e soprattutto continuano ad essere particolarmente esposte a malversazioni a volte anche di grandi dimensioni.

Questi rischi sono però noti e, quindi, la corsa all’acquisto si fonda su una scommessa razionale: il sistema bancario cinese è alla vigilia di un boom reddituale eccezionale per l’esplosione dei servizi che sarà chiamato a fornire ad una popolazione delle città con un reddito in forte crescita. D’altro canto, i rischi non appaiono eccessivi, poiché il sistema bancario gode implicitamente della garanzia del governo cinese. E proprio questa esplosione della redditività di imprese e banche e la grande quantità di risparmio delle famiglie e delle imprese cinesi alla ricerca di remunerazioni superiori ai magri tassi di interesse pagati dalle banche sui depositi, fa pensare che l’attuale impennata della borsa di Shanghai sia destinata a rappresentare solo l’inizio di un trend al rialzo secolare.

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