Materie prime: parte l’ondata ribassista (lo avevamo detto, o no?)

12 Maggio 2011, di Redazione Wall Street Italia

E’ partita l’ondata di ribassi sul settore delle materie prime, che ha fatto calare a picco i prezzi nelle ultime sedute. WSI l’aveva prevista gia’ un paio di settimane fa con una serie di articoli e interviste (fummo tra i primi in Italia a parlare del picco da bolla dell’argento) ma adesso e’ chiaro che il ribasso e’ vistoso ed e’ organizzato strategicamente. Infatti la manovra a tenaglia che ha portato a picco i prezzi delle commodities (vedi grafico in pagina) e’ doppia: da una parte il mercato realizza le posizione su cui si erano verificati i piu’ forti rialzi e dall’altra la politica a Washington entra in azione per far calare i prezzi.

Corollario: gli ex rialzisti vendono e ora indossano la casacca degli short (ribassisti) mentre in parallelo il Congresso Usa mette un freno alla speculazione sui futures, a partire dal petrolio. In contemporanea sono stati innalzati proprio ieri, mercoledi’, i margini al CME, Chicago Mercantile Exchange, cioe’ la piu’ grossa borsa merci del mondo sui due tipi di prodotti futures, rispettivamente del 21% e del 50%.

Questa notizia e’ uscita mentre Reuters annunciava che 17 senatori del Congresso degli Stati Uniti hanno scritto una lettera al CFTC (Commodity Futures Trading Commission cioe’ la Sec o Consob Usa delle materie prime) per stroncare immediatamente l’eccessiva speculazione sul petrolio greggio e sui relativi futures (crude oil).

Per i senatori americani il recente calo nel prezzo del petrolio, di circa $10 in solo un giorno della scorsa settimana, influisce negativamente sulla relazione tra domanda e offerta. Ma sono anche le oscillazioni al rialzo e al ribasso che spaventano. Si pensi al balzo di circa $6 lunedì e al calo di $5 nella giornata di ieri mercoledì. “Questi movimenti possono essere dovuti solamente all’intervento di speculatori – ha detto uno dei firmatari della lettera, il senatore Ron Wyden – il CFTC ha bisogno di un piano per imporre limiti efficaci alle speculazioni nel petrolio”.

Di qui il calo di riflesso sulle altre materie prime. Quindi ufficiosamente la correzione nel settore commodities e’ cominciata. Ma intanto il greggio e’ +35% piu’ caro rispetto a 12 mesi fa (il minimo dieci fa fu di $17.50 al barile nel novembre 2001, dopo l’attacco alle Torri Gemelle) rispetto alla media attuale di circa $100 si tratta di un guadagno del 19% all’anno. L’argento e’ salito +93%, il grano +84%, il cotone +100%, il caffe’ +55%, i bovini +10% etc etc. E l’oro, non solo e’ cresciuto del 22% in 12 mesi, ma un formidabile +450% dal 2001. Nello stesso periodo il dollaro ha perso (contro un paniere delle maggiori valute) il 40% del suo valore.

Secondo le prime interpretazioni nei grandi hedge funds a Wall Street tutti questi eventi vanno interpretati in un modo univoco: e’ in atto una campagna istituzionale dei “poteri forti” che operano sul mercato finanziario internazionale (Wall Street e’ sempre il ganglo vitale) per soffocare ogni tipo di trading speculativo su asset che non riguardino i titoli azionari quotati. Il messaggio e’ evidente: nell’attuale scenario di recupero dell’economia globale dalla crisi piu’ grave dal 1929 e di un prossimo allentamento delle misure monetarie di sostegno da parte delle banche centrali e dei governi, l’unico luogo sicuro dove gli investitori (piccoli e grandi) devono mettere il loro denaro e’ oggi la borsa. Ma e’ veramente cosi’?

In realtà, si assiste ad un evidente aumento di interesse “sitituzionale” verso il cash, ergo verso i contanti, che in questo momento di alta incertezza risultano il rifugio ideale per molti investitori. E’ interessante a tale proposito citare i risultati dell’ultimo sondaggio trimestrale condotto da Bloomberg su 1.263 tra investitori globali, trader e analisti.

L’ottimismo sull’economia degli Stati Uniti e sulla ripresa degli altri paesi starebbe diminuendo, circa il 33% indica una maggiore propensione a detenere denaro contante, mentre il 30% punta a ridurre l’investimento nelle commodities nei prossimi mesi. Secondo gli intervistati, i prezzi delle commodities sarebbero stati guidati eccessivamente al rialzo e non ci sarebbero le basi solide per la domanda: il 40% ritiene così che il prezzo del petrolio scenderà nei prossimi sei mesi: è la prima volta dal luglio del 2009 che le previsioni sono state così ribassiste.

“Il gioco dei grandi stimoli (monetari, che hanno sostenuto il settore delle materie prime) sembra giunto al termine”, dice a Bloomberg Bill O’Connor, fondatore del fondo Sagg Main Capital, spiegando sta aunentando la parte di cash del suo fondo. Con l’approssimarsi della fine del QE, ovvero degli stimoli di politica monetaria della Fed, che hanno contribuito al calo del dollaro e al diametrale rialzo delle commodities, secondo O’Connor è preferibile tornare al denaro contante.

I dati del sondaggio sono stati raccolti dopo la settimana turbolenta che ha colpito tutte le commodities e che ha causato il calo più consistente a livello settimanale in due anni dello Standard & Poor’s GSCI Total Return Index, che raccoglie 24 commodities. L’indice di riferimento è sceso dell’11%, affossato soprattutto dall’argento, crollato di -7%. E secondo gran parte degli intervistati (più della metà) proprio questo metallo prezioso continuerà a essere vittima di ribassi nei prossimi sei mesi.

Insomma, le commodities sarebbero ormai in piena fase bolla, alimentata anche dall’ingresso di una serie di investitori non specializzati, secondo quanto detto a Bloomberg da Ken Welby, salesman per KNG Securities.

Altro punto, il sondaggio indica un atteggiamento più bearish anche verso l’azionario. La percentuale degli investitori che intende aumentare la sua esposizione in titoli nei prossimi 6 mesi, sarebbe calata al 40% rispetto al 60% di gennaio. Il calo principale viene dagli investitori americani, dal 57% al 37%. Insomma, a vincere sembra che sarà proprio il contante, a discapito soprattutto delle commodities.