Arrestato Matteo Messina Denaro. Ecco il giro d’affari della mafia

17 Gennaio 2023, di Alessandra Caparello

Ieri è stato arrestato Matteo Messina Denaro, superboss della mafia latitante da trent’anni, considerato l’erede di Totò Riina. È di circa 4-5 miliardi di euro la stima del patrimonio sequestrato e confiscato a prestanome del boss di Calstelvetrano che, al momento dell’arresto, indossava vestiti firmati e un orologio del valore di 35 mila euro.

Dalla Gdo, impianti eolici, immobili, opere d’arte fino a villaggi turistici, c’è un po’ di tutto nel tesoro del superboss di Cosa Nostra, una dimostrazione che i fili della Mafia si muovono in diversi settori economici.  La criminalità organizzata è un vero e proprio potere economico in grado di fare investimenti, che gestisce un fiume di denaro che in Italia ammonta a 35 miliardi di euro, quasi il 2% del Pil (Prodotto Interno Lordo) italiano. La stima è di Trascrime (il Centro interuniversitario costituito dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, Alma Mater Studiorum Università di Bologna e dell’Università degli Studi di Perugia).

“Sono cifre che fanno pensare a quanti miliardi mancano per risolvere i problemi dei cittadini. Ed è per questo che si rimane basiti quando si legge quanto la mafia intaschi dagli affari illegali: l’equivalente di 104 milioni di euro al giorno”, dice Giuseppe Antoci, già presidente del Parco dei Nebrodi e presidente onorario della Fondazione Caponnetto. “Un dato pazzesco dietro al quale c’è un Paese che per colpa anche di questo ammanco economico, arranca”. L’intuizione avuta alla fine degli anni Settanta dal Procuratore della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa, nell’ambito dell’indagine sul clan Spatola fu di seguire il flusso di denaro per scoprire cosa nasconde la mafia. La cosiddetta “follow the money” (la tecnica delle indagini bancarie e societarie). Un metodo che fu ereditato, in seguito, anche dal giudice Giovanni Falcone.

Lo studio di Bankitalia sulla criminalità organizzata

Ha provato a fare una valutazione anche la Banca d’Italia con una pubblicazione del 2021 dal titolo “La criminalità organizzata in Italia: un’analisi economica”. Ebbene, in essa via Nazionale si sofferma ad analizzare proprio gli effetti della criminalità organizzata sull’economia e scrive quanto segue:

“La presenza della criminalità organizzata in un territorio ne condiziona in misura profonda il contesto socioeconomico e ne deprime il potenziale di crescita. Inoltre, andando oltre la sfera economica, la presenza di attività illegali inquina il capitale sociale e ambientale”.

Secondo quanto scrive Bankitalia, “la  la presenza delle 20 organizzazioni criminali (approssimata con il numero di omicidi) è associata a un minore sviluppo economico e l’insediamento di organizzazioni mafiose in Puglia e Basilicata nei primi anni Settanta avrebbe generato nelle due regioni, nell’arco di un trentennio, una perdita di Pil pro capite del 16% circa”.

In sostanza, gli effetti aggregati sulla crescita economica possono essere determinati da una molteplicità di canali attraverso cui la criminalità influenza l’economia reale, scrive Bankitalia:

“Con riferimento agli effetti economici della mafia sui territori dove agisce, molti studiosi concordano nell’individuare in tale fenomeno una delle principali determinanti della bassa crescita e dell’insoddisfacente dinamica della produttività nel nostro paese”.

Il suo studio mostra che le province con un maggiore livello di penetrazione mafiosa hanno registrato negli ultimi 50 anni una crescita dell’occupazione e del valore aggiunto più bassa. I canali più rilevanti nello spiegare tale effetto sono connessi alle distorsioni nel funzionamento del mercato: la corruzione e/o l’uso del potere coercitivo sono in grado di condizionare i politici locali e distorcere l’allocazione delle risorse pubbliche; d’altro canto, l’infiltrazione nel tessuto produttivo distorce la competizione nel settore privato, con le imprese mafiose in grado di conquistare quote di mercato significative sfruttando una maggiore disponibilità di risorse economiche, la maggiore propensione a eludere le regole e, non ultimo, il potere coercitivo. Ma in conclusione, Banca d’Italia fornisce anche alcune brevi considerazioni relative alle strategie di contrasto.

“L’evidenza empirica disponibile suggerisce che occorre agire su più dimensioni: a più efficaci strumenti di deterrenza si devono accompagnare misure di più ampio respiro, come gli investimenti nel capitale umano. L’evoluzione del fenomeno mafioso e della sua distribuzione territoriale – sempre meno circoscrivibile alle regioni del Mezzogiorno e sempre più nazionale e internazionale – richiedono, inoltre, un costante aggiornamento delle azioni di contrasto e un miglior coordinamento delle autorità investigative. Infine, e non da ultimo, sarebbe opportuno digitalizzare e rendere disponibili molti più dati di quanto non si faccia attualmente. La misurazione e comprensione del fenomeno mafioso, l’analisi delle determinanti e degli effetti della presenza della criminalità organizzata e un’efficace azione di contrasto richiedono infatti dati granulari e la possibilità di incrociare e integrare, attraverso opportune chiavi identificative, più fonti informative. Ne gioverebbero sia la comunità scientifica, con la possibilità di spostare più avanti la frontiera della conoscenza, sia le autorità investigative che potrebbero sfruttare tali risultati per rendere più efficace la loro attività di contrasto”