MEDIOBANCA: UNA DISFIDA BRUTALE

17 Settembre 2002, di Redazione Wall Street Italia

Le vere svolte nella battaglia intorno a Mediobanca ci sono state in due giorni di inizio settembre: martedì 3 e mercoledì 11.

Nel primo caso, Cesare Romiti ha varcato il grande portone di via Nazionale, a Roma, dove ha sede la Banca d’Italia. Il presidente della Rcs, pur avendo una lunga consuetudine con Antonio Fazio, era da tempo che non parlava con il governatore. Forse qualche incomprensione si era trasformata in screzio.

Sta di fatto che quella visita inattesa ha segnato definitivamente il corso delle vicende in Hdp. Romiti si è convinto che l’ingresso di Salvatore Ligresti nel gruppo di comando della società che controlla il Corriere della Sera non era un’operazione politica di Berlusconi, ma più semplicemente l’inizio di un’altra operazione, che aveva – e ha – lo scopo di ribaltare gli equilibri all’interno dell’establishment.

Insomma, un blitz di Vincenzo Maranghi, deciso a modificare la compagine azionaria di Mediobanca e delle Generali. Per la cui realizzazione l’erede di Enrico Cuccia aveva bisogno di disporre della Rcs: vuoi per certificare l’azzeramento del peso politico della Fiat; vuoi per consacrare Ligresti nell’olimpo mediatico; vuoi, infine, per mandare al presidente del consiglio un messaggio di interesse e disponibilità politica.

E se tutto questo aveva come inevitabile contropartita la caduta dei Romiti (padre e figlio), pazienza. In fondo a Maranghi quel Romiti godereccio che ha sempre preteso di essere lui il vero erede di Cuccia non è mai stato così simpatico.

Ma, attenzione: Maranghi contava sul fatto che Romiti rimanesse isolato – sapendo dei suoi problemi con Paolo Fresco, Cesare Geronzi e lo stesso Fazio – non che si mettesse alla testa di una rinnovata e ancor più forte corrente dell’establishment a lui avversa.

Invece, tirando fuori dal cilindro il coniglio Franco Tatò – mossa che gli ha consentito di tacitare i dubbi sul ruolo del figlio Maurizio – il presidente della Rcs è andato ben oltre la vittoria sul disegno ligrestiano “mani sul Corriere”.

Quel giorno in via Nazionale, dicono i suoi amici, Romiti ha confermato, da ex amico di Maranghi, le preoccupazioni coltivate da Fazio circa i disegni dell’amministratore delegato di Mediobanca. Assicurandogli che avrebbe fatto tutto il possibile per aiutare chi si fosse impegnato a contrastarli.

La seconda svolta si è consumata all’interno del mondo Unicredito. E si realizza con il via libera che Paolo Biasi, leader della fondazione Cariverona, socio numero uno di Unicredito, concede ad Alessandro Profumo sulla questione Generali.

E che il giovane banchiere milanese mette nero su bianco in un’intervista che appare giovedì 12 settembre sulla Stampa. Accertato che non è lo stesso Biasi il nome con cui Maranghi intende sostituire Gianfranco Gutty alla presidenza delle Generali, Profumo chiede e ottiene tre okay dal ruvido Biasi.

Primo: a condividere con Capitalia una lettera da inviare al presidente di Mediobanca Francesco Cingano per chiedere la convocazione del “comitato nomine” in modo che sia quell’organismo a decidere sulla vicenda Gutty, anticipando la contrarietà delle due banche socie di piazzetta Cuccia a quella defenestrazione.

Secondo: a dire a una giornalista informata (Flavia Podestà) che Unicredito è in linea con Geronzi e Fazio nel no al blitz triestino. Terzo: a sostenere quella tesi nel cda Generali, di cui Biasi fa parte.

Tutto questo, ancorché inutile ai fini del salvataggio di Gutty, è estremamente importante per le vicende di casa Mediobanca. Infatti, dopo un lungo periodo di freddezza se non di esplicita ostilità, da tempo Profumo ha preso a frequentare Geronzi, condividendo con lui i giudizi su Maranghi.

Mosso inizialmente dal solo desiderio di recuperare con Fazio – era, con Maranghi stesso, il banchiere con il peggior rapporto con il governatore – Profumo si trova poco dopo spalleggiato, in questo mutato indirizzo su Mediobanca, dal neo presidente di Unicredito, Carlo Salvatori.

Il quale, dopo la clamorosa rottura consumata in Banca di Roma che gli era costata l’amicizia con Fazio, è tornato all’ovile di Bankitalia. Così, Profumo e Salvatori decidono di chiarire le loro intenzioni con i soci di Unicredito, e in particolare quegli uomini delle fondazioni che – a sancire estemporaneità e fragilità delle alleanze nel teatrino della finanza italiana – negli ultimi due anni sono stati i migliori alleati di Maranghi.

Un chiarimento che porta a una spaccatura – seppure non esplicitata – tra Biasi e Fabrizio Palenzona, che al contrario del veronese ha rotto in modo brutale con Fazio (c’è un dossier con alcune interviste molto dure all’Espresso) e mantiene un collegamento strettissimo con Maranghi (gioco di sponda con Francesco Cossiga, Bruno Tabacci, Marcellino Gavio e Pellegrino Capaldo).

Ma che dà via libera al management di Unicredito per fare coppia con Capitalia dentro Mediobanca. Se, dunque, è alla luce di queste due novità – Romiti e Profumo – che si analizza quanto sta cuocendo nel ribollente pentolone di Mediobanca, due sono le conclusioni a cui si può arrivare. Due tesi contrapposte che, in queste ore, appassionano e dividono gli osservatori e gli stessi protagonisti.

La prima tesi è che Maranghi è destinato a perdere, e di brutto. La seconda, invece, sostiene che il capo di Mediobanca ha un asso nella manica, pronto per essere calato. Vediamo.

Maranghi licenziato Fino a prima dell’ennesimo blitz sulle Generali, il piano di Geronzi e Profumo era quello di sostituire Cingano alla presidenza di Mediobanca con qualcuno capace di “marcare stretto” l’amministratore delegato.

Ma ora, galvanizzati dal risultato conseguito in Hdp – dove importante è stato il ruolo di Giovanni Bazoli e Corrado Passera, che nel frattempo hanno portato in Banca Intesa un nemico giurato di Maranghi come il Lazard Gerardo Braggiotti – e inviperiti per quanto successo alle Generali, i due soci di maggioranza relativa di Mediobanca sono tentati da un’altra idea.

Quella di far fuori direttamente Maranghi. In fondo, si sono detti Geronzi e Profumo, i numeri sono sempre quelli: se nel patto di sindacato c’è una maggioranza per sostituire Cingano, c’è anche per licenziare Maranghi.

Sì, il termine giusto è proprio licenziare, perché è sulla base di una sfiducia dei soci verso il proprio dirigente che dovrebbe muovere il blitz. Lo slogan potrebbe essere: “Vogliamo una Mediobanca normale”. Nel senso che le regole di governance, introdotte nello statuto ma non nel dna della banca d’affari, vengano finalmente applicate.

Dunque, a comandare sono i soci e se un dipendente sbaglia e perde la loro fiducia, non c’è articolo 18 che tenga. Naturalmente, il nome alternativo – che per ora non è stato individuato – ha la sua importanza, ma il fatto vero è disporre del coraggio e dei voti per mettere Maranghi alla porta.

Considerato che nel sindacato Unicredito e Capitalia pesano per il 38,9 per cento e che Fiat, Olivetti-Pirelli, Ras e Mediolanum hanno il 4,098 per cento ciascuno, si evince che questo fronte arriva a superare il 55 per cento delle azioni sindacate. Senza contare che altri potrebbero aggiungersi, a cominciare da Consortium (che riproduce gli stessi equilibri del patto di Mediobanca).

Se si aggiunge la moral suasion di Bankitalia e la probabile indifferenza di Palazzo Chigi, il dado potrebbe essere davvero tratto. Appuntamento alla prossima riunione del patto. Se è prima del cda di Mediobanca del 23 settembre, l’operazione si fa in quella data, altrimenti subito dopo.

Qualcuno dice: Maranghi ha certo molti difetti, ma di sicuro non è fesso. In Hdp sapeva benissimo che a rischiare era Ligresti e non lui – tradotto: se l’operazione era prevalentemente comunicativa, i messaggi sono arrivati lo stesso – mentre in Generali il gioco gli è riuscito.

Dunque, secondo questa tesi, Maranghi avrebbe giocato con il fuoco in piena consapevolezza dei risultati che era in grado di conseguire. Non solo: le sue erano provocazioni volute.

Perché? Dicono sempre i maranghiani: Vincenzo vuole un patto di sindacato nuovo, che metta al riparo Mediobanca e pure Generali, magari arrivando a una fusione delle due. Come?

Prima di tutto provocando la rottura del patto attuale, cosa che a sua volta si ottiene accusando Geronzi e Profumo di essere in conflitto d’interessi avendo entrambi costituito all’interno dei propri gruppi una banca d’affari (Ubm per Unicredito e Mcc per Capitalia).

In questa logica, a suo tempo il caso Ferrari (Mediobanca acquistò a sorpresa una quota di Maranello in concorrenza con gli azionisti) fu fatto scoppiare apposta per dimostrare l’assunto.

Una volta disdetto il patto, entrerebbero in gioco titoli Mediobanca e Generali già rastrellati da Antoine Bernheim e Vincent Bolloré. Ciò spiega perché Maranghi abbia voluto il primo al posto di Gutty e perché il secondo da tempo sia sceso in Italia con le stesse intenzioni bellicose che a Parigi lo hanno reso protagonista di una scalata alla Lazard (non riuscita ma fruttuosa).

Chi ha ragione? Probabilmente sono sensate entrambe le ipotesi, e la variabile per adesso ignota è la vera forza di Bolloré e il potere di coagulo di Maranghi. Ciascuno dei contendenti, ora, lavora contro il tempo. Sapendo che per questo torneo il pareggio non è previsto.



Copyright © Il Foglio