Mario Draghi: da Goldman Sachs alla BCE

15 Aprile 2013, di Redazione Wall Street Italia

Tifoso romanista; sposato con Maria Serenella Cappello, discendente di Bianca Cappello, moglie di Francesco de’ Medici nel XVI secolo; due figli: uno di questi, Giacomo, laureato alla Bocconi con Francesco Giavazzi e, in seguito, trader in Morgan Stanley.

Il suo carattere viene descritto come freddo e determinato: pare, infatti, che nel lontano 1971l’allora giovane e sconosciuto Draghi abbia aspettato a lungo fuori dalla porta dell’Ufficio del Governatore della Banca d’Italia Guido Carli per poter incontrare il suo ospite, il futuro Premio Nobel per l’economia Franco Modigliani, al quale intendeva chiedergli di poter essere ammesso al corso di dottorato del Massachussets Institute of Technology.

Modigliani gli comunicò che le iscrizioni per quell’anno erano chiuse e che non poteva accedere nemmeno ad un ipotetico finanziamento. Una legge dell’epoca, infatti, impediva agli studenti italiani di utilizzare all’estero i fondi previsti per le borse di studio. Il docente del MIT fu laconico: “Se non cambia questa legge, non hai speranza”.
Ma la legge cambia di lì a breve e Draghi può così coronare il sogno di raggiungere Modigliani a Boston.

Da studente, Draghi frequenta la scuola romana dei gesuiti ed ha come compagni di classe Luca Cordero di Montezemolo e il presentatore televisivo Giancarlo Magalli. Secondo i racconti dei compagni di istituto, eccelle soprattutto in latino e matematica.

Il suo mentore negli anni dell’università è l’economista Federico Caffé, al quale promette di non assumere mai incarichi diversi da quello della docenza universitaria.
La sua carriera universitaria è rapida e brillante: dopo il titolo di dottore di ricerca conseguito al MIT nel 1976 sotto la supervisione del già menzionato Modigliani e dell’illustre economista Robert Solow, Draghi insegna dal 1975 al 1978 presso le università di Trento, Padova e Venezia. Giunge infine, a Firenze dove per un decennio – a partire dal 1981 – ricopre l’incarico di Professore ordinario di Economia e Politica Monetaria.

Quasi subito si sottrae alla promessa fatta a Caffè: nel 1983 diventa Consigliere del Ministro del Tesoro del Governo Craxi, Giovanni Goria e – a seguito di questa esperienza – a soli 37 anni assume il ruolo di Direttore Esecutivo della Banca Mondiale a Washington; incarico che manterrà per sei anni, dal 1984 al 1990.

Diventa, inoltre, Presidente del Comitato Economico e Finanziario dell’Unione europea ed entra a far parte del consiglio d’amministrazione di molte banche e aziende pubbliche.

Nel 1991 viene nominato Direttore generale del Ministero del Tesoro, dove resta in carica fino al 2001.   Da Presidente del Comitato Privatizzazioni (1993-2001) si fa promotore di una enorme campagna di privatizzazione di tutte le più importanti aziende statali italiane (Telecom, Enel, Eni, Iri; ecc.).
Nel 2008, il Presidente della Repubblica Emerito Francesco Cossiga, in diretta televisiva su Raiuno, definisce Draghi un “vile affarista”, accusandolo di aver svenduto l’intera industria pubblica italiana.

Nel 2001, quando Draghi lascia il Ministero del Tesoro, il 70 per cento del debito è a tasso fisso (pertanto meno “pericoloso”) e a medio-lungo termine. Il declino dei Bot italiani spinge, dunque, tanti risparmiatori a spostarsi nella direzione di azioni, obbligazioni e bond. Per questo motivo, i non pochi detrattori imputano a Draghi i danni subiti dagli investitori a seguito dei fallimenti di Cirio e Parmalat.

Dal 2002 al 2005 è vicepresidente e membro del Management Committee Worldwide di Goldman Sachs, dove guadagna 10 milioni di euro l’anno.  

Arriva in Via Nazionale nel 2006: da Governatore della Banca d’Italia chiede e ottiene che il suo compenso annuo venga allineato a quello degli altri governatori europei: 350 mila euro (poi saliti a 450 mila) a fronte dei 622.347 percepiti dal predecessore Antonio Fazio. Poco importa che il francese Noyer non arrivasse ai 142 mila e il tedesco Weber ne guadagnasse appena (si fa per dire) 101 mila.
Negli anni in cui è Governatore, Draghi appronta un piano di riassetto interno della Banca d’Italia che prevede la chiusura di molte filiali e la smobilitazione del personale, ma soprattutto rende possibili storiche fusioni bancarie (Unicredit con Capitalia; Intesa con SanPaolo Imi; Banca Popolare di Verona e Novara con il gruppo Popolare di Lodi; Banche Popolari Unite con Banca Lombarda).

Nel 2007, nel ruolo di Presidente del Financial Stability Forum, Draghi stila un rapporto sulle turbolenze che hanno investito i mercati mondiali a seguito della crisi dei mutui subprime statunitensi e ne indica i possibili rimedi: 65 raccomandazioni inviate alla banche e alle autorità di controllo che vanno da nuove regole di trasparenza a iniezioni di liquidità; fino a svariate policy tese a rafforzare il sistema ed evitare che episodi simili possano ripetersi in futuro.
Secondo Giulio Tremonti le raccomandazioni di Draghi sono “un’aspirina, per una malattia molto grave”. Da quel momento in poi gli attriti tra i due sono frequenti e non di rado sfociano in un’aperta polemica, come nel caso delle forti critiche espresse da Draghi sulla manovra economica varata dal Governo Berlusconi nel 2008.

Il vertice di Bruxelles del 16 maggio 2011 trova l’accordo fra i ministri della zona euro sulla candidatura di Mario Draghi alla presidenza della Banca Centrale Europea. Il suo posto vacante alla Banca d’Italia viene occupato da Ignazio Visco, a partire dal 20 ottobre dello stesso anno.
Draghi chiede subito ai Paesi dell’UE di recuperare la propria affidabilità, dichiarando che serve un segnale forte per i mercati e – se necessario – anche una revisione dei trattati in funzione di una politica di bilancio omogenea.
Il 31 dicembre 2012 è nominato “uomo dell’anno”dai quotidiani Times e Financial Times per aver saputo gestire la crisi del debito sovrano europeo ed essere stato in grado di evitare il “rischio contagio” in Paesi in sofferenza come la Spagna e l’Italia.
Ma non mancano le critiche sul suo operato, soprattutto dalla Germania: le politiche di Draghi non piacciono al Parlamento tedesco e alla Bundesbank, ma il Presidente della BCE si affretta a precisare che la fiducia nell’Euro a livello mondiale è in netta crescita proprio grazie al programma di acquisto di bond sovrani dei paesi in difficoltà, strategia che ha permesso a Spagna e Italia di uscire dalle enormi difficoltà in cui versavano; ribadendo, inoltre, che l’aver riportato i soldi dei fondi di investimento sovrani e privati verso l’Europa rappresenta un punto fondamentale in previsione di una riabilitazione dell’intera economia dell’unione monetaria

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